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mercoledì 10 febbraio 2016

10 Febbraio, #GiornodelRicordo in memoria delle vittime delle #foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La storia (II).


'Giorno del Ricordo', in memoria delle vittime delle foibe. Il 10 febbraio è il giorno del ricordo di una pagina tra le più cupe della storia contemporanea, avvolta a lungo nel silenzio e nel buio, come le tante vittime, inghiottite nelle cavità carsiche, le cosiddette foibe, per volere del maresciallo Tito e dei suoi partigiani, in nome di una pulizia etnica che doveva annientare la presenza italiana in Istria e Dalmazia. Fra il 1943 e il 1947 oltre 10 mila persone furono gettate vive o morte in queste gole, un genocidio che non teneva conto di età, sesso e religione, riconosciuto ufficialmente nel 2004, con la legge numero 94 che istituì la «Giornata del Ricordo», in memoria dei martiri delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata.

Dove si trovano le foibe?




Cosa è una foiba?


Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua; possono raggiungere i 200 metri di profondità. Esse sono degli abissi verticali e cupi, che si perdono nel silenzio delle profondità terrestri, caverne immense. In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe. (Nella foto accanto una foiba istriana).

Come sono state utilizzate le Foibe?

 Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare ("spingere nella foiba") migliaia di italiani, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come "Maresciallo Tito". A riguardo è interessante riportare quanto affermato da Kardelj (vice di Tito) il quale poté affermare: "ci fu chiesto di far andar via gli Italiani con tutti i mezzi e così fu fatto". Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: alcune stime parlano di 10-15.000 sfortunati.    




Come venivano eliminate le vittime di titini?   

Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori, nella maggior parte dei casi, sparavano al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri. Inoltre era consuetudine degli stessi aguzzini lasciare un cane nero sui corpi dei morti, perché un’antica credenza popolare slava, pensava che in questo modo le anime dei defunti non avrebbero trovato pace neppure nell’aldilà.
Infine, per cancellare le tracce di quanto avvenuto, alcuni soldati lanciavano delle bombe all’interno della foiba, riducendo in polvere i resti delle vittime.

Chi erano le vittime delle Foibe?
           
Italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di
custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del comitato di liberazione nazionale. Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, poiché in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti dalle mire annessionistiche di Tito. Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti e sloveni anticomunisti. Quante furono le vittime delle Foibe non si sa perché in quel clima di furore omicida e di caos era impossibile tenere la contabilità delle esecuzioni. Si calcola, però, che gli infoibati furono alcune migliaia. Più precisamente si è calcolato che gli infoibati si aggirino tra i dieci o quindici mila.  Clicca due volte sull'immagine, per ingrandirla.

Quando avvenne l'infoibamento

Dopo avere subito umiliazioni corporee e psicologiche di vario genere, molto italiani furono gettati nelle foibe per cancellare definitivamente la loro presenza.
I massacri si verificarono in due momenti: il primo, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del ’45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.


E gli alleati stavano a guardare …



I 40 tragici giorni di Trieste   Finita la guerra, Trieste e i territori circostanti si autoliberarono e per un brevissimo periodo quei luoghi rimasero liberi da ogni forma di governo.
Ben presto, però, Trieste rientrò nell’orbita espansionistica di Tito, che desiderava annetterla all’impero Jugoslavo.
Tale sogno rappresentava un serio pericolo per le potenze vincitrici, che vedevano l’ingrandimento del potere di Tito e una possibile minaccia Comunista nei paesi occidentali.
Inoltre, Trieste interessava agli Alleati, poiché, grazie alla sua posizione geografia, essa rappresentava un buon corridoio di passaggio (per rifornire le truppe stanziatesi in Austria) tra l’Adriatico e la nazione d’oltre alpe. Pertanto nacque una corsa tra l’esercito di Tito e quello di Churchill per la conquista della città.
Il 1° Maggio del 1945, a guerra finita, entrarono per primi gli slavi, che manifestarono apertamente di non gradire l’ingresso delle forze britanniche in quello che consideravano loro territorio. Solo dopo diverse e segrete trattative (che si ripercuoteranno in modo negativo sulla popolazione triestina per l’inettitudine degli Alleati) il 2 maggio nel tardo pomeriggio Freyberg, comandante delle truppe neozelandesi, poté fare il suo ingresso in città. Tuttavia, malgrado la presenza delle forze alleate, la popolazione triestina subì le angherie dell’esercito jugoslavo. A nulla valsero le implorazioni e le richieste d’aiuto della gente a Freyberg affinché intervenisse, perché questi rispondeva che gli jugoslavi gli avevano consentito di entrare a Trieste come “ospite” e come “ospite” si sarebbe comportato fino a nuovo ordine.

L’esercito degli Alleati dovette persino cedere alle richieste dei titini, i quali chiedevano la consegna di 2700 soldati tedeschi che, arrendendosi, si erano consegnati prigionieri di guerra agli Alleati. L’illusione durò poco tempo perché di quei 2700 prigionieri nessuno fece ritorno.


Fonte: https://sites.google.com/site/didatticasecondaria/foibe



Ecco il link per la prima parte della storia delle Foibe: 10 Febbraio, #GiornodelRicordo in memoria delle vittime delle #foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La storia (I).

giovedì 24 dicembre 2015

La data del Natale non è «inventata». Perché la Tradizione è molto più precisa di quanto pensano fior di esegeti.

La data del Natale non è «inventata». 
Perché la Tradizione è molto più precisa di quanto pensano fior di esegeti
di Ruggero Sangalli


Il Natale è una festa molto strana. Tutti si scambiano regali, ma in genere l’unico al quale molti non preparano nessun dono è il vero festeggiato. Natale è il compleanno di Gesù. Non solo: è l’evento che ha prodotto un riferimento cronologico al calendario, prima e dopo l’anno dell’Incarnazione.

Stiamo infatti per completare il 2015° anno “dopo Cristo” del computo di Dionigi, che in effetti fu abbastanza preciso: gli si può solo imputare un errore giustificabilissimo di un anno in meno, non certo di sei o sette come sproloquiano molti esperti, esegeti inclusi.

E’ lecito qualche dubbio anche sulla data esatta del 25 dicembre: in effetti c’è chi vi ha visto un riferimento al solstizio d’inverno (ma allora il giorno 25 non andrebbe bene), chi ad altre feste pagane (ma il “Sol Invictus” fu festeggiato dai Romani il 25 dicembre solo dal III secolo dopo Cristo), chi ai nove mesi dopo il 25 marzo (considerato prima la data della creazione e poi dell’annunciazione), chi ancora come una reminescenza del 25 di Kislev, inizio della festa delle luci, che ben si addice al venire della Luce del mondo!
L’ipotesi più sensata sembra l’ultima: per quanto difficilmente sovrapponibile a una data fissa in un calendario solare, riferendosi -come per la Pasqua- a un calendario scandito dalla luna. Lo è anche perché tutte le date più significative della vita terrena di Gesù coincidono con le festività ebraiche e questa (dedicazione del tempio che fu profanato) ben si addice al “tempio di Dio”, di Gesù, Nuovo Adamo.

Pur lasciando qualche margine di incertezza sul giorno esatto, è tuttavia accertato che si trattasse del periodo in cui festeggiamo, a fine anno, ed è possibile stabilire con precisione (attraverso almeno una dozzina di solidi indizi) anche l’anno: il 2 a.C.

La Vergine Maria, mamma di Gesù, all’epoca aveva già compiuto quindici anni. Nove mesi prima, ancora quattordicenne, ricevette l’annuncio dell’Angelo. Maria sarebbe quindi nata nel 17 a.C. e la sua Immacolata concezione risale (di altri nove mesi anteriore) alla fine del 18 a.C.

Giuseppe non era anziano, ma poteva avere una trentina d’anni, età “giusta” per un isreaelita per dedicarsi alle “cose sacre” come era un matrimonio. La differenza di età tra i due, di una quindicina d’anni, non giustifica l’iconografia di un Giuseppe con la barba bianca.

L’età di Gesù

Per fissare l’età di Gesù si possono circoscrivere gli anni possibili attraverso alcuni punti fermi:

- dalla storia dei Romani sappiamo che Ponzio Pilato fu prefetto della Giudea e fu in carica dal 26 d.C. al 36 d.C.

- dal vangelo di San Luca sappiamo che la predicazione di Giovanni prese avvio nel XV di Tiberio, cioè tra la metà di settembre del 28 d.C. e la metà di settembre del 29 d.C.

- Gesù fu battezzato quando Giovanni era già abbastanza famoso ed era seguito da dei discepoli, alcuni dei quali saranno i primi a  mettersi alla sequela di Gesù.

- dal vangelo di San Giovanni sappiamo che la “vita pubblica” di Gesù è racchiusa in tre Pasque ebraiche: da quella a ridosso del miracolo di Cana, a quella decisiva per la redenzione.

- dai quattro vangeli sappiamo con certezza che Gesù fu crocifisso di venerdì, poco prima che iniziasse la festa di pasqua, che gli Ebrei celebrano a partire dal giorno 15 nisan.

- dalle tradizioni ebraiche sappiamo che il giorno in cui si immolavano gli agnelli era il 14 nisan; la pasqua ebraica coincide con la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera.

- nel calendario ebraico, calendario lunare, il 14 nisan coincide con la luna piena; in ogni calendario considerato i giorni della settimana sono sette e non ne è mai stato saltato uno…

- dai dati della NASA sappiamo che il 14 nisan coincidente con un venerdì ci fu (dopo il 26 e fino al 36 d.C.) soltanto negli anni 33 e 36 d.C.

- di San Paolo è fissabile l’incontro con il procuratore Gallione, inviato a Corinto nell’anno della XXVI acclamazione dell’imperatore Claudio concomitante con la sua XII acclamazione tribunizia, cioè nella primavera dell’anno 51 d.C., quando Paolo era già da un anno e mezzo a Corinto. Il concilio di Gerusalemme è quindi del 49 d.C. e i 14 anni descritti nella lettera ai Galati anticipano la conversione ad almeno il 35 d.C. (in realtà avvenne già all’inizio del 34 d.C.)

- Gesù lasciò questa terra ascendendo al cielo, quaranta giorni dopo la sua resurrezione avvenuta a inizio aprile, nel maggio del 33 d.C.

- le tre Pasque descritte nel vangelo di San Giovanni sono quelle del 31, del 32 e del 33 d.C.

- Gesù entrò in scena (Luca scrive “trentenne”), dopo il battesimo al Giordano, già nel 30 d.C.

- questo porta la data di nascita al 2 a.C. (l’anno zero non esiste e si passa dal 31/12/1 a.C. al 1/1/1 d.C.), durante la festa delle luci (Encenie) celebrata per otto giorni dal 25 del mese di kislev.

- Gesù nacque all’epoca in cui nascono gli agnelli, fine anno, durante una festa nota per la luce e per la gioia (si legga l’inizio del libro dei Maccabei), festa di dedicazione del tempio.

- Gesù alla sua morte/resurrezione aveva 33 anni e quattro mesi di età, come ha sempre sostenuto la tradizione.

Un interessante spunto cronologico deriva dai due scritti lucani, nel cui incipit in entrambi i casi l’evangelista Luca si rivolge a un illustre Teofilo. Stesso interlocutore, stesso periodo? E’ vero per la prima parte degli Atti, che sono in continuità con il Vangelo, riprendendo con l’Ascensione di Gesù i racconti della settimana santa. Dal capitolo 11 degli Atti Luca scrive in prima persona: è quindi un testo aggiuntivo a quello preesistente, necessariamente (il secondo) scritto attorno al 60 d.C., ma comunque molto dopo il vangelo e i primi capitoli degli Atti degli apostoli che risalgono -al più tardi-  all’inizio degli anni 40 del primo secolo.  Dal 47 d.C. e fino al 59 d.C. il testo degli Atti si interseca perfettamente con quelle lettere paoline che furono scritte in quegli anni.




Fonti:

mercoledì 15 aprile 2015

#PapaFrancesco: Armeni, "fu il primo genocidio del Novecento"

Armeni, "fu il primo genocidio del Novecento"
di Marco Respinti (dal sito La Nuova Bussola Quotidiana)



Le parole pronunciate dal Papa sul genocidio degli armeni hanno provocato una dura reazione da parte delle autorità turche. Il nunzio della Santa Sede ad Ankara Antonio Lucibello è stato convocato dal Ministero degli Esteri per esprimere il «disappunto» e la protesta del governo. Ankara ha poi richiamato il proprio ambasciatore presso il Vaticano.

Le parole e i gesti di un pontefice ‒ cioè del pontefice ‒ non sono mai solo di circostanza, nemmeno quando sono le circostanze a imporlo; ma le parole pronunciate e i gesti compiuti da Papa Francesco domenica 12 aprile nel saluto prima della Messa in San Pietro per i fedeli di rito armeno sono di una gravitas eccezionale. Proclamando dottore della Chiesa l’armeno san Gregorio di Narek (951-1003), alla presenza del presidente dell’Armenia Serž Sargsyan, del Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II, del Catholicos della Grande Casa di Cilicia Aram I e del Patriarca di Cilicia degli armeni cattolici Nerses Bedros XIX, il pontefice ha infatti ricordato solennemente il Metz Yeghérn (“Il grande male”), ovvero l’olocausto di 1 milione e 400mila cristiani armeni, compiuto dai Giovani Turchi tra 1915 e 1923 a pochi giorni dal centenario esatto, la notte tra il 23 e il 24 aprile, dell’inizio del massacro.

Non ha domandato il permesso a nessuno, il Papa, e senz’alcun giro di parole ha definito «genocidio» quell’eccidio. Lo ha fatto ben due volte in un messaggio in sé davvero breve. Una prima volta denunciando quella «sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino», in cui viviamo oggi, ovvero tempi di colossale menzogna e di cristianofobia davvero senza precedenti; e una seconda utilizzando le parole usate nella Dichiarazione comune sottoscritta nella cattedrale di Etchmiadzin dal Papa della Chiesa Cattolica san Giovanni Paolo II (1920-2005) e del Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II il 27 settembre 2001 nel 1700° anniversario della proclamazione del cristianesimo quale religione dell’Armenia: «il primo genocidio del XX secolo».

Attraversando come un rasoio le dispute degli storici e bypassando le controversie dei filologi, Francesco si è assunto la responsabilità culturale (e, da Papa, non solo quella culturale) di definire così il massacro dei cristiani armeni, per di più chiamando a testimone e vincolo il Magistero immutabile della Chiesa qui nella forma delle parole di san Giovanni Paolo II.

“Genocidio”, infatti, è un termine pesante, scomodo, addirittura tabù. Da usare con il contagocce, e giustamente. Perché non è mero sinonimo di “massacro”, ma un che di qualitativamente diverso. “Genocidio” è un neologismo, coniato ad hoc per supplire alle carenze della lingua di fronte a quel che i nazionalsocialisti fecero agli ebrei: che non era un eccidio, come i tanti purtroppo narratici dalla storia, ma il progetto cosciente e preciso di annientare per sempre un’intera porzione del genere umane e la sua relativa messa in atto. Non esisteva il vocabolo e l’avvocato polacco Raphael Lemkin (1900-1959) lo creò nel 1944 lavorando di cesello con il sostantivo greco genos e il latino genus, “popolo”, “stirpe”, “famiglia”, “parentela”. “Genocidio” ha dunque un preciso valore legale definito da un criterio oggettivo che invece “massacro” ed “eccidio”, per quanto gravi, non hanno: lo documenta acribicamente Carmelo Domenico Leotta in Il genocidio nel diritto penale internazionale. Dagli scritti di Raphael Lemkin allo Statuto di Roma (Giappichelli, Torino 2013). Perché vi sia “genocidio” non è sufficiente che un gran numero di vittime e una particolare efferatezza: serve che le vittime siano identificabili oggettivamente, oltre la parte in causa, come “gruppo umano” sufficientemente omogeneo e comunque identitario sul piano etnico, culturale o religioso, e che nei loro confronti venga progettato e tentativamente realizzato uno sterminio totale, sistematico ed esplicito in odio a quella loro omogeneità identitaria.

Grazie a ciò la storia ha dunque potuto trascinare in tribunale i nazisti per il genicidio degli ebrei e può accusare i turchi del genocidio dei cristiani armeni. La definizione di Lemkin ha infatti il vantaggio di essere retroattiva. Creata per colpire il Terzo Reich per un crimine creduto nuovo, è indispensabile per colpire crimini in realtà vecchi. Dato che il caso armeno ne soddisfaceva le condizioni, “genocidio” fu applicato al Metz Yeghérn e prima di esso al genocidio della Vandea, una regione dell’Ovest francese identitariamente cattolica a cui la benedetta cocciutaggine e la grande scienza storica di cui è dotato lo specialista Reynald Secher hanno dimostrato (non senza difficoltà, incomprensioni e guai) applicarsi le condizioni giuridiche richieste da Lemkin in opere imprescindibili quali Il genocidio vandeano (con una Prefazione di Pierre Chaunu [1923-2009] e una Presentazione di Jean Meyer, trad. it., Effedieffe, Milano 1991) e La guerra di Vandea e il Sistema di Spopolamento (trad. it., Effedieffe, Milano 1991) di Jean-Noël “Gracchus” Babeuf (1760-1797), da lui curato assieme a Jean-Joël Brégeon. Da allora, pur fra polemiche incessanti (e da quelle di basso cabotaggio, magari anche tra i “buoni”, non è proprio necessario lasciarsi distrarre), quella del genicidio vandeano è divenuta una scienza (quasi esatta), dotata di un formidabile strumento qual è il Centre Vendéen de Recherches Historiques di La Roche-sur-Yon, fondato nel 1994, e forte di pietre miliari come le 700 pagine di Vendée. Les archives de l’extermination (Éditions du CVRH, 2013) firmate dal suo fondatore, lo storico Alain Gérard docente alla Sorbona.

E il riferimento alla Vandea è obbligato perché non uno ma ben due Papi, san Giovanni Paolo II e Francesco, definiscono lucidamente quello armeno «il primo genocidio del XX secolo». Vale a dire che il secolo XX ha conosciuto, dopo, altri genocidi, per esempio quello degli ebrei ma non solo; e che quello armeno è il primo genocidio del Novecento ma non il primo in assoluto della storia, essendolo invece (questo è parte della “scienza quasi esatta” di cui sopra) quello vandeano. Papa Francesco lo sa bene e lo dice al mondo. Il Novecento ha cominciato con gli armeni, ha proseguito con gli ebrei e ha continuato indisturbato «in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia». Il Pontefice ha del resto avuto la profonda finezza storica di precisare che assieme al popolo armeno, «prima nazione cristiana», la follia genocida turca ha massacrato anche siri cattolici e ortodossi, assiri, caldei e quei greci che amano ancora definirsi antiocheni; non tutti lo sanno, non tutti lo vogliono sapere.

Ma il Papa non si è fermato ancora. Ha pure “osato” mettere sullo stesso piano, in modo politicamente scorretto quanto concettualmente precisissimo, nazismo e stalinismo, genocidi entrambi. Per il secondo la memoria va certamente almeno all’Holodomor, il genocidio ucraino per carestia indotta tra 1929 e 1933.

E la specchiata, riconosciuta superiorità del Papa a qualsiasi (malevolo) sospetto taglia del resto già le gambe a ogni eventuale quanto maliziosa critica: la retroattività del termine “genocidio” non relativizza affatto la gravità della Shoah ebraica allo scopo di cancellarla. Anzi. Se ogni genocidio è infatti certamente unico, comprendere e far comprendere che purtroppo il crimine genocida si è più volte ripetuto nella storia ‒ nella storia dell’evo moderno definito dalla secolarizzazione e delle ideologie ‒ serve a rafforzare la guardia. Avere dimenticato la Vandea, ha permesso l’Armenia e la Shoah, dice bene Secher in un suo libro del 1991, Juifs et Vendéens, d'un génocide à l'autre, la manipulation de la mémoire (Olivier Orban, Parigi). E lo stesso dice oggi al mondo il presidente dell’Armenia Sargsyan: «il Santo Padre ha lanciato un vigoroso messaggio alla comunità internazionale», che «i genocidi non condannati rappresentano un pericolo per l’intera umanità». Ovvio, dal suo punto di vista, che la Turchia scossa tra retaggio del nazionalismo laicistico e islamismo incipiente vada su tutte le furie. Ma ha torto marcio come tutti gli ideologi genocidi.

lunedì 12 gennaio 2015

Non c’è fede senza ragione Rodney Stark difende il Medioevo e spiega l’Inquisizione.

Non c’è fede senza ragione

(da un articolo di Persico Roberto - gennaio 24, 2008 per Tempi.it) 

Rodney Stark difende il Medioevo e spiega l’Inquisizione. Perché sono i cattolici i più galileiani di tutti, «come dimostra oggi Benedetto XVI»


Nel suo ufficio alla Baylor University nel Texas le notizie da Roma non sono arrivate. Ma quando gli raccontiamo quel che è successo settimana scorsa alla Sapienza parte in quarta: «La gente pensa che scienza e fede siano antagoniste, ma in realtà non sa di che cosa sta parlando. L’intera questione del legame religione-scienza è un errore e questo perché sempre più gente che non capisce nulla di scienza, non sa che cos’è la scienza. Prendiamo per esempio la questione dell’evoluzionismo, giusto per prendere uno dei dati di fatto più controversi. Supponiamo che qualcuno creasse un’ottima teoria dell’evoluzione, che spiegasse completamente l’origine delle specie: è una prova che non esiste Dio? Assolutamente no. Il problema da dove è venuto il mondo, da cosa ha avuto inizio, rimarrebbe tale e quale. Questo è qualcosa di cui possono parlare gli uomini di Chiesa, e di cui non possono parlare gli uomini di scienza. I grandi scienziati del sedicesimo e diciassettesimo secolo, gente come Newton, facevano il loro lavoro partendo dal presupposto dell’esistenza di un Dio razionale che ha creato l’universo. Gli scienziati cercano le leggi che funzionano all’interno del mondo, non affrontano la domanda riguardo le origini del mondo».

E Rodney Stark sa bene di cosa sta parlando. Ha dedicato infatti gli ultimi anni di lavoro e gli ultimi libri – La vittoria della ragione, tradotto in Italia l’anno passato, e For the glory of God, che attende ancora un’edizione nel nostro paese – allo studio della cultura occidentale, scoprendo che tutte le grandi conquiste culturali e sociali di cui andiamo fieri – la scienza, la democrazia, il libero mercato – affondano in realtà le loro radici nel cattolicesimo e nella visione del mondo che la Chiesa ha diffuso in Europa prima e in America poi.


  • Eppure sono in pochi a condividere questa visione. Anche lei, del resto, ha scritto, nella prefazione a For the glory of God, che non si immaginava lontanamente quanti pregiudizi anticattolici si trovassero nelle opere degli storici.

Sì. È impressionante constatare come lo studio del passato sia completamente distorto dall’odio verso la Chiesa cattolica. Nella scia di Voltaire, sembra che gli storici facciano a gara per mostrare la Chiesa cattolica nella luce peggiore possibile. Molti storici anglosassoni sono completamente suscettibili a questo atteggiamento. Prendiamo per esempio la cosiddetta “età oscura”, il medioevo: quando mi è stata insegnata a scuola l'”età oscura” mi è stato raccontato che non ci fu praticamente niente in Europa, per colpa del Papa, fino al quindicesimo secolo; oggi noi sappiamo che invece ci furono enormi progressi in quei mille anni. La Chiesa cattolica dovette combattere una durissima battaglia contro lo gnosticismo, che affermava che la materia è male, è irrazionale, è opera di un Dio cattivo; ci vollero secoli perché nelle coscienze si affermasse invece l’idea che il mondo è buono e razionale perché è creato da un Dio buono e razionale e non, come pensano gli gnostici, da un demone malvagio. Per questo forse si è dovuti arrivare fino al quindicesimo secolo prima che la razionalità del mondo insegnata dalla Chiesa si affermasse apertamente. È sostanzialmente una fiction, un’incredibile fiction quella che vede la Chiesa come un insieme di misteri sacri, è un totale non-sense, un’affermazione molto stupida.


  • Lei fa questo genere di affermazioni, ma se non sbaglio non è cattolico.

Sono cresciuto nel credo luterano.


  • Ed è abbastanza insolito che un luterano abbia una posizione così aperta nei confronti della Chiesa cattolica. Come è arrivato a maturarla?

Si cresce e se si è fortunati ci si forma e si conoscono dei buoni cattolici, capendo che sono persone serie e brillanti, oggi e nel passato. Prendiamo per esempio la questione dell’Inquisizione, di cui si continua a ripetere che ha ucciso centinaia di migliaia di persone. Sono tutte bugie: se c’è una forza che si è opposta alla caccia alle streghe in Europa, e che è riuscita in Italia e in Spagna a fermarla quasi del tutto, è stata la Chiesa cattolica. È del tutto falso che la Chiesa prendesse e bruciasse chiunque fosse in odore di stregoneria.


  • Siamo tornati a parlare di storia. Ma lei è nato come sociologo: vuol raccontare ai nostri lettori come è passato dalla sociologia alla storia?

Ho cominciato studiando la società americana contemporanea, e mi sono accorto che molti dei suoi tratti fondamentali dipendono dalla forte connotazione religiosa degli americani, e allora ho cominciato a studiare le origini di questa tradizione. È stato così che ho scoperto, come abbiamo già detto, con stupore, l’importanza della tradizione cattolica e i pregiudizi che la accompagnano. Ed è stato curioso scoprire anche come la religione si comporti nello stesso modo nelle diverse epoche: ho scoperto che si possono applicare le teorie della sociologia della religione alle epoche più disparate. Forse perché la dimensione religiosa svolge un ruolo determinante nella vita degli uomini, oggi come nell’Egitto del 2000 avanti Cristo. Così ho potuto applicare i metodi della sociologia anche allo studio della storia, che amo molto.


  • Lei ama la storia; molti intellettuali europei pensano invece che dovremmo fare piazza pulita del nostro passato. Che prospettive ha la nostra cultura in questa direzione?

Penso che ci sia gente che continua a ripetere idiozie perché non è in grado di dire cose più intelligenti. Essere ignoranti della propria storia non vuole dire essersene liberati, vuol dire semplicemente non conoscerla. Solo perché il Ventesimo secolo è stato insanguinato da tante guerre non bisogna pensare che la civilizzazione occidentale non sia un bene superiore e assoluto. Ovviamente nel Ventesimo secolo ci sono state un sacco di cose orrende ma la storia è storia, bisogna trarne insegnamento, capirla. I soggetti che hanno scatenato le tragedie del Ventesimo secolo sono state forze empie, anti-religiose; mentre sono state la Chiesa cattolica e gli ortodossi a sostenere la resistenza al totalitarismo e poi la rinascita dagli anni Settanta agli anni Novanta del Novecento. Ci sono sempre cose e persone degne di nota e merito anche in tempi difficili e sostanzialmente brutti.


  • Torniamo al punto di partenza: che influsso pensa possa avere il magistero di questo Papa (Benedetto XVI) nell’opera di recupero del rapporto fra fede e ragione?

È evidente che questo Papa è un uomo molto brillante e ottimamente preparato a livello culturale. Ha capito alcuni punti fondamentali come ad esempio il fatto che non ci sia conflitto tra religione e scienza. La ragione ha una straordinaria importanza per la fede. I primi padri della Chiesa celebravano la ragione e dicevano che se la loro fede non fosse stata ragionevole ci sarebbe stato da preoccuparsi, perché Dio era ragionevole, era forse la cosa più vicina alla ragione di cui poter parlare. «La ragione è cosa di Dio, poiché non c’è nulla che Dio, creatore di tutte le cose, non abbia disposto, previsto, ordinato secondo ragione, nulla che non voglia doversi trattare e capire secondo ragione», scrive Tertulliano. «Queste cose devono essere anche asserite dalla ragione – rincara Clemente Alessandrino -. Infatti non è sicuro affidare queste cose alla mera fede senza ragione, è certo che la verità non sussiste senza ragione». Così questo Papa non fa che recuperare una tradizione antica e solida nella Chiesa.


  • Viceversa il rapporto tra fede e ragione si pone in termini molto diversi nel mondo i-slamico.

È un vero peccato che l’aspetto che si impone del mondo islamico sia quello dei fanatici. Il problema è che la maggioranza dei musulmani restano in silenzio, si accodano al carro del fanatismo magari non credendoci. Ci sono buoni musulmani, sinceramente religiosi, che però non compaiono nell’immagine dell’islam che viene rimandata all’esterno, gente che non accetta gli errori e le scelte delle proprie leadership e che non accetta nemmeno i kamikaze, ma che non parla, non emerge. Il problema è che a far notizia sono gli estremisti.

domenica 11 gennaio 2015

Altro che secoli bui. La lezione di Rodney Stark sul Medioevo e le crociate.

Si parla spesso a sproposito di Medioevo in questi giorni. Molti luoghi comuni su un periodo della storia spesso descritto come oscuro sono sfatati in un libro di Rodney Stark. Accanto ad un esempio illuminante sulla battaglia di Lepanto.

Altro che secoli bui. 
La lezione di Rodney Stark 
sul Medioevo e le crociate

Da una lunga recensione di Paolo Mieli, uscita sul Corriere della Sera al libro del sociologo Rodney Stark (oggi insegnante di Scienze sociali presso la Baylor University in Texas) La vittoria dell’Occidente (Lindau). Quest’ultimo libro, così come i precedenti, dimostra come il cristianesimo sia stato motore, e non zavorra, per lo sviluppo dell’umanità nella storia.

SUPERIORITA’ OCCIDENTALE. Il ragionamento di Stark, evidenziato da Mieli, è che sono le idee a fare la differenza. E che è il mondo occidentale, basato sulla cultura greca prima e cristiana poi, ad aver dato linfa allo sviluppo. Un esempio? La polvere da sparo. La inventarono i cinesi, eppure per secoli non la utilizzarono per le armi da fuoco. «Già nell’antichità, su tantissime tecnologie cruciali la Cina era molto avanti rispetto all’Europa. Quando però i portoghesi vi arrivarono nel 1517, scrive provocatoriamente Stark, “trovarono una società arretrata in cui le classi privilegiate ritenevano più importante azzoppare le ragazzine bendando loro i piedi, che sviluppare tecniche agricole più produttive di quelle che avevano per far fronte alle frequenti carestie”».
Perché la società occidentale si è dimostrata nel corso dei secoli sempre superiore alle altre? «Perché la scienza e la democrazia sono nate in Occidente, insieme all’arte figurativa, ai camini, al sapone, alle canne dell’organo e a un sistema di notazione musicale? Perché è accaduto che, per parecchie centinaia di anni a partire dal XIII secolo, soltanto gli europei avevano gli occhiali e gli orologi meccanici? E successivamente telescopi, microscopi e periscopi? Per le idee, dice Stark: “solo gli occidentali hanno pensato che la scienza fosse possibile, che l’universo funzionasse secondo regole razionali che potevano essere scoperte”».

IL MEDIOEVO E LE CROCIATE. Stark, poi, propone una formidabile difesa del Medioevo, i cui secoli non furono mai «bui», anzi. «Il Medioevo è stato un’epoca di notevole progresso e innovazione, tra cui “l’invenzione del capitalismo”. La maggior parte degli europei “iniziarono a mangiare meglio di come avessero mai mangiato nel corso della storia e di conseguenza divennero più grandi e forti di coloro che vivevano altrove”. Nel 732, gli invasori islamici, quando penetrarono in Gallia, si trovarono di fronte “un esercito di franchi splendidamente armati ed addestrati e furono sconfitti”».
Così come le crociate, rilette da Stark fuggendo da molti stereotipi che ancora oggi vanno per la maggiore. «Non è vero che i crociati, in seguito, abbiano “marciato verso oriente per conquistare terre e bottino”. Anzi. Si erano “indebitati fino al collo per finanziare la propria partecipazione a quella che consideravano una missione religiosa”. I più “ritenevano improbabile la possibilità di sopravvivere e di tornare in patria (e infatti non tornarono)”. Come dimostrano le crociate, “per gli europei la vera base dell’unità era il cristianesimo, che si era trasformato in una ben organizzata burocrazia internazionale”. A tal punto che “sarebbe più corretto parlare di Cristianità più che di Europa, dal momento che, all’epoca, quest’ultima aveva ben poco significato sociale o culturale”».

CONTRO LA TESI DI MAX WEBER. «Uno dei fattori più importanti nel favorire l’ascesa dell’Occidente è stata la fede nel libero arbitrio», scrive Stark. «Mentre la maggior parte delle antiche società (se non tutte) credevano nel fato, gli occidentali giunsero alla convinzione che gli esseri umani sono relativamente liberi di seguire quello che detta la propria coscienza e che, essenzialmente, sono artefici del proprio destino». Dopo aver smontato «la famosa tesi di Max Weber secondo cui l’etica protestante sarebbe all’origine del capitalismo», Stark dimostra che una sorta di protocapitalismo nacque «molti secoli prima che esistessero i protestanti». «A metà del Trecento, dopo l’epidemia provocata dalla Peste Nera, “la scarsità di manodopera”, come ha dimostrato David Herlihy, “stimolò le invenzioni e lo sviluppo di tecnologie che consentissero di risparmiare forza lavoro. Quindi l’Europa medievale “vide l’ascesa del sistema bancario, di un’elaborata rete manifatturiera, di rapide innovazioni in campo tecnologico e finanziario, nonché una dinamica rete di città commerciali. Va anticipato ad allora l’inizio, o quantomeno i “primi passi”, di quella che avremmo definito la “Rivoluzione industriale”. Già da molto tempo l’Europa era più avanti del resto del mondo in fatto di tecnologia, “ma alla fine del XVI secolo quel divario era ormai diventato un abisso”».

L’ESEMPIO DI LEPANTO. Mieli riporta infine un’osservazione che Stark fa a proposito della battaglia di Lepanto (ottobre 1571). «”Quando saccheggiarono le imbarcazioni turche ancora non affondate, i marinai cristiani vittoriosi scoprirono un autentico tesoro in monete d’oro a bordo della ‘sultana’, l’ammiraglia di Ali Pasha, e ricchezze quasi altrettanto ingenti furono trovate nelle galee di parecchi altri ammiragli. Il perché lo ha spiegato Victor Davis Hanson: “Non essendoci un sistema bancario, temendo una confisca qualora avesse scontentato il sultano e sempre attento a tenere i propri averi al riparo dell’attenzione degli esattori fiscali, Ali Pasha si era portato la sua immensa ricchezza a Lepanto”. Eppure, fa notare Stark, Ali Pasha “non era un contadino che nascondeva il surplus del raccolto, ma un membro dell’élite dominante… se una persona come lui non era in grado di trovare investimenti sicuri e non se la sentiva di lasciare i suoi soldi a casa, come era possibile che qualcun altro potesse sperare di far meglio?. Il concetto che, in epoca medievale, la cultura islamica fosse molto più avanzata di quella europea “è un’illusione”. E in queste pagine sono trasparenti le allusioni agli abbagli provocati di recente dalle cosiddette primavere arabe. Più che trasparenti: esplicite».

Fonte: La lezione di Rodney Stark su Medioevo e crociate | Tempi.it

lunedì 10 novembre 2014

La tragedia dei milioni di vittime mietuti dell'ateismo. Perché il Muro di Berlino non scompaia nel nulla.

La tragedia dei milioni di vittime mietuti dell'ateismo. 
Perché il Muro di Berlino non scompaia nel nulla.


Domenica 9 novembre si è celebrato il 25° anniversario dell’abbattimento del Muro di Berlino, quella “barriera della vergogna” che troppo a lungo è stato l’ignominioso simbolo dei crimini perpetrati in tantissimi luoghi del mondo dal comunismo al cuore del quale stava l’ideologia atea e violenta del marxismo-leninismo.

Le parole spese nell’occasione per ricordare il Muro sono state tante, tantissime. Non altrettante quelle spese per ricordare l’immenso tributo di sangue pagato da milioni e milioni di persone, talora ancora senza nome, sacrificate sull’altare del materialismo più bieco. Tra queste vittime innocenti, i cristiani in genere e i cattolici in specie sono sempre stati tra i primi.


Nel 2010, sul quotidiano vaticano L’Osservatore Romano don Jan Mikrut, docente nella Pontificia Università Gregoriana, firmava un articolo mirabile, dal titolo Le memorie senza volto del comunismo.

Mikrut era stato il responsabile dell'Ufficio cause di beatificazione dell'arcidiocesi di Vienna e il curatore della redazione del nuovo Martirologio della Chiesa austriaca per l'anno 2000 e la collaborazione col Comitato nuovi martiri, che si occupava di elaborare le statistiche dei martiri cristiani per il grande Giubileo. In questa veste aveva dunque avuto la possibilità di avere una visione mondiale delle persecuzioni del XX secolo.

Il suo articolo riletto oggi mette ancora i brividi, ed è un modo validissimo per non lasciare che il ritmo del calendario dissipi in noi il ricordo dei martiri del comunismo.

Scriveva don Mikrut:


«Nelle statistiche preparate della Commissione nuovi martiri per il Grande Giubileo del 2000 si contano 12.692 martiri, così ripartiti:  dall'Europa 8.670, dall'Asia 1.706, dall'Africa 746, dall'America del nord e del sud 333, dall'Oceania 126. Un gruppo particolare è dato dai 1.111 martiri dell'Unione Sovietica. Nella statistica della vecchia Europa si contano 3.970 preti diocesani, 3.159 religiosi e religiose, 1.351 laici, 134 seminaristi, 38 vescovi, 2 cardinali, 13 catechisti. In totale in Europa abbiamo avuto 8.667 testimoni di Cristo. Nel contesto mondiale tra i martiri si annoverano 5.173 preti diocesani, 4.872 religiosi e religiose, 2.215 laici, 124 catechisti, 164 seminaristi, 122 vescovi, 4 cardinali e 12 catecumeni.

«Il XX secolo è stato il periodo dei totalitarismi, delle due guerre mondiali, delle rivoluzioni, dei tragici genocidi e delle infinite persecuzioni religiose. Tra tutte le tragedie sopra accennate, la persecuzione più grande fu la battaglia organizzata contro il cristianesimo dal comunismo internazionale. Solo il Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois offre una provvisoria statistica di 85 milioni di morti causati dal totalitarismo comunista.

«In Russia vivevano da secoli anche altre confessioni cristiane, oltre a ebrei e musulmani; ma chiunque non condividesse la nuova ideologia atea dei comunisti doveva essere allontanato con forza dalla società. Nascono così i cosiddetti Gulag, dal russo "Direzione principale dei campi di lavoro correttivi". Il numero di morti nei Gulag è ancora oggetto di indagine:  una stima provvisoria parla di tre milioni. L'incredibile persecuzione dei numerosi oppositori politici è ben nota anche grazie alle pubblicazioni scritte dagli stessi detenuti, il più famoso dei quali fu Aleksander Solzenicyn, che nel suo Arcipelago Gulag ha raccontato la tragedia dei detenuti, ha fatto conoscere la parola Gulag e l'esistenza stessa di questi campi. […]

«Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del nazionalsocialismo, il sistema comunista trovò terreno fertile in Europa. Lo schema era ben collaudato:  la Chiesa cattolica con le sue strutture rappresentava il vecchio sistema da cui liberarsi; la religione fu declassata a strumento di manipolazione da parte dei preti e delle loro istituzioni. Il nuovo sistema ateo doveva liberare la società dall'influenza della Chiesa. Il marxismo-leninismo diventa il nuovo sistema politico-economico. Nel 1945 l'esercito russo liberò dal nazionalsocialismo tedesco grandi territori dell'Europa:  Albania, Austria, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania, Polonia, Romania, Ungheria. Nei Paesi dove i precedenti governi erano nazionalsocialisti come Austria, Germania, Slovacchia e Ungheria l'Armata rossa entrò come il vincitore con il diritto del bottino di guerra.
Moltissime furono le vittime di queste rappresaglie e tra queste numerosi sacerdoti e suore. Per l'esercito russo anche i rappresentanti della Chiesa furono responsabili delle tragedie causate dai nazionalsocialisti e per questo molti sacerdoti uccisi nei primi giorni dopo la liberazione furono dichiarati pericolosi nemici del comunismo.  […]

«L'Albania fu il primo Paese europeo a dichiararsi ateo e a essere governato secondo l'ideologia comunista. Nel 1967 fu ufficialmente introdotto l'ateismo come fondamento per la vita della società e fu proibita ogni forma di culto religioso. Il governo dichiarò con orgoglio che l'Albania era diventato il primo Stato ateo del mondo. Nella nuova costituzione del Paese, approvata nel 1976, all'articolo 37 recitava "lo Stato non riconosce alcuna religione e sostiene la propaganda atea per infondere alle persone la visione scientifico-materialista del mondo". Il governo procedette alla confisca di moschee, chiese, monasteri e sinagoghe. Gli edifici di culto furono trasformati in musei o uffici pubblici, magazzini, cinema, stalle per animali. Ai genitori fu proibito dare ai figli nomi con riferimenti religiosi. In seguito furono uccisi a Tirana i primi due sacerdoti, Lazër Shantoja e Mark Gjani. Nel 1947 fu ucciso a Scutari il gesuita Ndoc Saraci. Un anno dopo, nel 1948, furono fucilati i vescovi Gjergj Volaj e Frano Gjini e, nel 1949, dopo terribili torture, morì in prigione l'arcivescovo di Tirane-Durrës Vincenz Nikollë Prennushi. Colpire duramente la comunità cattolica significava cancellare la lunga e tollerante tradizione del Paese per far posto alla nuova e aggressiva ideologia comunista. In Albania furono uccisi 5 vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10  seminaristi  e 8 suore. La lista non è  ancora  completa,  mancano  i  martiri laici uccisi durante il periodo comunista.

Tra le figure di spicco della resistenza religiosa va in primo luogo ricordato coraggioso padre Mikel Koliqi (1902-1997), creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. Padre Mikel Koliqi era stato condannato ai lavori forzati già nel 1945, con la banale accusa di ascoltare le stazioni straniere della radio».

da «L'Osservatore Romano»

lunedì 10 febbraio 2014

10 Febbraio - Il Giorno del Ricordo delle vittime delle Foibe e dell'esodo giuliano-dalmata - La storia (I).

Il 10 febbraio si ricordano le vittime delle Foibe e l'esodo giuliano-dalmata

Il Giorno del Ricordo
di Cristina Raschio

L'esodo giuliano-dalmata (dal sito di Roma Capitale)
E' solo del marzo 2004 la legge che istituì, il Giorno del Ricordo. Un silenzio di decenni definito da Claudio Magris "oltraggioso", una pagina considerata tra le più drammatiche della storia italiana.

Per 60 anni è stata inghiottita nel silenzio, annullata, cancellata. Proprio come migliaia e migliaia di persone: inghiottite, cancellate, annientate in quelle foibe della Venezia Giulia e della Dalmazia diventate il simbolo di un eccidio. È proprio lì, in quelle voragini carsiche tipiche dell'Istria, che fra il 1943 e il 1947 furono gettati dalla furia dei partigiani comunisti jugoslavi di Tito, vivi e morti, migliaia di italiani. A essere inghiottita è stata una tra le pagine più dolorose della storia nazionale. Morti, migliaia di morti. Ed esuli. Centinaia di migliaia di persone costrette all’esodo dalle proprie terre della Venezia Giulia e della Dalmazia. Costrette a fuggire in altre città italiane o all’estero: chi in America, chi in Australia. Un esodo durato oltre 10 anni.

Una storia che è stata dimenticata per anni dalla memoria collettiva, ma mai cancellata dalle menti di chi ha perso qualcuno, qualcosa, se stesso. Negli anni Novanta la politica interrompe quel silenzio e inizia a reinteressarsi di quella tragedia. Solo nel 2004, esattamente dieci anni fa, arriva una legge, una norma che istituisce il giorno del ricordo per le vittime delle Foibe e dell’esodo. Quel giorno sarà ed è il 10 febbraio e oggi ricorre il decimo anniversario.

La storia 


La prima grande ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell'armistizio dell’8 settembre 1943: inizia un periodo di sbandamento, l’esercito italiano si dissolve e in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano 'nemici del popolo’. Il massacro si ripete nella primavera del 1945, quando le truppe di Tito occupano Trieste, Gorizia e l'Istria. Le vittime sono gli italiani: non solo fascisti, ma anche personaggi che potevano rappresentare una classe dirigente dell’antifascismo perché punti di riferimento dell’opinione pubblica non allineata al nuovo potere. Tito si accanisce anche contro i partigiani, con i membri del Comitato di liberazione nazionale, contro tutti coloro che volevano difendere la comunità italiana. Sarebbero stati d’impiccio al suo grande progetto politico di annessione di quei territori. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini, ha raccontato a Mixer nel 1991 Graziano Udovisi, rappresentante della milizia italiana a Trieste e sopravvissuto a una foiba.

L'esodo giuliano dalmata

Zara è la prima città ad essere abbandonata dopo i bombardamenti angloamericani del 1944. Poi tocca a Fiume, alla fine della guerra. E' rimasta al di là di una linea tracciata su una carta geografica: la linea Morgan.
Il 9 giugno 1945 Tito e il generale inglese Alexander dividono questa travagliata zona di confine in due parti: la provincia di Trieste e una parte di quella goriziana chiamata zona A passano sotto il controllo angloamericano; la zona B, di fatto tutta l'Istria, passa sotto il governo jugoslavo. Sarà un accordo temporaneo. La decisione definitiva sarà presa dalle nazioni vincitrici della guerra alla conferenza di pace di Parigi del 1947: l'Istria e la Venezia Giulia fino a Gorizia vanno alla Jugoslavia. Trieste e cinque piccoli comuni, la nuova zona A, e una piccola parte dell'Istria settentrionale, la zona B, costituiranno un territorio libero sotto la sovranità internazionale. Il trattato di pace trasforma la decisione di singoli in un vero esodo di massa. Pola, Parenzo, Rovigno, Montoro, Albona e decine di piccoli centri della costa istriana vengono abbandonati.
Il 5 ottobre 1954 arriva la definizione dei confini con il memorandum di Londra che sancisce: l'Italia assume la diretta amministrazione di Trieste e della sua provincia, mentre la Jugoslavia quella della zona B. Il risultato è lo svuotamento anche dell'Istria settentrionale. Restano 5mila italiani, una minoranza etnica. Centinaia di migliaia di persone (il numero è incerto: c’è chi parla di 350mila, chi di 270mila, ndr) si trasformano in esuli. Si cerca di portare via anche ciò che non è possibile portare via con sè, anche i propri morti. Anche pezzi di terra, sassi, pietre di monumenti millenari. Perchè esodo non vuol dire solo abbandonare la propria terra, ma anche recidere le proprie origini. Scappano dal terrore, non hanno nulla, a volte non trovano in Italia grande accoglienza. La stessa politica non se ne interessa.

"La memoria stava scomparendo, ora è stata recuperata" 

Per 60 anni il silenzio della storiografia e della classe politica ha avvolto questa vicenda, questa strage. "Per colmare queste ferite - dice Raoul Pupo, professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste - non è sufficiente il giorno del Ricordo: chi ha perso qualcuno, chi ha sofferto, non verrà mai indennizzato in modo totale. Lo stesso vale per chi che ha perso case, terre. Il giorno del Ricordo ha però un significato preciso: in primo luogo quello di reintegrare nella memoria nazionale la memoria di chi è stato colpito da quelle tragedie. In secondo luogo - continua - questa giornata consente agli italiani di riappropriarsi della conoscenza di una storia importante, non solo quella del massacro delle Foibe e dell'esodo, ma anche della storia della presenza italiana sull'adriatico orientale che è una parte importante della storia italiana. Prima del giorno del ricordo, o comunque fino agli anni '90, la memoria stava scomparendo, ora è stata recuperata, salvata".


Fonte: RaiNews



Ecco il link per la seconda parte della storia delle Foibe: 10 Febbraio, #GiornodelRicordo in memoria delle vittime delle #foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La storia (II).

lunedì 14 dicembre 2009

La Biblioteca dei morti

Library of the Dead è il titolo originale dell'opera, pubblicato in contemporanea in oltre 22 Paesi, definito come thriller teologico-apocalittico, si basa su una idea narrativa di grandissima suggestione che ruota attorno a un segreto che avrebbe, se rivelato, un impatto enorme sulla visione della vita, del mondo e sul destino dell'umanità.

Il racconto ha un susseguirsi temporale anomalo ma sviluppa un'interessante e soprattutto molto originale idea che ruota attorno ad un segreto che coinvolge l'intera umanità. Si salta di giorni, mesi, anni ed addirittura secoli, più trame s'intrecciano per fondersi man mano che si comprende l'evolversi della storia.
Di cosa parla il libro? Difficile dare una risposta, si potrebbe parlare di un giallo anomalo, non dico altro per non rovinarvi la sorpresa. Posso solo dire che ci sono dei morti, degli omicidi e degli investigatori e delle cartoline raffiguranti una bara ed una data scritta. Si parte dalla New York dei giorni nostri, si passa per Londra negli anni 40 e per l'isola di Vectis (oggi isola di Wight) nel 777 d.C. Quest'ultima ambientazione sembra prendere spunto dal Nome della Rosa di Eco, c'è un'abbazia, dei monaci etc.

Com'è scritto? Molto bene, il testo scorre, la trama è avvincente e non scontata, forse ad un certo punto si lascia prendere la mano perdendo di verosimilità, ma la storia è bella comunque e non ne risente, tanto si sa che è frutto della fantasia dello scrittore, mica è una novità.

I personaggi principali sono caratterizzati abbastanza bene, c'è un'evoluzione non sono vivide rappresentazioni di persone che possono esistere ovunque accanto a noi, con i loro problemi, i loro sbagli, le loro illusioni e le loro meschinità. C'è l'investigatore sciupafemmine ed alcolizzato, c'è la collegaintegerrima e tutta d'un pezzo, c'è il timido vessato dai compagni d'università, molti personaggi differenti ma verosimili che danno al racconto quel phatos necessario a far funzionare la storia.

Un cenno sullo scrittore, Glenn Cooper presidente ed amministratore delegato della più importante industria di biotecnologie del Massachusetts, nonché sceneggiatore e produttore cinematografico. Al suo esordio come scrittore ci racconta una storia veramente originale.

2009 - "Una cartolina? Una semplice cartolina bianca col suo nome e indirizzo scritti in caratteri neri. La girò. C’era una data: 22 maggio 2009. E, accanto, c’era un’immagine che lo turbò: il profilo inconfondibile di una bara, alta un paio di centimetri, disegnata a penna."

1947 - "C'è una piccola isola al largo della costa meridionale inglese, l'isola di Wight... Su quell'isola un gruppo di archeologi ha fatto una scoperta di cui non possiamo occuparci perché è troppo delicata. È un rivenimento di vitale importanza..."


777 – A Vectis in Britannia, il 7 luglio nasce un bambino dai capelli rossicci...


Buona lettura.

sabato 21 novembre 2009

Casa d'Arte Futurista Depero

Casa d'Arte Futurista Depero




Oggi vi parlo della Casa d'Arte Futurista Depero (qui a Rovereto in Trentino) che è il primo e unico museo futurista d'Italia, nato da una originalissima visione di Fortunato Depero negli anni Cinquanta del ‘900.

Non so se lo conosciate, ma ne varrebbe veramente la pena
un artista atipico, con una fantasia ed una capacità creativa
straordinarie, dai quadri, agli arazzi, all'arredamento, alle sculture
passando per i disegni, la scrittura futurista (libri, poesie, pensieri),
e la pubblicità (famosissime le campagne per Campari ), marionette
e teatro...

ecco alcune opere


La Rissa

Fulmine compositore


Come biografia lascio parlare lo stesso Depero tramite la sua SINTESI AUTOBIOGRAFICA:

Nacqui a Fondo (Val di Non) Trentino nel 1892. Altipiano di prati e selve oscure di larici ed abeti. Vallata di castelli e santuari.

Padre nato spazzacamino e vissuto gendarme e carceriere: ciglia e baffi ispidi ed irti, si commoveva per un nonnulla, religioso.

Madre cuoca tutt’occhi e tutto cuore.

Discolo, fui spedito in un collegio tedesco a Merano: mangiavo male e non mi piacevano i tedeschi.

Feci pochi anni di scuole medie Reali (ora Istituto tecnico) a Rovereto, mia citta’ adottiva. Studiai di malavoglia. Disegnavo, dipingevo, modellavo, scolpivo con passione precoce e tumultuosa frenesia di autodidatta.

Incontrai Rosetta a 14 anni; m’infiammai di lei a 18 anni; due anni dopo la rapii a Roma.

Scoppio’ la guerra mondiale; Rosetta guadagnava per tutti e due 1.50 al giorno, io zero soldi e 1000 di vita e d’arte.

Conobbi il vortice futurista e i suoi diavoli creatori. Il motto di Marinetti: "marciare e non marcire" m’innebbrio’.

Fame + Fame + Fame – Fame x Fame – magro-magrissimo.

Rosetta stirava e piangeva. Io tenace, cocciuto, testardo, ostinatissimo; audacissimamente, instancabilmente, cieco e bardato seguivo la via del mio destino.

Marinetti, Diaghileff, Balla, Semenoff, Boccioni, Clavel, Russolo, Azari, Bragaglia, Notari, mi rivelarono, mi incoraggiarono, mi aiutarono, mi difesero, quale sicura promessa.

Feci poca guerra volontario al Col di Lana; riformato iniziai la mia marcia artistica, sempre piu’ celere fino ad oggi.

La mia idea fissa d’oggi e’ quella futurista del 1915

MARCIARE OLTRE OLTRE OLTRE OLTRE OLTRE

ININTEROTTAMENTE



Secondo me è scritta in un modo straordinariamente asciutto e profondo

allo stesso modo purtroppo non ho trovato l'originale da farvi vedere perchè è scritto nel modo tipico del futurismo ma rende bene pure così... alla prossima

mercoledì 18 novembre 2009

Il padrone del mondo

Vi propongo un libro che secondo me vale la pena leggere, non è un "mattone", ma un libro che sottoforma di romanzo, scritto in un modo molto moderno che riprende quasi la sceneggiatura di un film come struttura, ci propone uno dei futuri possibili ... All’inizio del secolo scorso un autore cattolico inglese, Robert Benson, nel suo romanzo Il padrone del mondo aveva previsto il venir meno della fede cristiana non a causa di una cruenta persecuzione Robert Hugh Benson Il Padrone del Mondopubblica ma attraverso l’umanitarismo. Per usare le parole di Benson, la carità sarebbe stata sostituita dalla filantropia e la fede sarebbe stata spodestata dalla cultura. Il Male si cela dietro l'ideologia pacifista e progressista.

 

Robert Hugh Benson, con Il padrone del mondo (1907), ci porta in una realtà nella quale l’uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale, dove tutto è meccanizzato e programmato per un unico grande progetto: il trionfo dell’Umanitarismo. L’eliminazione della guerra, l’abolizione dei rumori, la legalizzazione dell’eutanasia, l’adozione di cibi artificiali, l’uso dell’esperanto sono solo alcune tra le caratteristiche che fanno da naturale corollario al nuovo tipo di convivenza civile.
In questo paesaggio si muovono, con estrema ponderatezza, i personaggi di Benson, ricchi di umanità e descritti in modo sapiente: Oliviero Brand, il politico, teorico del nuovo sistema che vede l’uomo unico dio e signore delle cose; Mabel, la deliziosa compagna di Oliviero, che sceglie la dolce morte offerta dalle case dell’eutanasia e che, nel momento estremo, quando l’ultimo soffio di vita fugge dal suo corpo provato dal lungo conflitto esistenziale, vede, capisce e prova, netta la sensazione del misterioso Altro. Giuliano Felsemburgh, l’uomo che costituisce la sintesi più sconcertante dei sentimenti e delle aspirazioni che l’Umanitarismo suscita, l’uomo che contende a Dio il dominio del mondo; Percy Franklin, un prete, combattuto internamente dall’intensa lotta in cui la fede vacilla per poi riconfermarsi più viva e vera.Comunicazioni istantanee in tutto il mondo. Autostrade a quattro corsie.

 

Trasporti aerei e sotterranei. Luce solare artificiale. Eutanasia legalizzata e assistita. Un Parlamento europeo. Attentati a catena, con attentatori kamikaze. Il crollo del colosso russo. La minaccia (sventata) di una guerra mondiale con scontri tra America, Russia e Cina. Un papa di nome Giovanni dopo cinque secoli. La crisi delle religioni, sotto l'avanzare di una nuova religione universale stile New Age. Preti che lasciano il ministero. Laici consacrati che agiscono nel mondo senza divise o distintivi. La minaccia di un "Grande Fratello" destinato a governare su scala mondiale. Tutto questo è descritto nel romanzo.

venerdì 16 ottobre 2009

Io sono dio


Io sono Dio è il titolo del nuovo romanzo di Giorgio Faletti edito da Baldini Castoldi Dalai del quale parleremo in questo post. Dopo aver indossato i panni del comico, del cantante e cantautore, il successo più grande Giorgio Faletti lo raggiunge nel 2002 con il romanzo "Io uccido". Un esordio letterario che ha venduto, solo nel nostro paese, più di quattro milioni di copie ed è stato tradotto nelle principali lingue del mondo. Un successo confermato anche dagli altri suoi libri - "Niente di vero tranne gli occhi", "Fuori da un evidente destino" e "Pochi inutili nascondigli" - molto apprezzati da pubblico e critica.


Recensione: Estremamente lento all'inizio, troppe descrizioni di mille particolari che poco interessano al lettore, perde di ritmo e le prime centocinquanta pagine scorrono lente, lentissime. Ma superato questo primo ostacolo arriviamo al premio, la storia tutto d'un tratto si accende e parte trascinante e con un ritmo incalzante. Non si può fare a meno di farsi coinvolgere dai personaggi e dai loro vissuti. Cresciamo assieme a loro pagina dopo pagina, in una crescente consapevolezza. In ogni caso la storia è ben strutturata e inchioda alla lettura.

Un breve accenno alla trama (tranquilli non vi dico la fine). L'argomento ripercorre le paure dell'11 settembre partendo da lontano ed esattamente dagli anni a cavallo fra i '60 ed i'70, nel periodo della tragica guerra del Vietnam. L'ambientazione è quella di una New York dei nostri giorni, metropoli moderna con tutte le problematiche della grande città. Qui si svolge una appassionante caccia all'uomo, sempre in lotta contro il tempo.

Il romanzo sembra segnare un passo in dietro per Faletti, se paragonato al libro d'esordio. In realtà si possono ancora trovare quelle intuizioni che ci hanno fatto amare questo poliedrico artista. Le troviamo però a sprazzi, qua e la, soprattutto nella seconda parte della storia, e questo basta per farmi dare un giudizio positivo dell'opera. Se vi appassionano le storie coinvolgenti e non avete paura di affrontare qualche pagina un pò prolissa per arrivarci, allora è il libro per voi. Buona lettura.

venerdì 25 settembre 2009

Il suggeritore


Il suggeritore è il titolo del libro che voglio presentare oggi. L'autore è Donato Carrisi, alla sua prima prova da scrittore, è sceneggiatore per cinema e televisione (Nassiriya, Era mio fratello...fra le sue sceneggiature). Il romanzo è un susseguirsi di scoperte e colpi di scena, un thriller veloce, non scontato fino all'ultima riga. Lo stile è diretto ed semplice (non elementare però) e coinvolgente, con una precisa descrizione caratteriale dei personaggi (ognuno con una personalità definita ma in costante evoluzione) ed ambientale (indispensabile in un thriller). Coinvolge il lettore e lo conduce alla scoperta della verità assieme al protagonista di turno, passo dopo passo, mantenendo sempre alte souspance e tensione. Non è scontato ne come trama, ne come sviluppo e se vorrete affrontarne la lettura non vi annoierete di certo. Ora ecco una breve traccia per entrare nell'atmosfera del romanzo: E' la caccia della squadra speciale guidata dall'ispettore capo Roche e dal criminologo Goran Gavila ad un serial killer. Albert lo chiameranno per dar forma umana ad un mostro. Sconvolgenti scoperte renderanno necessario l'aiuto di un'esperta, Mila Vasquez, investigatrice specializzata nel ritrovamento di bambini scomparsi. Assieme alle difficoltà di inserimento in una squadra molto affiatata, una serie di orrori si sveleranno di fronte a lei, una successione di eventi che la condurranno più volte sull'orlo del precipizio, ma non per cadere bensì per trovarsi di fronte abissi di orrore sempre più profondi. Buona lettura.

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