mercoledì 23 marzo 2016

Il patto dietro all'islamizzazione di #Bruxelles. Così il #Belgio accettò il ricatto suicida dell’Arabia Saudita.

Il patto dietro all'islamizzazione di Bruxelles

Così il Belgio accettò il ricatto suicida dell’Arabia Saudita: greggio in cambio di islam. E il re Baldovino siglò la trasformazione del “laboratorio multiculti” nel nido del jihad
di Giulio Meotti


"Bruxellistan”. “Belgistan”. “Molenbeekistan”. Si sprecano ormai le definizioni per indicare la trasformazione di quel paese fatto di caffè, di teatri, di circoli municipali, di carillon, nella base delle stragi di Parigi del 13 novembre. Per usare il titolo del libro di Felice Dassetto, sociologo dell’Università cattolica di Lovanio, è “L’iris et le croissant” (il giaggiolo, il simbolo di Bruxelles, e la mezzaluna islamica). “Le antiche città del Belgio sono state le culle dell’arte e della cultura cristiana”, ha scritto l’Economist qualche numero fa. “Ma così come il ruolo del cristianesimo è scemato, un nuovo credo, l’islam, sta guadagnando importanza”.

Come rivela un recente sondaggio del Centre Interdisciplinaire d’Etude des Religions et de la Laïcité, nella capitale dell’Unione europea i cattolici praticanti sono scesi al dodici per cento della popolazione, mentre il diciannove per cento sono musulmani praticanti. Succede allora che la città di Maaseik, resa famosa da Jan Van Eyck con la sua Adorazione dell’agnello mistico, sia diventata celebre per il reclutamento di jihadisti dell’Isis. Come ha fatto Molenbeek, la “Piccola Manchester” che il sindaco socialista Philippe Moureaux definiva orgoglioso “laboratorio socio-multiculturale”, a diventare il quartier generale del jihad europeo da Atocha al Bataclan, il “carrefour de l’islamisme”, il crocevia dell’odio islamista in Europa, come lo definisce Libération? Nel 1974, il governo belga riconobbe ufficialmente la religione islamica. Fu il primo paese europeo. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. “Fu una decisione del re belga Baldovino”, dice al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l'European Network Against Racism. Baldovino, il “re triste”, cattolico e austero, “aveva stabilito buoni legami con la monarchia saudita e il re Faisal. Questo riconoscimento avvenne nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Nel 1974, i musulmani in Belgio erano alla prima generazione, lavoravano nelle miniere e volevano spazi per pregare nelle moschee. Allora non c’era autorità religiosa in Belgio. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di 99 anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Alla fine degli anni Novanta è nata una autorità formale, l’Esecutivo dei Musulmani in Belgio, che si occupa degli aspetti materiali, ma non degli aspetti teologici. Questo spazio è rimasto occupato dalla Grande Moschea sotto guida saudita”.
L’allora ministro della Giustizia belga, Pierre Wigny, con il re saudita Faisal
Tre anni fa, documenti di WikiLeaks hanno rivelato tensioni fra il Belgio e l’Arabia Saudita. Bruxelles era molto preoccupata per il fondamentalismo islamico diffuso dalla Grande Moschea. Le autorità belghe ottennero così la testa del direttore, Khalid Alabri, un diplomatico saudita. Una scelta, quella fatta dal Belgio quarant’anni fa, criticata oggi anche dal ministro francofono belga Rachid Madrane, musulmano, che al giornale La Libre ha detto: “Il peccato originale del Belgio consiste nell’aver consegnato le chiavi dell’islam nel 1973 all’Arabia Saudita per assicurarci l’approvvigionamento energetico”. Sono tante le propaggini saudite a Bruxelles. Il centro Imam al Bukhari coordina le attività culturali pro-saudite in Belgio, mentre il Centro islamico e culturale del Belgio (Cicb) è diventato la sede europea della Lega musulmana mondiale. L’obiettivo del Cicb è quello di “rafforzare la vita spirituale dei musulmani che vivono in Belgio”, aprendo moschee e scuole coraniche. Ma il Cicb, per fare qualche esempio, consiglia alle donne di consultare soltanto ginecologi femmine, scoraggia i giovani musulmani dal vendere birra e raccomanda ai musulmani di abbassare lo sguardo in presenza di una bella donna. Sermoni al Cicb chiamano Bruxelles “capitale dei kuffar” (infedeli).

Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei “miscredenti” (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Mollenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione. Alla Grande Moschea di Bruxelles, dono del re belga ai sauditi, si sono formati imam come Rachid Haddach, uno dei più popolari predicatori salafiti oggi a Bruxelles. Haddach gestisce la moschea Assouna di Anderlecht. Nelle sue tirate, Haddach spiega che i bambini musulmani in Belgio, anziché andare alla scuola materna, dovrebbero stare a casa fino all’età di sei anni in modo da non essere contaminati da un ambiente non islamico. La musica? “Faresti meglio a leggere il Corano”. Il burqa? “Halal” (consentito). E gli uomini devono farsi crescere la barba. Lo ha detto il Profeta. Così, mentre la Turchia si sforzava di portare avanti una opera di educazione religiosa non estremista, gli imam del Marocco, da cui veniva la maggioranza dei musulmani del Belgio (i futuri Salah Abdeslam), venivano egemonizzati dai sauditi con il loro approccio salafita e wahabita, lo stesso cui oggi si ispira lo Stato Islamico (non a caso l’Arabia Saudita è il primo paese per reclutamenti dell’Isis).

Nel 1978, la Grande Moschea di Bruxelles venne aperta al pubblico dopo un lungo restauro a spese dell’Arabia Saudita, in presenza del re Khaled Abdulaziz Al Saud e del monarca Baldovino. E nel 1983, con la firma di André Bertouille, ministro dell’Istruzione, un regio decreto approvò anche le operazioni della Lega Islamica Mondiale a Bruxelles, che secondo Felice Dassetto serve a trasformare l’Arabia Saudita nel “polo egemone di tutto il mondo musulmano”. “L’impatto dell’Arabia Saudita, attraverso la Grande Moschea, è stato forte, diffondendo tonnellate di libri gratuitamente in tutte le lingue per le moschee e le altre organizzazioni islamiche, copie del Corano”, continua al Foglio Michael Privot. Libri che glorificano il jihad o dottamente spiegano che la moglie deve obbedire al marito “quando la invita a condividere il suo letto”. “L’Arabia Saudita ha offerto numerosi contributi alla seconda e terza generazione di giovani musulmani disposti ad andare alla Mecca e Medina per imparare le scienze islamiche”, dice Privot. “Oggi, a Bruxelles, il 95 per cento dell’offerta di corsi sull’islam è gestito da giovani predicatori formati in Arabia Saudita. I predicatori sauditi hanno anche tenuto centinaia di conferenze in tutto il Belgio e quindi hanno avuto un impatto fondamentale sulla comprensione dell’islam da parte delle nuove generazioni. In termini di diffusione della sua versione dell’islam, l’Arabia Saudita ha avuto una delle più potenti strutture politico-diplomatiche. E ne stiamo pagando il prezzo oggi”. Paghiamo le conseguenze di quel ricatto suicida. Della trasformazione del giaggiolo in mezzaluna. E del Belgio che, anziché per la Madonna di Michelangelo a Bruges, ormai fa parlare di sé per Molenbeek, pied à terre della guerra santa islamica all’uomo qualunque europeo.



Fonte: ilFoglio

martedì 16 febbraio 2016

Questa la disinformazione in Italia. Le Iene smascherate da Radio Maria, i video.

Questa la disinformazione in Italia, al servizio del pensiero unico, per screditare una delle poche voci libere di questo paese, che ha avuto l'ardire di non schierarsi a favore delle cosiddette unioni civili e della stepchild adoption, ma di schierarsi con i più deboli, difendendo i diritti dei bambini e delle donne. Dopo il servizio delle Iene, alcuni giornali hanno ripreso senza verificarla la notizia del "pestaggio" ricevuto dai poveri inviati. (La Repubblica, il Giornale, il Mattino, adnkronos, Corriere della Sera, il Messaggero. Huffington Post, ll Secolo XIX, LiberoSecolo d'Italia, ANSA)

Vi propongo di seguito il servizio delle Iene in questione.



Ecco invece il filmato diffuso sulla pagina facebook di Radio Maria in cui si vede chiaramente quello che è successo.



Non servono commenti, è evidente che non c'è stata alcuna aggressione al cameraman, gettatosi per terra da solo nel tentativo di impedire ad un volontario di radio Maria di coprire l'obiettivo della telecamera mentre filmava l'interno della sede. Nessuna percossa, nessuno spintone, nessun pestaggio.

Questo il comunicato di Radio Maria:

Alcuni social hanno pubblicato la notizia che le Iene, che hanno fatto irruzione Venerdì sera nella sede di Radio Maria, sono state picchiate.

E’ una notizia inventata dal nulla, al solo scopo di lanciare il servizio televisivo.

In realtà questa è stata la sequenza dei fatti:

1. Una Iena con un collaboratore di un piccolo giornale locale, da noi fotografati, sono entrati in incognito in cappella insieme agli altri fedeli e vi sono restate fino alla fine del rosario. Poi, all’inizio della catechesi, sono uscite con le loro gambe, probabilmente per dare informazioni ai loro “amici” che aspettavano di fuori. La loro presenza in cappella è stata ignorata e nessuno li ha disturbati.


2. Poco dopo, altre due Iene con la telecamera hanno cercato di penetrare in cappella evitando di usare l’entrata aperta al pubblico. Sono invece scese per le scale di sicurezza esterne e hanno cercato di forzare dall’esterno le porte di sicurezza. (Fatto verificabile guardando a partire dal minuto 3:45 il video a questo link)

3. Resosi conto di quanto stava per accadere, il servizio d’ordine ha invitato cortesemente le Iene ad allontanarsi in quanto stavano disturbando la gente riunita in cappella. DA UN FILMATO IN NOSTRO POSSESSO NON RISULTA NESSUNA AGGRESSIONE : si vede il tentativo di abbassare una telecamera all’operatore delle iene, ma non c’è stato nessun trattenimento a terra e non è stato in alcun modo picchiato il Sig. Mauro Casciari, contrariamente a quanto è stato affermato prima, durante e dopo la trasmissione delle Iene.

Questo è quanto accaduto.

Redazione di Radio Maria



Che dire, povera Italia.

mercoledì 10 febbraio 2016

10 Febbraio, #GiornodelRicordo in memoria delle vittime delle #foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La storia (II).


'Giorno del Ricordo', in memoria delle vittime delle foibe. Il 10 febbraio è il giorno del ricordo di una pagina tra le più cupe della storia contemporanea, avvolta a lungo nel silenzio e nel buio, come le tante vittime, inghiottite nelle cavità carsiche, le cosiddette foibe, per volere del maresciallo Tito e dei suoi partigiani, in nome di una pulizia etnica che doveva annientare la presenza italiana in Istria e Dalmazia. Fra il 1943 e il 1947 oltre 10 mila persone furono gettate vive o morte in queste gole, un genocidio che non teneva conto di età, sesso e religione, riconosciuto ufficialmente nel 2004, con la legge numero 94 che istituì la «Giornata del Ricordo», in memoria dei martiri delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata.

Dove si trovano le foibe?




Cosa è una foiba?


Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua; possono raggiungere i 200 metri di profondità. Esse sono degli abissi verticali e cupi, che si perdono nel silenzio delle profondità terrestri, caverne immense. In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe. (Nella foto accanto una foiba istriana).

Come sono state utilizzate le Foibe?

 Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare ("spingere nella foiba") migliaia di italiani, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come "Maresciallo Tito". A riguardo è interessante riportare quanto affermato da Kardelj (vice di Tito) il quale poté affermare: "ci fu chiesto di far andar via gli Italiani con tutti i mezzi e così fu fatto". Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: alcune stime parlano di 10-15.000 sfortunati.    




Come venivano eliminate le vittime di titini?   

Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori, nella maggior parte dei casi, sparavano al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri. Inoltre era consuetudine degli stessi aguzzini lasciare un cane nero sui corpi dei morti, perché un’antica credenza popolare slava, pensava che in questo modo le anime dei defunti non avrebbero trovato pace neppure nell’aldilà.
Infine, per cancellare le tracce di quanto avvenuto, alcuni soldati lanciavano delle bombe all’interno della foiba, riducendo in polvere i resti delle vittime.

Chi erano le vittime delle Foibe?
           
Italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di
custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del comitato di liberazione nazionale. Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, poiché in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti dalle mire annessionistiche di Tito. Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti e sloveni anticomunisti. Quante furono le vittime delle Foibe non si sa perché in quel clima di furore omicida e di caos era impossibile tenere la contabilità delle esecuzioni. Si calcola, però, che gli infoibati furono alcune migliaia. Più precisamente si è calcolato che gli infoibati si aggirino tra i dieci o quindici mila.  Clicca due volte sull'immagine, per ingrandirla.

Quando avvenne l'infoibamento

Dopo avere subito umiliazioni corporee e psicologiche di vario genere, molto italiani furono gettati nelle foibe per cancellare definitivamente la loro presenza.
I massacri si verificarono in due momenti: il primo, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del ’45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.


E gli alleati stavano a guardare …



I 40 tragici giorni di Trieste   Finita la guerra, Trieste e i territori circostanti si autoliberarono e per un brevissimo periodo quei luoghi rimasero liberi da ogni forma di governo.
Ben presto, però, Trieste rientrò nell’orbita espansionistica di Tito, che desiderava annetterla all’impero Jugoslavo.
Tale sogno rappresentava un serio pericolo per le potenze vincitrici, che vedevano l’ingrandimento del potere di Tito e una possibile minaccia Comunista nei paesi occidentali.
Inoltre, Trieste interessava agli Alleati, poiché, grazie alla sua posizione geografia, essa rappresentava un buon corridoio di passaggio (per rifornire le truppe stanziatesi in Austria) tra l’Adriatico e la nazione d’oltre alpe. Pertanto nacque una corsa tra l’esercito di Tito e quello di Churchill per la conquista della città.
Il 1° Maggio del 1945, a guerra finita, entrarono per primi gli slavi, che manifestarono apertamente di non gradire l’ingresso delle forze britanniche in quello che consideravano loro territorio. Solo dopo diverse e segrete trattative (che si ripercuoteranno in modo negativo sulla popolazione triestina per l’inettitudine degli Alleati) il 2 maggio nel tardo pomeriggio Freyberg, comandante delle truppe neozelandesi, poté fare il suo ingresso in città. Tuttavia, malgrado la presenza delle forze alleate, la popolazione triestina subì le angherie dell’esercito jugoslavo. A nulla valsero le implorazioni e le richieste d’aiuto della gente a Freyberg affinché intervenisse, perché questi rispondeva che gli jugoslavi gli avevano consentito di entrare a Trieste come “ospite” e come “ospite” si sarebbe comportato fino a nuovo ordine.

L’esercito degli Alleati dovette persino cedere alle richieste dei titini, i quali chiedevano la consegna di 2700 soldati tedeschi che, arrendendosi, si erano consegnati prigionieri di guerra agli Alleati. L’illusione durò poco tempo perché di quei 2700 prigionieri nessuno fece ritorno.


Fonte: https://sites.google.com/site/didatticasecondaria/foibe



Ecco il link per la prima parte della storia delle Foibe: 10 Febbraio, #GiornodelRicordo in memoria delle vittime delle #foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La storia (I).

giovedì 4 febbraio 2016

La fine di Hong Kong, non ci sarà più libertà senza che la stessa arrivi anche per la Cina.

HONG KONG – CINA
La fine di Hong Kong è arrivata con 32 anni di anticipo
articolo di Gianni Criveller per Asia News

La scomparsa di Lee Bo e di altri quattro editori, che hanno pubblicato libri critici verso il Partito comunista cinese, sta facendo crollare l’oasi di libertà che era il Territorio. Crescono il controllo, la paura e l’autocensura. Le strane “visite” di studiosi a attivisti e missionari stranieri. Hong Kong, un deserto culturale. Intanto in Cina è più violenta la repressione contro avvocati, cristiani protestanti e cattolici, musulmani uighuri, buddisti tibetani. P. Wei Heping, martire come Jerzy Popiełuszko. Non ci sarà più libertà a Hong Kong, senza che la stessa libertà arrivi anche per la Cina.

Hong Kong
È la fine di Hong Kong. Hong Kong, come l’abbiamo conosciuta e abitata finora, non c’è più. La Hong Kong del “un Paese – due sistemi” doveva durare almeno 50 anni, ha resistito solo per 18. La fine è arrivata con ben 32 anni in anticipo. La data di morte è il 30 dicembre 2015, poco dopo le 18. Alcuni testimoni avrebbero visto degli uomini costringere l’editore Lee Bo ad entrare in un furgone. Da allora non si sa più nulla di lui (v. foto). La moglie, disperata, ha ricevuto una telefonata da lui in cui, usando in modo innaturale la lingua mandarina, diceva di trovarsi in Cina, e che doveva assistere le autorità in un’indagine. Nel mese di ottobre altri tre piccoli editori erano spariti mentre si trovavano in Cina. Una quarta persona, pure piccolo editore di Hong Kong, era sparita mentre si trovava in Thailandia. Cinque editori di Hong Kong spariti nel nulla, come succede solo nei peggiori regimi fascisti, comunisti e militari. Avevano in comune la produzione e vendita di libri critici verso il partito comunista cinese. Libri che andavano a ruba proprio tra i turisti dalla Cina in visita a Hong Kong. E avevano in preparazione un nuovo libro, critico e forse salace, sul presidente Xi Jinping.

In passato ho scritto tante volte che a Hong Kong non c’è la democrazia, ma c’è almeno la libertà. Oggi non lo posso più affermare. Residenti di Hong Kong erano già stati imprigionati per motivi politici mentre erano in viaggio in Cina. Ma le operazioni di sicurezza politica cinese non si erano mai spinte fino all’interno di Hong Kong. Come ha giustamente osservato il leader democratico Lee Cheuk-yan, il sequestro di Lee Bo è quanto di peggio la gente di Hong Kong possa temere. Sparire nel nulla, nelle mani di agenti cinesi. La gente si è sempre sentita sicura a Hong Kong. Ora non lo è più. La polizia afferma che non c’è nessuna registrazione che dimostri che Lee Bo abbia passato la frontiera. Il governo di Hong Kong dice di non saperne nulla. C’è da credergli, dato che non conta niente. Gli agenti segreti non chiedono autorizzazione per procedere contro i dissidenti, né usano procedure legali. Le autorità della Cina tacciono. Anzi, qualcosa hanno ammesso: Lee Bo, pur avendo un passaporto britannico, rimane un cinese. Singolare concezione delle regole internazionali.

Lee Bo, editore scomparso ad Hong Kong
Le conseguenze del misterioso sequestro sono devastanti. I libri critici verso il regime cinese sono stati tolti dalle librerie della città. Yu Jie, dissidente cinese, che vive peraltro negli Usa, ha annunciato che Open, una casa editrice di Hong Kong, ha rinunciato a pubblicare il suo libro, già ultimato, sul leader Xi Jinping. L’editore capo di Open Magazine, la principale rivista-osservatorio di Hong Kong sulla Cina, ha annunciato che emigrerà negli Stati Uniti nelle prossime settimane. Chi si è esposto ha paura. Hong Kong era stata dispregiativamente descritta, dall’interno della Cina, come un ‘deserto culturale’. Era un’affermazione ingiusta. Ma ora sta diventando davvero un deserto culturale e conformista. Attraverso l’autocensura, con il minimo sforzo, il regime di Pechino ottiene risultati strepitosi.

Questa non è l’inizio della fine. È la fine. L’inizio è stato quando, ormai da qualche anno, non si è voluto in nessun modo dare vita al processo democratico per rispondere alla richiesta della popolazione e alle indicazioni della Basic Law, che regola la vita costituzionale di Hong Kong. L’agonia di Hong Kong durerà ancora qualche anno. Il mondo editoriale è già in mano ad amici del potere, compreso, purtroppo, il quotidiano in lingua inglese South China Morning Post. I giornalisti critici sono stati esclusi uno dopo l’altro, ma senza colpi di scena, e in poco tempo la soffice epurazione sarà completata. Verrà il momento in cui anche al mondo della scuola e poi a quello delle religioni verrà chiesto l’allineamento. È questione di tempo.

Nel frattempo già da qualche anno alcuni residenti di Hong Kong impegnati civilmente, compresi alcuni missionari stranieri, ricevono visite non richieste di gentili “studiosi” cinesi. Vengono fatte tante domande, richiesti punti di vista e informazioni. I loro modi sono cortesi e generosi, ma il senso di tali visite è purtroppo, fin troppo ovvio.

Le cose, in genere, non sono più complicate di quanto appaia. Basta aver occhi per vedere. Sotto il leader Xi Jinping il rispetto dei diritti umani e della libertà religiosa stanno drammaticamente facendo dei passi indietro. In Cina continua l’arresto, la sparizione o altri provvedimenti restrittivi contro i giornalisti. Salgono a 49 i giornalisti arrestati; mentre i giornalisti stranieri scomodi sono espulsi, l’ultimo caso riguarda la francese Ursula Gauthier, che aveva scritto un articolo circa la repressione subita dalla popolazione Uighur nella Cina occidentale. Purtroppo anche gli avvocati per i diritti umani, che costituivano una vera speranza, sono presi di mira. Più di 700, tra avvocati e collaboratori, sono stati sequestrati, arrestati, o impediti di operare.

Dal 2009 ben 145 fedeli tibetani si sono immolati con il fuoco in protesta contro la politica oppressiva in Tibet. Una tragedia sostanzialmente ignorata. Anche i cristiani soffrono. Più di mille croci sono state demolite, e numerose chiese. E soprattutto c’è il triste e inquietante caso di Wei Heping, un giovane e coraggioso prete della comunità cattolica sotterranea, trovato morto nel fiume Fen nello Shanxi in circostanze gravemente sospette. La tragedia è avvenuta lo scorso 7 novembre 2015. In un primo tempo, la polizia ha sbrigativamente classificato il caso come suicidio. Ma non è così. Da parte di molti c’è la convinzione che si tratti di una morte violenta, causata dal suo influente attivismo tra i giovani e in internet. Molti fedeli lo considerano un martire. Se così fosse, sarebbe il primo prete ucciso in Cina negli ultimi 25 anni. Un caso che fa pensare al prete polacco Jerzy Popiełuszko, ucciso da agenti governativi nel 1984, oggi beato. A Hong Kong Wei Heping è stato ricordato da centinaia di fedeli lo scorso 30 dicembre, proprio nelle stesse ore in cui Lee Bo veniva deportato in Cina.

Un amico giornalista non condivide del tutto il mio pessimismo circa le sorti di Hong Kong. Dice che Hong Kong ce la farà. Spero di cuore che abbia ragione. Il mio non è un pessimismo malinconico, ma una semplice lettura dei fatti. Le cose sono quasi sempre come appaiono, e finiscono quasi sempre come si prevede. Gli ultimi avvenimenti ci hanno mostrato che il destino di Hong Kong e della Cina è ormai lo stesso. Non ci sarà più libertà a Hong Kong, senza che la stessa libertà arrivi anche per la Cina.

venerdì 22 gennaio 2016

Geopolitica, la #Mongolia, schiacciata tra Russia e Cina sceglie il Giappone (e la Germania).

MONGOLIA
Schiacciata tra Russia e Cina, la Mongolia sceglie il Giappone
Alicia J. Campi

Il governo di UlaanBaatar esce dall’isolamento diplomatico internazionale e si propone come “perennemente neutrale” per evitare le numerose frizioni della regione. Si smarca dalle avance di Mosca e Pechino legando con Tokyo e Berlino ed espandendo i suoi mercati energetici. Nel frattempo, però, apre le sue steppe ai prodotti russi e cinesi per divenire il cuore del trasporto eurasiatico. Un'analisi per gentile concessione della Jamestown Foundation. Traduzione a cura di AsiaNews.


Washington (AsiaNews) – Nel corso dell’anno appena concluso, la Mongolia ha lavorato per istituzionalizzare il suo concetto “trilaterale” in politica estera. Questo prevede che la repubblica nord-asiatica si inserisca nel crescente rapporto fra Russia e Cina basato su energia, trasporti e cooperazione per lo sviluppo regionale. I successi più evidenti di questa filosofia sono stati gli incontri a tre fra i presidenti e i primi ministri dei Paesi coinvolti: entrambi i meeting sono avvenuti nel 2015.

Eppure la politica estera mongola non si limita a un avvicinamento graduale verso Mosca e Pechino. Nel corso dell’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente di UlaanBaatar Tsakhia Elbegdorj ha annunciato all’improvviso che la sua nazione è intenzionata a ottenere la qualifica di “neutralità permanente” dall’Onu.

Questa dichiarazione può essere interpretata come una manovra strategica da parte della Mongolia, che vuole evitare di essere vista come sostenitrice (e tanto meno vuole evitare di trovarsi incastrata) delle diverse e controverse azioni estere di Cina e Russia. Inoltre vuole sfilarsi dalle pressioni russe per l’ingresso nell’Unione economica eurasiatica (guidata da Mosca) e da quelle cinesi per l’adesione alla Shanghai Cooperation Organization.

In tutto questo, e in maniera molto significativa, a metà ottobre 2015 la Mongolia ha ospitato due delegazioni di altissimo livello da Germania e Giappone, i cosiddetti “terzi vicini”.

Il presidente tedesco Joachim Gauck ha visitato UlaanBaatar dal 14 al 16 ottobre per rinforzare i rapporti della partnership bilaterale fra Germania e Mongolia. In quell’occasione sono stati firmati due importanti memorandum d’intesa: un accordo per il commercio di concentrato di rame fra la mongola Erdenes Tsagaan Suvraga e la tedesca Aurubis e un altro per la costruzione di un impianto di estrazione e di raffinamento del petrolio fra a Mongol Alt Corporation, la Ferrostaal e la Euro Khan LLC. Alla Tsaagan Suuvarga sono stati garantiti 1.030 milioni di dollari americani in tre fasi, da spalmare in 18 anni: 334,4 milioni sono già stati investiti, mentre gli altri 686,6 milioni verranno dalla International Bank of Germany e da altri finanziatori [Mongolia.gogo.mn, 19 ottobre; Mongol Messenger, 16 ottobre].

Qualche giorno prima della visita di Gauck, inoltre, il ministero mongolo dell’Energia e la ThyssenKrupp (colosso tedesco indicato dal governo di Berlino) hanno firmato un accordo per la creazione di un’industria “green” per processare il gas metano dal carbone, come sancito nel corso dell’anno dal Parlamento di UlaanBaatar. La ThyssenKrupp sta progettando lo studio di fattibilità e addestrando il personale, mentre il lato mongolo si occupa delle licenze, dell’assistenza finanziaria e della selezione di un appaltatore mongolo per il progetto [Ubpost.mongolnewsmn, 18 ottobre]. Dopo la partenza del leader tedesco, infine, i due lati hanno discusso il finanziamento per il progetto di riabilitazione della centrale energetica Darhan-Erdenet e del progetto di trasmissione ad alto voltaggio UlaanBaatar-Mandalgobi [Montsame.mn, 20 ottobre].

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe si è invece fermato in Mongolia durante il viaggio verso le cinque nazioni dell’Asia centrale. La sua visita ufficiale è durata soltanto 4 ore, lo scorso 22 ottobre: Abe ha incontrato il capo dello Stato nella sua residenza, restituendo la visita fatta da Elegdorj a Tokyo lo scorso anno. Il governo mongolo ha spiegato che lo scopo della rapidissima visita era discutere come accelerare la messa in atto dell’Accordo di partenariato economico (Ape) stabilito fra le due nazioni. Abe ha dichiarato che la Mongolia “dovrebbe adottare politiche di sviluppo auto-sufficienti, campo in cui il Giappone è sempre desideroso di aiutare” [Mongolia.gogo.mn, 23 ottobre]. È comunque la seconda visita del premier nipponico in Mongolia, dopo quella avvenuta nel marzo 2013.

I commentatori mongoli ritengono che la visita-lampo sia un segnale importante del rinnovato interesse giapponese per una maggiore cooperazione economica. I due Paesi hanno sei campi di cooperazione già ben sviluppati.

1) L’accordo bilaterale Epa, della durata di 10 anni, che entrerà in vigore proprio nel 2016. Il documento permetterà a 8.100 prodotti mongoli l’ingresso in Giappone a prezzo scontato; circa 5.900 categorie di prodotti nipponici otterrà lo stesso privilegio in Mongolia.

2) Dopo la visita di Abe, l’ambasciatore Takenori Shimizu ha firmato un accordo fra i due governi con il primo ministro Chimed Saikhanbileg per iniziare a cooperare sulla ferrovia East Tsankhi, che conduce all’enorme giacimento carbonifero di Tavan Tolgoi.

3) Il Giappone presterà 200 milioni di yen (circa 1,6 milioni di dollari) alla Mongolia per ridurre il deficit del budget statale originato dal sostegno alle piccole e medie imprese. Non è chiaro però quali siano le condizioni del prestito e i tassi di interesse.

4) I lavoratori del settore edile mongolo saranno addestrati e poi assunti per lavorare ai progetti di sviluppo e alle attività edilizie collegate ai Giochi olimpici di Tokyo 2020.

5) Giappone e Mongolia si sosterranno in maniera reciproca all’interno delle organizzazioni internazionali, come avvenuto per l’elezione di UlaanBaatar all’interno del Consiglio dei diritti umani dell’Unicef e la candidatura di Tokyo a membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

6) La Mongolia continuerà a operare come intermediario fra Giappone e Corea del Nord sulla questione dei cittadini nipponici rapiti dal regime dei Kim [Mongolia.gogo.mn, 23 ottobre].

In effetti, uno degli immediati frutti della visita di Abe è stata l’elezione della Mongolia al Consiglio per i diritti umani dell’Unicef per il 2016-2018. L’elezione è avvenuta il 28 ottobre 2015 [mfa.gov.mn, 29 ottobre]. I funzionari mongoli hanno fatto lobby per mesi alla missione Onu di New York, e riconoscono che il Giappone è stato proprio uno dei maggiori sostenitori della loro campagna.

Nel corso di una conferenza stampa, il ministro degli Esteri Lundeg Puresuren ha annunciato l’approvazione di un progetto di collaborazione sulla protezione dell’ambiente, sui servizi di gestione di un nuovo aeroporto che sarà costruito in Mongolia grazie a un prestito giapponese, e su un progetto energetico regionale congiunto. Nel maggio 2015, Abe ha promesso un investimento di 110 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni in progetti di sviluppo delle infrastrutture in Asia. L’investimento contribuirà alla costruzione di un impianto di gassificazione del carbone [Mongolia.gogo.mn, 23 ottobre].

Da notare anche l’accordo siglato dai ministeri mongoli delle Finanze, Salute, Sport, Istruzione e Scienze con l’ambasciata nipponica e l’Asian Development Bank. Il testo garantisce 2 milioni di dollari dal Fondo giapponese per la riduzione della povertà, che andranno per migliorare i servizi sanitari per le fasce vulnerabili della popolazione e per riformare il settore dell’istruzione [Ubpst.mongolnews.mn, 27 ottobre].

Nei media giapponesi, la visita di Abe in Mongolia è stata descritta come l’ennesima prova della sua “inusuale ma profonda vicinanza con questa nazione, che in parte mira a rispondere alla decennale domanda su che fine abbiano fatto i cittadini giapponesi rapiti dalla Nord Corea”. Mentre la Mongolia è definita “impegnata a ricalibrare” i suoi rapporti con la Corea del Nord attraverso un rafforzamento delle relazioni economiche con il Giappone [Nikkei.com, 24 ottobre].

Invece i commentatori russi leggono in questa visita un significato militare e geostrategico. La visita, dicono, “dimostra la crescente importanza di controllare il territorio mongolo per le potenze mondiali”. Come prova, gli editorialisti russi indicano la conferenza congiunta di Abe con i suoi ospiti mongoli, nel corso della quale il premier giapponese ha ringraziato il governo di UlaanBaatar per aver sostenuto le nuove leggi sulla difesa di Tokyo. Inoltre, ha chiesto il coinvolgimento degli Stati Uniti per sviluppare ancora di più la partnership strategica con la Mongolia [Journal-neo.org, 6 novembre; mofa.gov.jp 24 ottobre 2014].

Schiacciata fra Cina e Russia, la Mongolia ha sviluppato una strategia “della steppa” per posizionarsi come corridoio di transito nel cuore dell’Eurasia e facilitare l’integrazione di infrastrutture e commercio fra i due grandi Paesi confinanti. Ma allo stesso tempo sta utilizzando la politica “del terzo vicino” con Giappone e Germania per espandere i suoi partner commerciali, evitando la “steppa”, l’isolamento e l’emarginazione.


Fonte: Asianews.it

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