venerdì 22 gennaio 2016

Geopolitica, la #Mongolia, schiacciata tra Russia e Cina sceglie il Giappone (e la Germania).

MONGOLIA
Schiacciata tra Russia e Cina, la Mongolia sceglie il Giappone
Alicia J. Campi

Il governo di UlaanBaatar esce dall’isolamento diplomatico internazionale e si propone come “perennemente neutrale” per evitare le numerose frizioni della regione. Si smarca dalle avance di Mosca e Pechino legando con Tokyo e Berlino ed espandendo i suoi mercati energetici. Nel frattempo, però, apre le sue steppe ai prodotti russi e cinesi per divenire il cuore del trasporto eurasiatico. Un'analisi per gentile concessione della Jamestown Foundation. Traduzione a cura di AsiaNews.


Washington (AsiaNews) – Nel corso dell’anno appena concluso, la Mongolia ha lavorato per istituzionalizzare il suo concetto “trilaterale” in politica estera. Questo prevede che la repubblica nord-asiatica si inserisca nel crescente rapporto fra Russia e Cina basato su energia, trasporti e cooperazione per lo sviluppo regionale. I successi più evidenti di questa filosofia sono stati gli incontri a tre fra i presidenti e i primi ministri dei Paesi coinvolti: entrambi i meeting sono avvenuti nel 2015.

Eppure la politica estera mongola non si limita a un avvicinamento graduale verso Mosca e Pechino. Nel corso dell’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente di UlaanBaatar Tsakhia Elbegdorj ha annunciato all’improvviso che la sua nazione è intenzionata a ottenere la qualifica di “neutralità permanente” dall’Onu.

Questa dichiarazione può essere interpretata come una manovra strategica da parte della Mongolia, che vuole evitare di essere vista come sostenitrice (e tanto meno vuole evitare di trovarsi incastrata) delle diverse e controverse azioni estere di Cina e Russia. Inoltre vuole sfilarsi dalle pressioni russe per l’ingresso nell’Unione economica eurasiatica (guidata da Mosca) e da quelle cinesi per l’adesione alla Shanghai Cooperation Organization.

In tutto questo, e in maniera molto significativa, a metà ottobre 2015 la Mongolia ha ospitato due delegazioni di altissimo livello da Germania e Giappone, i cosiddetti “terzi vicini”.

Il presidente tedesco Joachim Gauck ha visitato UlaanBaatar dal 14 al 16 ottobre per rinforzare i rapporti della partnership bilaterale fra Germania e Mongolia. In quell’occasione sono stati firmati due importanti memorandum d’intesa: un accordo per il commercio di concentrato di rame fra la mongola Erdenes Tsagaan Suvraga e la tedesca Aurubis e un altro per la costruzione di un impianto di estrazione e di raffinamento del petrolio fra a Mongol Alt Corporation, la Ferrostaal e la Euro Khan LLC. Alla Tsaagan Suuvarga sono stati garantiti 1.030 milioni di dollari americani in tre fasi, da spalmare in 18 anni: 334,4 milioni sono già stati investiti, mentre gli altri 686,6 milioni verranno dalla International Bank of Germany e da altri finanziatori [Mongolia.gogo.mn, 19 ottobre; Mongol Messenger, 16 ottobre].

Qualche giorno prima della visita di Gauck, inoltre, il ministero mongolo dell’Energia e la ThyssenKrupp (colosso tedesco indicato dal governo di Berlino) hanno firmato un accordo per la creazione di un’industria “green” per processare il gas metano dal carbone, come sancito nel corso dell’anno dal Parlamento di UlaanBaatar. La ThyssenKrupp sta progettando lo studio di fattibilità e addestrando il personale, mentre il lato mongolo si occupa delle licenze, dell’assistenza finanziaria e della selezione di un appaltatore mongolo per il progetto [Ubpost.mongolnewsmn, 18 ottobre]. Dopo la partenza del leader tedesco, infine, i due lati hanno discusso il finanziamento per il progetto di riabilitazione della centrale energetica Darhan-Erdenet e del progetto di trasmissione ad alto voltaggio UlaanBaatar-Mandalgobi [Montsame.mn, 20 ottobre].

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe si è invece fermato in Mongolia durante il viaggio verso le cinque nazioni dell’Asia centrale. La sua visita ufficiale è durata soltanto 4 ore, lo scorso 22 ottobre: Abe ha incontrato il capo dello Stato nella sua residenza, restituendo la visita fatta da Elegdorj a Tokyo lo scorso anno. Il governo mongolo ha spiegato che lo scopo della rapidissima visita era discutere come accelerare la messa in atto dell’Accordo di partenariato economico (Ape) stabilito fra le due nazioni. Abe ha dichiarato che la Mongolia “dovrebbe adottare politiche di sviluppo auto-sufficienti, campo in cui il Giappone è sempre desideroso di aiutare” [Mongolia.gogo.mn, 23 ottobre]. È comunque la seconda visita del premier nipponico in Mongolia, dopo quella avvenuta nel marzo 2013.

I commentatori mongoli ritengono che la visita-lampo sia un segnale importante del rinnovato interesse giapponese per una maggiore cooperazione economica. I due Paesi hanno sei campi di cooperazione già ben sviluppati.

1) L’accordo bilaterale Epa, della durata di 10 anni, che entrerà in vigore proprio nel 2016. Il documento permetterà a 8.100 prodotti mongoli l’ingresso in Giappone a prezzo scontato; circa 5.900 categorie di prodotti nipponici otterrà lo stesso privilegio in Mongolia.

2) Dopo la visita di Abe, l’ambasciatore Takenori Shimizu ha firmato un accordo fra i due governi con il primo ministro Chimed Saikhanbileg per iniziare a cooperare sulla ferrovia East Tsankhi, che conduce all’enorme giacimento carbonifero di Tavan Tolgoi.

3) Il Giappone presterà 200 milioni di yen (circa 1,6 milioni di dollari) alla Mongolia per ridurre il deficit del budget statale originato dal sostegno alle piccole e medie imprese. Non è chiaro però quali siano le condizioni del prestito e i tassi di interesse.

4) I lavoratori del settore edile mongolo saranno addestrati e poi assunti per lavorare ai progetti di sviluppo e alle attività edilizie collegate ai Giochi olimpici di Tokyo 2020.

5) Giappone e Mongolia si sosterranno in maniera reciproca all’interno delle organizzazioni internazionali, come avvenuto per l’elezione di UlaanBaatar all’interno del Consiglio dei diritti umani dell’Unicef e la candidatura di Tokyo a membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

6) La Mongolia continuerà a operare come intermediario fra Giappone e Corea del Nord sulla questione dei cittadini nipponici rapiti dal regime dei Kim [Mongolia.gogo.mn, 23 ottobre].

In effetti, uno degli immediati frutti della visita di Abe è stata l’elezione della Mongolia al Consiglio per i diritti umani dell’Unicef per il 2016-2018. L’elezione è avvenuta il 28 ottobre 2015 [mfa.gov.mn, 29 ottobre]. I funzionari mongoli hanno fatto lobby per mesi alla missione Onu di New York, e riconoscono che il Giappone è stato proprio uno dei maggiori sostenitori della loro campagna.

Nel corso di una conferenza stampa, il ministro degli Esteri Lundeg Puresuren ha annunciato l’approvazione di un progetto di collaborazione sulla protezione dell’ambiente, sui servizi di gestione di un nuovo aeroporto che sarà costruito in Mongolia grazie a un prestito giapponese, e su un progetto energetico regionale congiunto. Nel maggio 2015, Abe ha promesso un investimento di 110 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni in progetti di sviluppo delle infrastrutture in Asia. L’investimento contribuirà alla costruzione di un impianto di gassificazione del carbone [Mongolia.gogo.mn, 23 ottobre].

Da notare anche l’accordo siglato dai ministeri mongoli delle Finanze, Salute, Sport, Istruzione e Scienze con l’ambasciata nipponica e l’Asian Development Bank. Il testo garantisce 2 milioni di dollari dal Fondo giapponese per la riduzione della povertà, che andranno per migliorare i servizi sanitari per le fasce vulnerabili della popolazione e per riformare il settore dell’istruzione [Ubpst.mongolnews.mn, 27 ottobre].

Nei media giapponesi, la visita di Abe in Mongolia è stata descritta come l’ennesima prova della sua “inusuale ma profonda vicinanza con questa nazione, che in parte mira a rispondere alla decennale domanda su che fine abbiano fatto i cittadini giapponesi rapiti dalla Nord Corea”. Mentre la Mongolia è definita “impegnata a ricalibrare” i suoi rapporti con la Corea del Nord attraverso un rafforzamento delle relazioni economiche con il Giappone [Nikkei.com, 24 ottobre].

Invece i commentatori russi leggono in questa visita un significato militare e geostrategico. La visita, dicono, “dimostra la crescente importanza di controllare il territorio mongolo per le potenze mondiali”. Come prova, gli editorialisti russi indicano la conferenza congiunta di Abe con i suoi ospiti mongoli, nel corso della quale il premier giapponese ha ringraziato il governo di UlaanBaatar per aver sostenuto le nuove leggi sulla difesa di Tokyo. Inoltre, ha chiesto il coinvolgimento degli Stati Uniti per sviluppare ancora di più la partnership strategica con la Mongolia [Journal-neo.org, 6 novembre; mofa.gov.jp 24 ottobre 2014].

Schiacciata fra Cina e Russia, la Mongolia ha sviluppato una strategia “della steppa” per posizionarsi come corridoio di transito nel cuore dell’Eurasia e facilitare l’integrazione di infrastrutture e commercio fra i due grandi Paesi confinanti. Ma allo stesso tempo sta utilizzando la politica “del terzo vicino” con Giappone e Germania per espandere i suoi partner commerciali, evitando la “steppa”, l’isolamento e l’emarginazione.


Fonte: Asianews.it

lunedì 28 dicembre 2015

Antonino Zichichi: "le previsioni climatiche sul lungo periodo sono inattendibili." Così smonta i catastrofismi. (di Nicola Porro)

"Clima tra 10 anni? Incalcolabile" 
Così Zichichi smonta i catastrofisti
Il presidente della federazione mondiale degli scienziati è scettico: 
"Inattendibili le previsioni sul lungo periodo"
di Nicola Porro
Mentre lo intervistiamo è nel suo studio di Ginevra, impegnato al Cern. Antonino Zichichi, presidente della Wfs (World federation of scientist) e cioè della federazione degli scienziati mondiali, ha un atteggiamento scettico sulla pomposa riunione dei capi di Stato a Parigi sui problemi dell'ambiente.

O meglio il suo scetticismo è rivolto alle previsioni drammatiche fatte sul riscaldamento del pianeta. Zichichi non entra nel merito, ma critica il metodo, il modo in cui si pretende di sapere cosa avverrà al pianeta tra dieci o addirittura cinquanta anni.

Eppure, gli chiediamo, esisterà un modo rigorosamente scientifico di trattare l'evoluzione del clima?

«Per descrivere in modo matematicamente rigoroso l'evoluzione del clima, sono necessarie tre equazioni differenziali non lineari fortemente accoppiate. Differenziali vuol dire che è necessario descrivere l'evoluzione istante per istante nello spazio e nel tempo (nel dove e nel quando). Non lineari vuol dire che l'evoluzione dipende anche da se stessa. Esempio: il mio futuro dipende anche da me stesso. Fortemente accoppiate vuol dire che l'evoluzione descritta da ciascuna equazione ha enormi effetti anche sulle altre.Questo sistema di tre equazioni non ha soluzione analitica; il che vuol dire nessuno riuscirà mai a scrivere l'equazione dell'evoluzione del clima. L'unica strada è costruire modelli ad hoc. Un modello matematico non è la verità scientifica ma l'equivalente del dire È così perché l'ho detto io; non a parole, ma scrivendo formule che obbediscono a ciò che io penso sia la soluzione.

Ma Lei mi sta dicendo che non si possono fare previsioni?

«Le sto dicendo che le previsioni hanno senso solo a breve termine. Quelle sul tempo di domattina hanno margini di errori bassissimi, quelle tra 15 giorni sono inattendibili. Si figuri una previsione sul clima a dieci anni. Quello che funziona bene è il cosiddetto «now casting»; lo abbiamo scoperto noi con un progetto pilota della Wfs in Cina studiando il Fiume Giallo che causava migliaia di morti per le previsioni a lungo termine che davano troppo spesso falsi allarmi.La gente ignorava gli allarmi restando a casa. Fino a quando noi abbiamo introdotto le previsioni a breve termine: «now casting». Ecco perché il presidente Den Xiao Ping mi ricevette a Pechino come fossi un capo di Stato e mi disse che avrebbe sostenuto l'istituzione di un laboratorio mondiale per una scienza senza segreti e senza frontiere come facciamo al Cern e a Erice nel Centro di Cultura Scientifica che porta il nome del pupillo di Fermi, Ettore Majorana».

Professore, Lei nega che ci siamo delle emergenze ambientali?

«Io mi limito a dire che ci sono 72 emergenze planetarie che a differenza di quelle climatiche sono verificabili, certe, scientificamente provabili. Una di queste ad esempio e riguarda l'oggi, è l'acqua. Servirebbero molte risorse per renderla disponibile e pulita per milioni di persone come ha ricordato Papa Francesco».

Non negherà che l'uomo inquina e con ciò potrebbe compromettere il nostro futuro, ma anche il nostro presente.

«Si facciano leggi che puniscano severamente l'inquinamento senza confondere i veleni con le problematiche climatologiche, come sono CO2 ed effetto serra. Bisogna demonizzare i veleni che vengono impunemente versati nell'atmosfera.L'anidride carbonica (CO2) è cibo per le piante. Se nell'atmosfera non ci fosse stata CO2 non sarebbe nata la vita vegetale. E siccome la vita animale viene dopo quello vegetale noi non saremmo qui. L'effetto serra non è un nostro nemico. Se non ci fosse l'effetto serra la temperatura di questo satellite del sole sarebbe 18 gradi sotto zero. L'effetto serra ci regala 33 gradi».



Fonte: il Giornale

giovedì 24 dicembre 2015

La data del Natale non è «inventata». Perché la Tradizione è molto più precisa di quanto pensano fior di esegeti.

La data del Natale non è «inventata». 
Perché la Tradizione è molto più precisa di quanto pensano fior di esegeti
di Ruggero Sangalli


Il Natale è una festa molto strana. Tutti si scambiano regali, ma in genere l’unico al quale molti non preparano nessun dono è il vero festeggiato. Natale è il compleanno di Gesù. Non solo: è l’evento che ha prodotto un riferimento cronologico al calendario, prima e dopo l’anno dell’Incarnazione.

Stiamo infatti per completare il 2015° anno “dopo Cristo” del computo di Dionigi, che in effetti fu abbastanza preciso: gli si può solo imputare un errore giustificabilissimo di un anno in meno, non certo di sei o sette come sproloquiano molti esperti, esegeti inclusi.

E’ lecito qualche dubbio anche sulla data esatta del 25 dicembre: in effetti c’è chi vi ha visto un riferimento al solstizio d’inverno (ma allora il giorno 25 non andrebbe bene), chi ad altre feste pagane (ma il “Sol Invictus” fu festeggiato dai Romani il 25 dicembre solo dal III secolo dopo Cristo), chi ai nove mesi dopo il 25 marzo (considerato prima la data della creazione e poi dell’annunciazione), chi ancora come una reminescenza del 25 di Kislev, inizio della festa delle luci, che ben si addice al venire della Luce del mondo!
L’ipotesi più sensata sembra l’ultima: per quanto difficilmente sovrapponibile a una data fissa in un calendario solare, riferendosi -come per la Pasqua- a un calendario scandito dalla luna. Lo è anche perché tutte le date più significative della vita terrena di Gesù coincidono con le festività ebraiche e questa (dedicazione del tempio che fu profanato) ben si addice al “tempio di Dio”, di Gesù, Nuovo Adamo.

Pur lasciando qualche margine di incertezza sul giorno esatto, è tuttavia accertato che si trattasse del periodo in cui festeggiamo, a fine anno, ed è possibile stabilire con precisione (attraverso almeno una dozzina di solidi indizi) anche l’anno: il 2 a.C.

La Vergine Maria, mamma di Gesù, all’epoca aveva già compiuto quindici anni. Nove mesi prima, ancora quattordicenne, ricevette l’annuncio dell’Angelo. Maria sarebbe quindi nata nel 17 a.C. e la sua Immacolata concezione risale (di altri nove mesi anteriore) alla fine del 18 a.C.

Giuseppe non era anziano, ma poteva avere una trentina d’anni, età “giusta” per un isreaelita per dedicarsi alle “cose sacre” come era un matrimonio. La differenza di età tra i due, di una quindicina d’anni, non giustifica l’iconografia di un Giuseppe con la barba bianca.

L’età di Gesù

Per fissare l’età di Gesù si possono circoscrivere gli anni possibili attraverso alcuni punti fermi:

- dalla storia dei Romani sappiamo che Ponzio Pilato fu prefetto della Giudea e fu in carica dal 26 d.C. al 36 d.C.

- dal vangelo di San Luca sappiamo che la predicazione di Giovanni prese avvio nel XV di Tiberio, cioè tra la metà di settembre del 28 d.C. e la metà di settembre del 29 d.C.

- Gesù fu battezzato quando Giovanni era già abbastanza famoso ed era seguito da dei discepoli, alcuni dei quali saranno i primi a  mettersi alla sequela di Gesù.

- dal vangelo di San Giovanni sappiamo che la “vita pubblica” di Gesù è racchiusa in tre Pasque ebraiche: da quella a ridosso del miracolo di Cana, a quella decisiva per la redenzione.

- dai quattro vangeli sappiamo con certezza che Gesù fu crocifisso di venerdì, poco prima che iniziasse la festa di pasqua, che gli Ebrei celebrano a partire dal giorno 15 nisan.

- dalle tradizioni ebraiche sappiamo che il giorno in cui si immolavano gli agnelli era il 14 nisan; la pasqua ebraica coincide con la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera.

- nel calendario ebraico, calendario lunare, il 14 nisan coincide con la luna piena; in ogni calendario considerato i giorni della settimana sono sette e non ne è mai stato saltato uno…

- dai dati della NASA sappiamo che il 14 nisan coincidente con un venerdì ci fu (dopo il 26 e fino al 36 d.C.) soltanto negli anni 33 e 36 d.C.

- di San Paolo è fissabile l’incontro con il procuratore Gallione, inviato a Corinto nell’anno della XXVI acclamazione dell’imperatore Claudio concomitante con la sua XII acclamazione tribunizia, cioè nella primavera dell’anno 51 d.C., quando Paolo era già da un anno e mezzo a Corinto. Il concilio di Gerusalemme è quindi del 49 d.C. e i 14 anni descritti nella lettera ai Galati anticipano la conversione ad almeno il 35 d.C. (in realtà avvenne già all’inizio del 34 d.C.)

- Gesù lasciò questa terra ascendendo al cielo, quaranta giorni dopo la sua resurrezione avvenuta a inizio aprile, nel maggio del 33 d.C.

- le tre Pasque descritte nel vangelo di San Giovanni sono quelle del 31, del 32 e del 33 d.C.

- Gesù entrò in scena (Luca scrive “trentenne”), dopo il battesimo al Giordano, già nel 30 d.C.

- questo porta la data di nascita al 2 a.C. (l’anno zero non esiste e si passa dal 31/12/1 a.C. al 1/1/1 d.C.), durante la festa delle luci (Encenie) celebrata per otto giorni dal 25 del mese di kislev.

- Gesù nacque all’epoca in cui nascono gli agnelli, fine anno, durante una festa nota per la luce e per la gioia (si legga l’inizio del libro dei Maccabei), festa di dedicazione del tempio.

- Gesù alla sua morte/resurrezione aveva 33 anni e quattro mesi di età, come ha sempre sostenuto la tradizione.

Un interessante spunto cronologico deriva dai due scritti lucani, nel cui incipit in entrambi i casi l’evangelista Luca si rivolge a un illustre Teofilo. Stesso interlocutore, stesso periodo? E’ vero per la prima parte degli Atti, che sono in continuità con il Vangelo, riprendendo con l’Ascensione di Gesù i racconti della settimana santa. Dal capitolo 11 degli Atti Luca scrive in prima persona: è quindi un testo aggiuntivo a quello preesistente, necessariamente (il secondo) scritto attorno al 60 d.C., ma comunque molto dopo il vangelo e i primi capitoli degli Atti degli apostoli che risalgono -al più tardi-  all’inizio degli anni 40 del primo secolo.  Dal 47 d.C. e fino al 59 d.C. il testo degli Atti si interseca perfettamente con quelle lettere paoline che furono scritte in quegli anni.




Fonti:

mercoledì 15 aprile 2015

#PapaFrancesco: Armeni, "fu il primo genocidio del Novecento"

Armeni, "fu il primo genocidio del Novecento"
di Marco Respinti (dal sito La Nuova Bussola Quotidiana)



Le parole pronunciate dal Papa sul genocidio degli armeni hanno provocato una dura reazione da parte delle autorità turche. Il nunzio della Santa Sede ad Ankara Antonio Lucibello è stato convocato dal Ministero degli Esteri per esprimere il «disappunto» e la protesta del governo. Ankara ha poi richiamato il proprio ambasciatore presso il Vaticano.

Le parole e i gesti di un pontefice ‒ cioè del pontefice ‒ non sono mai solo di circostanza, nemmeno quando sono le circostanze a imporlo; ma le parole pronunciate e i gesti compiuti da Papa Francesco domenica 12 aprile nel saluto prima della Messa in San Pietro per i fedeli di rito armeno sono di una gravitas eccezionale. Proclamando dottore della Chiesa l’armeno san Gregorio di Narek (951-1003), alla presenza del presidente dell’Armenia Serž Sargsyan, del Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II, del Catholicos della Grande Casa di Cilicia Aram I e del Patriarca di Cilicia degli armeni cattolici Nerses Bedros XIX, il pontefice ha infatti ricordato solennemente il Metz Yeghérn (“Il grande male”), ovvero l’olocausto di 1 milione e 400mila cristiani armeni, compiuto dai Giovani Turchi tra 1915 e 1923 a pochi giorni dal centenario esatto, la notte tra il 23 e il 24 aprile, dell’inizio del massacro.

Non ha domandato il permesso a nessuno, il Papa, e senz’alcun giro di parole ha definito «genocidio» quell’eccidio. Lo ha fatto ben due volte in un messaggio in sé davvero breve. Una prima volta denunciando quella «sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino», in cui viviamo oggi, ovvero tempi di colossale menzogna e di cristianofobia davvero senza precedenti; e una seconda utilizzando le parole usate nella Dichiarazione comune sottoscritta nella cattedrale di Etchmiadzin dal Papa della Chiesa Cattolica san Giovanni Paolo II (1920-2005) e del Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II il 27 settembre 2001 nel 1700° anniversario della proclamazione del cristianesimo quale religione dell’Armenia: «il primo genocidio del XX secolo».

Attraversando come un rasoio le dispute degli storici e bypassando le controversie dei filologi, Francesco si è assunto la responsabilità culturale (e, da Papa, non solo quella culturale) di definire così il massacro dei cristiani armeni, per di più chiamando a testimone e vincolo il Magistero immutabile della Chiesa qui nella forma delle parole di san Giovanni Paolo II.

“Genocidio”, infatti, è un termine pesante, scomodo, addirittura tabù. Da usare con il contagocce, e giustamente. Perché non è mero sinonimo di “massacro”, ma un che di qualitativamente diverso. “Genocidio” è un neologismo, coniato ad hoc per supplire alle carenze della lingua di fronte a quel che i nazionalsocialisti fecero agli ebrei: che non era un eccidio, come i tanti purtroppo narratici dalla storia, ma il progetto cosciente e preciso di annientare per sempre un’intera porzione del genere umane e la sua relativa messa in atto. Non esisteva il vocabolo e l’avvocato polacco Raphael Lemkin (1900-1959) lo creò nel 1944 lavorando di cesello con il sostantivo greco genos e il latino genus, “popolo”, “stirpe”, “famiglia”, “parentela”. “Genocidio” ha dunque un preciso valore legale definito da un criterio oggettivo che invece “massacro” ed “eccidio”, per quanto gravi, non hanno: lo documenta acribicamente Carmelo Domenico Leotta in Il genocidio nel diritto penale internazionale. Dagli scritti di Raphael Lemkin allo Statuto di Roma (Giappichelli, Torino 2013). Perché vi sia “genocidio” non è sufficiente che un gran numero di vittime e una particolare efferatezza: serve che le vittime siano identificabili oggettivamente, oltre la parte in causa, come “gruppo umano” sufficientemente omogeneo e comunque identitario sul piano etnico, culturale o religioso, e che nei loro confronti venga progettato e tentativamente realizzato uno sterminio totale, sistematico ed esplicito in odio a quella loro omogeneità identitaria.

Grazie a ciò la storia ha dunque potuto trascinare in tribunale i nazisti per il genicidio degli ebrei e può accusare i turchi del genocidio dei cristiani armeni. La definizione di Lemkin ha infatti il vantaggio di essere retroattiva. Creata per colpire il Terzo Reich per un crimine creduto nuovo, è indispensabile per colpire crimini in realtà vecchi. Dato che il caso armeno ne soddisfaceva le condizioni, “genocidio” fu applicato al Metz Yeghérn e prima di esso al genocidio della Vandea, una regione dell’Ovest francese identitariamente cattolica a cui la benedetta cocciutaggine e la grande scienza storica di cui è dotato lo specialista Reynald Secher hanno dimostrato (non senza difficoltà, incomprensioni e guai) applicarsi le condizioni giuridiche richieste da Lemkin in opere imprescindibili quali Il genocidio vandeano (con una Prefazione di Pierre Chaunu [1923-2009] e una Presentazione di Jean Meyer, trad. it., Effedieffe, Milano 1991) e La guerra di Vandea e il Sistema di Spopolamento (trad. it., Effedieffe, Milano 1991) di Jean-Noël “Gracchus” Babeuf (1760-1797), da lui curato assieme a Jean-Joël Brégeon. Da allora, pur fra polemiche incessanti (e da quelle di basso cabotaggio, magari anche tra i “buoni”, non è proprio necessario lasciarsi distrarre), quella del genicidio vandeano è divenuta una scienza (quasi esatta), dotata di un formidabile strumento qual è il Centre Vendéen de Recherches Historiques di La Roche-sur-Yon, fondato nel 1994, e forte di pietre miliari come le 700 pagine di Vendée. Les archives de l’extermination (Éditions du CVRH, 2013) firmate dal suo fondatore, lo storico Alain Gérard docente alla Sorbona.

E il riferimento alla Vandea è obbligato perché non uno ma ben due Papi, san Giovanni Paolo II e Francesco, definiscono lucidamente quello armeno «il primo genocidio del XX secolo». Vale a dire che il secolo XX ha conosciuto, dopo, altri genocidi, per esempio quello degli ebrei ma non solo; e che quello armeno è il primo genocidio del Novecento ma non il primo in assoluto della storia, essendolo invece (questo è parte della “scienza quasi esatta” di cui sopra) quello vandeano. Papa Francesco lo sa bene e lo dice al mondo. Il Novecento ha cominciato con gli armeni, ha proseguito con gli ebrei e ha continuato indisturbato «in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia». Il Pontefice ha del resto avuto la profonda finezza storica di precisare che assieme al popolo armeno, «prima nazione cristiana», la follia genocida turca ha massacrato anche siri cattolici e ortodossi, assiri, caldei e quei greci che amano ancora definirsi antiocheni; non tutti lo sanno, non tutti lo vogliono sapere.

Ma il Papa non si è fermato ancora. Ha pure “osato” mettere sullo stesso piano, in modo politicamente scorretto quanto concettualmente precisissimo, nazismo e stalinismo, genocidi entrambi. Per il secondo la memoria va certamente almeno all’Holodomor, il genocidio ucraino per carestia indotta tra 1929 e 1933.

E la specchiata, riconosciuta superiorità del Papa a qualsiasi (malevolo) sospetto taglia del resto già le gambe a ogni eventuale quanto maliziosa critica: la retroattività del termine “genocidio” non relativizza affatto la gravità della Shoah ebraica allo scopo di cancellarla. Anzi. Se ogni genocidio è infatti certamente unico, comprendere e far comprendere che purtroppo il crimine genocida si è più volte ripetuto nella storia ‒ nella storia dell’evo moderno definito dalla secolarizzazione e delle ideologie ‒ serve a rafforzare la guardia. Avere dimenticato la Vandea, ha permesso l’Armenia e la Shoah, dice bene Secher in un suo libro del 1991, Juifs et Vendéens, d'un génocide à l'autre, la manipulation de la mémoire (Olivier Orban, Parigi). E lo stesso dice oggi al mondo il presidente dell’Armenia Sargsyan: «il Santo Padre ha lanciato un vigoroso messaggio alla comunità internazionale», che «i genocidi non condannati rappresentano un pericolo per l’intera umanità». Ovvio, dal suo punto di vista, che la Turchia scossa tra retaggio del nazionalismo laicistico e islamismo incipiente vada su tutte le furie. Ma ha torto marcio come tutti gli ideologi genocidi.

martedì 17 febbraio 2015

L'Italia che rifiuta la vita: appena 509mila nascite nel 2014 e la cifra choc di 100mila aborti! Negli ultimi anni, la proporzione tra aborti e nascite è stata (circa) 1 a 5.

L'Italia che rifiuta la vita
di Carlo Tiagrandi

Il dato avrebbe meritato ampia trattazione e spazi adeguati perché, di per sé, è clamoroso; ma, si sa: nel nostro tempo, le cose futili, in importanza, superano tutto. Così, basta dare una scorsa ai giornali per essere sommersi da San Remo e i suoi annessi, mentre il record negativo di nascite nel 2014 (dall’Unità d’Italia) veniva confinato in posizioni scarsette, per sparire, dai motori di ricerca, proprio del tutto.

Riassumendo: secondo l’Istat, i nati, l’anno scorso, sono stati 509mila (5mila in meno rispetto ai 514.308 del 2013), a fronte di 597mila morti (4mila in meno del 2013); il numero medio di figli per donna, inoltre, è stato pari a 1,39 (e, come è noto, è 2 il minimo di figli per coppia necessario perché la popolazione non si estingua). Sono numeri che contengono gravi implicazioni. Bastano poche considerazioni per comprendere quelle più immediate di natura economica: il Paese sta invecchiando. E sta invecchiando male. È ancora l’Istat, nel suo rapporto annuale, a rilevare come nei prossimi 30 anni, se persisteranno le dinamiche attuali, assisteremo ad un radicale capovolgimento della piramide demografica: nel 2041, la proporzione di over 65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni sarà più che raddoppiata, passando, al Sud, da 123 a 278, mentre al Centro-Nord da 159 a 242. Un problema serio, che metterà a repentaglio la sostenibilità, anzitutto, del sistema previdenziale, tenuto conto del fatto che, già oggi, l’Italia è il Paese europeo la cui spesa pensionistica è in assoluto la più alta (272,74 miliardi di euro nel 2013, pari al 16,85% del Pil).

Va da sé, inoltre, che un Paese che non fa figli erode la propria forza lavoro, perdendo capacità di produrre ricchezza: il rapporto tra la popolazione sopra i 65 anni e quella in età attiva (15-64 anni) era pari, al 1° gennaio 2015, al 33,7%. Nel 2011 (ultimi dati disponibili), le proiezioni indicavano, per il 2065, una crescita quasi doppia, pari al 59,7%. Tali previsioni, tuttavia, non inglobavano il recente peggioramento dell’evoluzione demografica che, oltretutto, non sarà neppure bilanciata dagli afflussi migratori: nel 2014, infatti, gli stranieri giunti in Italia per viverci sono stati 113mila, un decimo rispetto al 2013, quando furono 1 milione e 184 mila.

Le radici del problema sono lontane e basti ricordare che, esaurito il fenomeno dei baby-boomer, attorno alla seconda metà degli anni ’70 le crescite sono calate drasticamente in coincidenza con l'introduzione della legge sul divorzio. Ma in questa fase incide non poco anche la crisi economica: le nascite erano calate progressivamente fino a giungere a 526mila unità nel 1995. Da allora, hanno ripreso a crescere per poi tornare a contrarsi dal 2008, anno di inizio della crisi che si è declinata in precarietà e incertezza nel futuro. La disoccupazione giovanile (pur essendo calata di ben un punto rispetto alla precedente rilevazione) si attestava, a dicembre, sul 43%, più del doppio della media Ue, mentre circa 7 milioni di lavoratori percepiscono mediamente meno di mille euro al mese.

Tutto ciò contribuisce a far sì che le giovani coppie decidano di rinviare la nascita di un figlio in attesa di tempi migliori. Su tutto, pesa l’accanimento dello Stato. Il fisco italiano è, sostanzialmente, iniquo: disconosce la famiglia quale soggetto sociale e tassa in base alla capacità reddituale, senza tener conto del numero dei figli. Il che, val la pena ricordarlo, oltre ad essere antieconomico, è contrario anche alla Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva»; è chiaro che la capacità contributiva di chi ha figli è, in ragione del loro mantenimento, ridotta rispetto a chi non ne ha. Aggiungiamo che l’Italia, al netto del bonus bebé da 80 euro (che, in ogni caso, viene erogato per le famiglie con Isee inferiore ai 25mila euro, ovvero ad una platea piuttosto ristretta) si colloca per risorse destinate alla famiglia (in termini di sostegno al reddito, asili nido, strutture residenziali ecc…) al penultimo posto tra i Paesi europei, e che l’imposizione fiscale ha raggiunto il 42,6% del Pil, contro il 34,1% della media Ocse, e abbiamo un quadro abbastanza completo; dal punto di vista economico, almeno.

C’è un dato macroscopico, originato da ragioni essenzialmente culturali e la cui correlazione con il calo delle nascite, curiosamente, non è stata rilevata da alcun istituto o osservatorio: nel 2013, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, sono state notificate dalle Regioni 102.644 interruzioni volontarie di gravidanza. Certo, il calo delle nascite del 2014 non è un dato commensurabile con gli aborti prodotti nell’anno precedente; tuttavia, è sufficiente considerare i nati nel 2013 (514.308), i nati e le Igv (Interruzioni volontarie di gravidanza) del 2012 (rispettivamente, 534.186 e 107.192), per ipotizzare che, verosimilmente, il numero di Ivg del 2014 non si discosterà significativamente dall’anno precedente, ed ecco emergere un rapporto inquietante: negli ultimi anni, la proporzione tra aborti e nascite è stata (circa) 1 a 5.  

Nel frattempo - perché è giusto parlare ancora di San Remo -, una famiglia con 16 figli viene sbeffeggiata dal pubblico in sala, mentre la drag queen barbuto Conchita Wurst è salutato come il nuovo eroe dei diritti civili.


Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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