mercoledì 24 aprile 2013

Quindici anni nelle prigioni della Romania, tra sofferenze disumane. La testimonianza del vescovo Ioan Ploscaru.


Beati i perseguitati. Il racconto di un moderno martire.
Quindici anni nelle prigioni della Romania, tra sofferenze disumane. 
La testimonianza del vescovo Ioan Ploscaru, per la prima volta resa nota al grande pubblico.
di Sandro Magister

Almeno cinque volte nelle ultime due settimane papa Francesco ha richiamato l'attenzione sui "tanti nostri fratelli e sorelle che danno testimonianza del nome di Gesù anche fino al martirio".

Negli stessi giorni di questi appelli del papa, il vescovo romeno Alexandru Mesian è passato di città in città, in Italia, per presentare al pubblico la testimonianza di uno di questi martiri del nostro tempo, suo predecessore nella guida della diocesi greco-cattolica di Lugoj.

Il suo nome è Ioan Ploscaru. È morto nel 1998 a 87 anni, di cui quindici trascorsi in prigione in condizioni disumane. Per una sola colpa: quella di restare fedele alla Chiesa di Roma e quindi di rifiutare di passare alla Chiesa ortodossa, come ordinato dal governo comunista.

Era finita da poco la seconda guerra mondiale e, come in Ucraina, anche in Romania il regime voleva annientare la locale Chiesa greco-cattolica, con i suoi vescovi, i preti e i milioni di fedeli, mettendola furori legge e incorporandola a forza nella Chiesa ortodossa. Di fronte al loro rifiuto, nel 1948, tutti i vescovi furono arrestati. Moriranno in carcere. Altri vescovi, ordinati clandestinamente, presero il loro posto. Tra questi Ioan Ploscaru, cui impose le mani il nunzio vaticano a Bucarest, il 30 novembre 1948. Ma nelle catacombe resisterà solo pochi mesi. Nell'agosto del 1949 anche lui sarà arrestato.

E cominciò il suo calvario. Che egli poi raccontò in un libro di memorie. Il libro uscì in Romania nel 1993. Ma solo quest'anno ha varcato i confini del suo paese, in una edizione italiana molto ben curata, stampata dalle Edizioni Dehoniane di Bologna.

È un libro straordinario per molti motivi. Ricorda i "Racconti della Kolyma" di Salamov quando ritrae la ferocia degli aguzzini, spietata fino all’in­verosimile, tra umiliazioni che comprendevano "mangiare le proprie feci, vedersi u­rinare in bocca dai carcerieri, essere costretti a dichiarare di aver pratica­to atti sessuali aberranti con i propri genitori". Ma ricorda anche la serenità descrittiva e l'ironia del Solzenicyn de "L'arcipelago Gulag".

Soprattutto è il racconto di un'esperienza di fede. Che illumina anche le notti più buie. Che accende di stupore anche i più malvagi. Che arriva a provare misericordia anche per i più terribili persecutori.

Il regime comunista romeno crollò nel 1989. Nel 1990 Ioan Ploscaru poté riprendere possesso della sua cattedrale, che gli fu restituita dal metropolita ortodosso di Lugoj.

Qui di seguito c'è una piccola antologia del suo libro di memorie, con i titoli dei capitoli da cui sono ripresi i rispettivi brani.

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CATENE E TERRORE

di Ioan Ploscaru


A tutti noi, sacerdoti e vescovi greco-cattolici, fu offerta la libertà in cambio del passaggio alla Chiesa ortodossa. A me personalmente proposero diverse volte questo scambio fin dal mio primo arresto. Ma non si può patteggiare con la propria coscienza. Se avessi ceduto, sarebbe stata una grande sciagura per la mia coscienza e una confusione per quelli fra cui vivevo.

Nelle memorie che ho scritto non troverete lamenti gravi e tanto meno stati d'animo disperati, perché, offrendo tutte queste sofferenze a Dio, esse diventano sopportabili. Ma non avrei potuto sopportarle da solo, se Gesù non fosse sempre stato accanto a me e a tutti noi.

Ho considerato i nostri aguzzini quali "strumenti" e a nessuno d loro muovo alcuna accusa: anzi, desidero per quegli inquisitori una vera conversione a Dio e un vero e chiaro pentimento per tutto ciò che hanno fatto.

Sono stato in prigione per 15 anni, 4 dei quali in isolamento. Liberato nel 1964, sono stato ancora sorvegliato, pedinato, perseguitato. Anche negli anni seguenti ho continuato, a volte, ad avere paura.

Per tutte le sofferenze che ho dovuto sopportare, sia lodato Dio nei secoli dei secoli.

ALLA "SECURITATE" DI TIMOSOARA

La mia cella si trovata nel seminterrato. Le finestre erano rotte e la cella era molto fredda. Rimasi lì per tutto il mese di dicembre fino al gennaio 1950. Il freddo mi straziava. Venivo spesso condotto di notte agli interrogatori. Mi rimandavano indietro e, dopo mezz'ora, ero svegliato nuovamente per un altro interrogatorio. Il freddo della cella ghiacciata mi consumava. Dormivo molto poco, sempre con il desiderio di risvegliarmi per potermi muovere. Dalla finestra rotta entrava il gelo, lasciando tracce di brina sulla barba e sui vestiti. In tre settimane dimagrii tantissimo. Pregavo e offrivo tutto il freddo e tutte le prove al Salvatore.

METODI DI COERCIZIONE

Gli interrogatori, come pure le bastonate, avevano luogo proprio sopra la nostra cella. Ci rendevamo conto di ciò che stava succedendo dai rumori, che ascoltavamo con terrore. Poi le urla di quelli che venivano picchiati. Bastonavano le piante dei piedi con una barra di ferro. La vittima era poi costretta a correre se non voleva che i piedi si gonfiassero. Il supplizio si ripeteva. A tanti si slogarono le ossa del metatarso.

Ma più pesante di una bastonata era l'isolamento. Ti chiudevano in una cella vuota e sul pavimento di cemento versavano l'acqua. Dopo un giorno o due i piedi si gonfiavano e il cuore non resisteva più. La vittima o cadeva nell'acqua o chiedeva di essere portata fuori per "confessare".

JILAVA

Le perquisizioni erano un metodo di umiliazione. Ti controllavano nell'ano, agli organi genitali, in bocca, nelle orecchie. L'uomo nudo era per loro un oggetto di derisione. Simili perquisizioni si facevano più volte al mese, senza contare quelle fatte arbitrariamente dalle guardie.

Nella cella dove eravamo stati relegati il pavimento era di cemento ed era sempre umido, come umide erano le pareti, essendo la costruzione sotto il livello del suolo. Per dormire avevamo solo una striscia di 35 centimetri per persona. Nessuno poteva dormire supino, ma solo su un fianco. Quando qualcuno non poteva più sopportare la posizione ed era costretto a cambiarla, doveva svegliare tutti: si toccavano l'un l'altro sulla spalla e dovevano tutti voltarsi dall'altra parte.

La più pesante punizione che ci inflisse il comandante risale al mese di luglio 1950, quando fece inchiodare le finestre, facendoci rimanere per una settimana senz'aria e senza uscire. In piena estate, in una stanza di 18 metri quadrati, vivevano in un'aria soffocante 35 persone. Ad alcuni vennero eruzioni rosse sulla pelle, altri svenivano.

SIGHET, PRIGIONE DI STERMINIO

Il maggior supplizio del carcere di Sighet era la fame. La dieta alimentare in questa prigione era calcolata con grande cura perché il detenuto non morisse subito, ma deperisse gradualmente per la fame. Gli alimenti erano pochi e marci.

DI NUOVO ALLA "SECURITATE" DI TIMOSOARA

Le suore cattoliche erano costrette a stare d'inverno nell'acqua gelida a zappare, dapprima con il piccone e poi con le mani, a staccare pezzi di roccia, a metterli nel loro grembiule e a portarli sulla riva del fiume. Quasi tutte quelle suore, dopo la liberazione, in breve tempo morirono di tubercolosi o martoriate da reumatismi deformanti e acuti.

AL MINISTERO DEGLI INTERNI DI BUCAREST

Gli interrogatori eran molto pesanti. Ogni giorno venivo picchiato con schiaffi, con la sedia, con calci e facendomi sbattere la testa contro la parete. Come se ciò non bastasse, un giorno mi condussero nella camera di tortura. Avevano preparato due travicelli per legarmi ad essi e picchiarmi. Mentre quelli preparavano l'impalcatura io pregavo e offrivo a Dio le sofferenze e la vita.

LA PRIGIONE DI GHERLA

Arrivammo in un momento critico. I prigionieri avevano protestato contro l'oscuramento delle finestre con imposte di legno e la direzione aveva scatenato una violenta repressione. I poliziotti spararono dai tetti, usarono gli idranti, affamarono i prigionieri e alla fine li trascinarono fuori dalle celle e li bastonarono con spranghe di ferro. Nei corridoi il sangue era corso a fiumi. Si parlava di più di una trentina di morti. Anche il medico della prigione aveva impugnato una spranga e colpito a casaccio.

Con noi c'era un gruppo di contadini della Moldavia. Raccontavano le atrocità che erano state commesse in occasione della collettivizzazione. Alcuni avevano accettato, altri si erano opposti. Questi ultimi furono fatti entrare in una stanza del municipio dove li attendevano i cosiddetti "procuratori", che erano operai delle fabbriche. Chi aveva rifiutato doveva passare tra di loro. I "procuratori" avevano cacciaviti e punteruoli di ferro che piantavano senza esitazione nel corpo dei "reazionari". Quelli i cui organi vitali – fegato, reni, polmoni, vescica – erano stati lesionati, presto morirono. Gli altri sopravvissero con ferite gravi.

Nella cella eravamo ammucchiati quasi in 60. Erano contadini, legati con pesanti catene infisse con dei chiodi, cosicché non si potevano svestire né lavare. Dove stringeva la catena si era formata una crosta di sangue coagulato.

AL PENITENZIARIO DI PITESTI

A Pitesti, quelli che erano incatenati li lasciarono così da settembre fin quasi a Natale. Anzi, poiché si lamentavano di essere pieni di pidocchi, strinsero le loro catene. Quelli condannati a meno di 15 anni non vennero incatenati. Io avevo, appunto, 15 anni – la pena maggiore, a cui si sommavano le altre tre di 8 anni ciascuna – cosicché a volte mi mettevano le catene, altre mi lasciavano senza. Non mi rattristavo per le catene, anzi, le baciavo offrendole a Gesù: "Signore, se tu fossi adesso con noi, saresti sicuramente imprigionato e forse anche giustiziato!". Baciavo il mio vestito grezzo e sporco, considerandolo come il più caro paramento liturgico e consideravo le sbarre quali sante testimonianze del martirio: le baciavo in segno di accettazione affettuosa e piena di riconoscenza. Questo accadeva ogni volta che entravo in una nuova cella.

La prigione di Pitesti era disastrosa. Il tetto di lamiera, in quell'inverno del 1960, fu divelto dal vento. Le celle erano molto insalubri. Il soffitto freddo condensava i vapori, cosicché gocciolava permanentemente sui nostri vestiti, tenendoci in uno stato continuo di umidità. Quasi tutti i letti erano disposti su tre livelli e su ognuno c'erano due detenuti. In celle come la mia si trovavano più di 70 persone.

DEJ, CARCERE DI STERMINIO

Il regolamento della prigione di Dej era più severo che in ogni altro penitenziario. Quest'asprezza inumana era la prova che non c'era soltanto l'intenzione di isolarci, ma di sterminarci fisicamente.

Di giorno era vietato sdraiarsi sui letti. Ci obbligavano a sedere su una panca senza spalliera; in tal modo la sera eravamo sfiniti. Si parlava sottovoce, ogni conversazione era vietata. Alla sera dovevamo piegare i vestiti e metterli sulla panca, perché non li usassimo per coprirci. Era severamente proibito l'uso di lenzuola.

D'inverno le finestre dovevano rimanere aperte: perché ci fosse "aria fresca", dicevano i carcerieri. E d'estate venivano chiuse. Si puniva anche chi avesse osato fare esercizi di ginnastica.

Nonostante il divieto della direzione, non rinunziammo però alla preghiera, anzi pregavamo con maggior zelo, convinti che Dio fosse dalla nostra parte e noi dalla sua. Ogni giorno – dal momento della sveglia, che era alle 5 del mattino, fino alle 10 di sera – tutti mantenevamo il silenzio, recitando le nostre preghiere e meditando a lungo.

LA "NERA"

Nel febbraio del 1963, passai accanto a un maresciallo e non me ne accorsi. Per non averlo salutato fui punito con cinque giorni di isolamento, nelle celle chiamate le "nere". Era un inverno rigido. Quando fui condotto là, gli altri si spaventarono. Spesso quelli che uscivano dalla cella d'isolamento venivano portati sulle barelle, irrigiditi dal freddo.

Rimasto solo nella cella, al buio e al freddo, come sempre baciai il chiavistello offrendo le sofferenze a Gesù. Era quaresima e pensai che potevo fare gli esercizi spirituali. Sarebbe stato un periodo di penitenza. Ogni giorno ricevevo 250 grammi di pane e una gavetta d'acqua: il pane del dolore e l'acqua della tribolazione, pensai. Il sonno sul duro non mi sembrava così difficile. Vi ero allenato. Più difficile era sopportare il freddo, perché non avevo nulla per coprirmi.

A prescindere da tutte le privazioni cui fui sottoposto nella "nera", quei cinque giorni furono per la mia anima di grande consolazione. Rievocando la passione e la morte del nostro salvatore Gesù Cristo, le mie sofferenze erano infime. Rimasi sempre in meditazione e in preghiera. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?", domandava il santo apostolo Paolo.

Alla fine di quei cinque giorni, provavo dispiacere a lasciare la "nera", dove mi ero trovato da solo con Gesù. Quando il guardiano venne ad annunciarmi che potevo uscire, mi sembrò quasi che mi separasse da un luogo amato.

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Il libro:

Ioan Ploscaru, "Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania", Edizioni Dehoniane, Bologna, 2013, pp. 478, euro 30,00.

Fonte dell'Articolo:

domenica 17 marzo 2013

Il Papa ai giornalisti: mi chiamo Francesco perché vorrei una Chiesa povera e per i poveri.


Il Papa ai giornalisti: 
mi chiamo Francesco perché vorrei 
una Chiesa povera e per i poveri


Ho scelto il nome di Francesco d’Assisi, perché vorrei una Chiesa per i poveri, che difenda la pace e sia attenta al Creato: sono le straordinarie parole che Papa Francesco ha pronunciato a braccio nell’udienza agli oltre 6 mila giornalisti di tutto il mondo ricevuti in Aula Paolo VI, alcuni anche con le proprie famiglie. Il Pontefice ha aperto il suo cuore in un modo sorprendente per svelare la decisione che ha portato alla scelta del nome Francesco. Dal Papa anche una riflessione su come i media dovrebbero leggere gli eventi ecclesiali. L’indirizzo d’omaggio, in un’udienza particolarmente festosa, è stato rivolto da mons. Claudio Maria Celli, presidente del dicastero per le Comunicazioni Sociali.

Papa Francesco ha appena concluso di leggere il testo del suo discorso, quando comincia a parlare a braccio. I giornalisti presenti nell’Aula Nervi capiscono subito che stanno per assistere ad un evento nell’evento. Il Santo Padre, infatti, rivela le ragioni della scelta del suo nome. Racconta che al Conclave sedeva vicino a lui il cardinale Hummes che, una volta raggiunto il numero di voti necessari per essere eletto e dopo l’applauso degli altri cardinali, si è accostato al nuovo Papa e gli ha sussurrato: “Non dimenticare i poveri”:

“'Non dimenticarti dei poveri!'. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. L’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il Creato, in questo momento in cui noi abbiamo con il Creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”.

In un clima di grande gioia, quasi di confidenza tra il Pontefice e i giornalisti, Papa Francesco ha quindi riferito alcune battute riguardanti la scelta del suo nome da Papa:

“'Ma tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare …'. E un altro mi ha detto: 'No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente'. 'Ma perché?'. 'Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!'. Sono battute … Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto.”

Prima del fuori programma sulla scelta del suo nome, nome che è davvero un programma di Pontificato, Papa Francesco aveva offerto una riflessione su come i giornalisti dovrebbero "leggere" la vita della Chiesa:

“Gli eventi ecclesiali non sono certamente più complicati di quelli politici o economici! Essi però hanno una caratteristica di fondo particolare: rispondono a una logica che non è principalmente quella delle categorie, per così dire, mondane e proprio per questo non è facile interpretarli e comunicarli ad un pubblico vasto e variegato”.

La Chiesa, ha detto ancora, pur essendo infatti "anche un'istituzione umana, storica con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale: è il Popolo di Dio":

"Il Santo Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro con Gesù Cristo. Soltanto ponendosi in questa prospettiva si può rendere pienamente ragione di quanto la Chiesa Cattolica opera".

Il Papa poi ha ringraziato di cuore i giornalisti che in questi giorni hanno saputo osservare e presentare gli eventi ecclesiali nella “prospettiva più giusta: quella della fede”. E non ha mancato, con la sua spontanea genuinità che ha già conquistato il mondo, di riconoscere il grande lavoro fatto dalla stampa durante questi giorni:

“Avete lavorato eh! Avete lavorato…”.

“La Chiesa esiste per comunicare la Verità, la Bontà e la Bellezza”, ha ancora affermato il Papa, aggiungendo che dovrebbe apparire chiaro che “siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade”: “Verità, bontà e bellezza”. Papa Francesco ha quindi ribadito che lo Spirito Santo è il vero protagonista della vita della Chiesa. E' lo Spirito Santo, ha affermato, che "ha ispirato la decisione di Benedetto XVI per il bene della Chiesa, Egli ha indirizzato nella preghiera e nell'elezione i cardinali". “Cristo è il centro – ha poi soggiunto, riecheggiando Papa Benedetto – non il Successore di Pietro”. Prima di salutare di persona alcuni operatori della comunicazione, ha impartito la sua benedizione, parlando per la prima volta in pubblico in spagnolo, la sua lingua madre, da quando è stato eletto alla Cattedra di Pietro:

“Muchos de ustedes no pertenece…
Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore impartisco questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica”.


Testo proveniente dal sito Radio Vaticana 

domenica 17 febbraio 2013

Blognotes /6 - Controcorrente. Un festival da dimenticare? No salviamo le canzoni.


Se leggiamo od ascoltiamo i commenti al Festival di Sanremo sentiamo parlare di qualità, di eleganza e di raffinatezza. Viene da chiedersi quale festival abbiano visto. Se da un lato la parte del festival dedicata alla canzone è stata un successo; bella l'idea delle due canzoni per artista, quasi tutti belli i brani presentati. Dall'altro lato abbiamo assistito ad uno dei peggiori festival della storia per quanto riguarda la conduzione (e la scenografia, ma dove erano i fiori della città dei fiori?)

Andiamo controcorrente. Nel giorno delle celebrazioni della "coppia" applaudita dall'intellighenzia radical chic e da un buon successo di pubblico ci discostiamo e diciamo che non abbiamo visto lo stesso spettacolo.

Cominciamo con Luciana Littizzetto, proclamata regina del Festival, ma cosa ha dato a Sanremo se non una serie di banalità farcite di parolacce e volgarità oltremodo gratuite? La qualità è non saper fare un discorso senza qualche turpiloquio? Tra gnocca, tette, cacca e via dicendo sembra di stare nella Cloaca Massima, e poi questi due presentatori che si danno uno della cretina e l'altra dell'idiota. Riesce a far ridere solo con battute offensive ma soprattutto non rispetta nessuno, a partire dal pubblico.
E' eleganza la maleducazione? Il togliersi le scarpe, fare gestacci e sedersi sul palco (letteralmente) come se si fosse a casa propria? Libertà e bravura è fare un banale  monologo contro la violenza sulle donne che tutti CONDANNIAMO? Monologo che arriva in parte da un libro che la Littizzetto ha pubblicato a fine 2012: "Madama Sbatterfly". Lì ci sono battute come "Dire ti amo non provoca impotenza", "Il Creatore non ha detto: E la suocera fece l'arrosto, fatelo sempre così in memoria di me". E lì c'è pure, seppur in una forma leggermente diversa, il rimprovero ai maschi per l'odore dei piedi, "arma di distruzione di massa". Anche "dormire sul vostro omero ci dà un po' la sensazione di poggiare la mandibola su un ramo secco di castagno" non è nuova: c'era già in una rubrica che la stessa Littizzetto teneva sul quotidiano torinese "La stampa", al pari della battuta sulle russate forti al punto che sembra di dormire "ai piedi dello Stromboli". Il fatto di essere bruttina e bassina la rende libera di fare e dire tutto? Evidentemente si, ma visto che si dice che pensando male ci si azzecca, viene il dubbio che la dote principale della comica torinese sia l'essere di sinistra. Non contenta ha ponteficato anche sulle coppie gay: “L’amore è l’amore e uguale in tutte le sue forme”. Ennesima mancanza di rispetto verso tutti coloro che non la pensano così. Ormai, purtroppo, dobbiamo piegarci all’imperante fascismo culturale che una piccola élite cerca di spargere tra il popolino.

Quale messaggio è uscito dal festival? Cosa ci hanno voluto dire Fazio ed i suoi autori? Ripropongo l'intervento di oggi su "ilGiornale di Giuliano Ferrara: "Odio quella violenza (sulle donne), ma la campagna sul femminicidio, come quella sui matrimoni gay, come quella sull'omofobia, come ieri quella sul diritto di avere figli o sul diritto di morire, è solo parte di un gigantesco movimento nella direzione del banale universale che anche in Italia, dove il fondo cristiano-cattolico aveva fino adesso funzionato da revulsivo, sta per trionfare definitivamente."

Un festival infarcito di buonismo e di attacchi a quei valori che sono l'unico argine al tracollo definitivo della nostra società. Sul sito della Bussola Quotidiana, Riccardo Cascioli scrive: "Questa edizione del Festival di Sanremo passerà probabilmente alla storia per la crociata a favore del matrimonio gay. Iniziata già nella prima serata con l’ormai nota esibizione sul palco di due uomini in procinto di sposarsi a New York, perché l’Italia non glielo permette, ha avuto un seguito anche ieri sera con il monologo sull’amore recitato da Luciana Littizzetto in cui, tra l’altro, ha esaltato l’amore fra persone dello stesso sesso." e ancora Rinaldo Pozzi: "Bravo Fazio, piazzare nella prima serata di Sanremo un vero e proprio spot gratuito per i matrimoni gay è un colpo da maestro. Per giunta, senza nemmeno un fischio in sala, visto che la platea aveva già dato. A questo punto ci chiediamo: ma il servizio “pubblico” a chi risponde? Che interessi difende? Perché gli italiani devono ancora pagare con le tasse una tv di Stato che finge di rispettare le opinioni di tutti (seguendo l’idiota par condicio) facendo poi passare messaggi di parte di questo tipo? Non è anche questa politica? Cosa sarebbe accaduto se avessero dato spazio senza motivo a un’associazione antiabortista? La guerra civile?"

Ed accenniamo brevemente alla politica portata sul palco dell'Ariston, abbiamo visto tutti la penosa esibizione di Crozza che come sempre ha attaccato (più o meno) tutti, destra, sinistra e centro. Ma nel Festival più politico degli ultimi anni, in un Sanremo da record per il numero di polemiche preventive, quell'apertura del comico ligure con l'imitazione di un Cavaliere spregiudicato e che afferma "voglio rovinare il Paese" è stata un pugno nello stomaco. Un colpo di spada, non di fioretto. Sì, è vero, poi sarebbero arrivate anche le imitazioni necessarie per riequilibrare la par-condicio. Sì, è vero, tutti lo sapevano e lo immaginavano. Ma è altrettanto vero che, considerando le premesse, Crozza ha deluso anche il suo pubblico con un'esibizione sottotono e loffia.

Il tentativo (fallito) fatto da Fabio Fazio di strumentalizzare il calciatore del Torino Angelo Ogbonna che alla domanda se fosse giusto dare la cittadinanza ai figli degli immigrati già alla nascita ha risposto coraggiosamente che no, è più giusto che decidano al raggiungimento della maggiore età. Colpito ed affondato.

Il "se non ora quando" gridato dalla Littizzetto più che una difesa delle donne che ci vede tutti d'accordo sembrava uno slogan da campagna elettorale, una strumentalizzazione politica di un problema che ovviamente non ha una divisione destra-sinistra come vorrebbero a sinistra.

Emblematica la triste esibizione comica (?) di Claudio Bisio, sottotono ed obbligato ad un intervento che altro non è stato se non politico (mascherato da discorso "sociale" per evitare l'effetto Crozza, caduto malamente nella prima puntata). Bisio ieri sera non sembrava lui, sottotono, imbarazzato, senza grinta, lontano dal brillante comico che per tanti anni ha tenuto banco a Zelig, Bisio non è mai partito.
Ha cominciato il suo intervento con un suo vecchissimo pezzo di repertorio, giocando con Paperino, Qui, Quo e Qua e le mucche. Una scusa per dire «ma come si fa a non parlare di politica?», ti tocca parlare per mezz'ora del nulla, e dunque - per qualche secondo pareva il Grillo dei poveri - si è lanciato in un «abbasso! mandateli tutti a casa, fanno promesse e non le mantengono, distruggono l'Italia». Ma chi? «No, non i politici. Ma che li vota, i cittadini, di cui i politici sono lo specchio...» Poteva essere un bel punto di partenza per fare un divertente ritratto degli italiani, di quelli che non battono mai gli scontrini, di quelli che prendono le pensioni da ciechi e accompagnano in macchina la mamma, delle pulzelle che si abbarbicano a un riccone pensando di aver avuto l'idea per prime. Invece, la gag non prendeva vita e Bisio si è ritrovato a ripiegare su battute scontate come «quelli che fanno casini (con la c minuscola) come andare al Family day con due famiglie», o che - per coerenza - «i comunisti devono mangiare i bambini», «i fascisti devono invadere l'Abissinia» e «i cattolici devono andare a messa». Insomma, promesse non mantenute: alla vigilia sembrava che il comico potesse mettere in piedi un momento comico dedicato al sociale in contrasto con quello di Crozza che ha preso di mira i leader politici. Invece, meglio non fare confronti...(da Il Giornale).

Ma il sottotitolo del Festival recita "della canzone italiana". E quella è la parte che vogliamo ricordare. Fortunatamente c'erano le canzoni, e proprio le canzoni hanno salvato un festival altrimenti da dimenticare, volgare, banale e pieno di messaggi negativi come mai si era visto.

mercoledì 30 gennaio 2013

Storie curiose - La famiglia Lykov, per quarant'anni nella taiga siberiana senza nessun contatto esterno.


Oggi incontriamo nel nostro viaggio una storia certamente curiosa ed incredibile. Soprattutto per noi oggi, cittadini del mondo ed abituati ad essere circondati dalle informazioni.
Si racconta di soldati giapponesi relegati su qualche isoletta del Pacifico che solo dopo anni siano venuti a sapere della fine della Seconda guerra mondiale, ma non è molto conosciuta la storia di una famiglia russa che ha vissuto per quarant'anni, nella taiga siberiana desolata senza alcun contatto con il mondo circostante.


Si tratta dei Lykov, il padre Karp Osipovich, la madre  Akulina, i due figli Dmitry e Savin, e le due figlie Natalia e Agafya. Sono loro, forse, gli ultimi eremiti della storia. Tagliati consapevolmente fuori dal mondo, infischiandosene di Stalin e di Gagarin, ma anche della Seconda Guerra Mondiale, di cui in realtà non hanno mai sentito parlare, né del suo inizio né della sua fine.

Come spiega la versione online della Smithsonian Institution, i Lykov, channo trascorso la loro esistenza nella taiga siberiana, senza alcun contatto umano, dal 1936 al 1978, al confine con la Mongolia, in una capanna di legno, vicino al fiume Abakan, senza avere nessun contatto esterno, a 240 chilometri dal più vicino insediamento. Senza giornali o tecnologia, tanto da non sapere nulla dello scoppio (e della fine) della Seconda guerra mondiale nè di Hitler o altro. Karp Lykov, il capofamiglia, la moglie Akulina e due figli di 9 e 2 anni al momento della partenza, facevano parte di una setta religiosa ortodossa perseguitata dagli Zar e dai sovietici, così, dopo che le armate rosse spararono al fratello di Karp, scelsero di nascondersi nelle campagne. Qui hanno vissuto di agricoltura, e nel frattempo la famiglia si è allargata con altri due bambini.
La loro storia è raccontata anche nel libro “Siberia per due. Madre e figlia lungo lo Enisej” di Laura Leonelli:
Era successo in una regione dei monti Altaj, quasi sul confine con la Mongolia, là dove nasce lo Enisej. Tra quelle montagne vivevano il “vecchio credente” Karp Lykov e la sua famiglia, da secoli in fuga e in solitudine dopo le scomuniche di Pietro il Grande e Caterina II. Per loro la Siberia era diventata una seconda patria, una terra libera. Vivevano tranquilli. Ma una mattina del 1938 una pattuglia della guardia forestale sovietica si presentò alla porta di casa, intimando a madre, padre e due figli di lasciare la proprietà – in tutto una povera isba e qualche campo coltivato – perché quelle terre sarebbero entrate nella riserva dei Monti Altaj e nessuno avrebbe potuto né cacciare né coltivare. Se proprio volevano rimanere, i Lykov potevano trovare impiego come guardiacaccia, visto che nessuno meglio di loro conosceva le foreste. Ma i Lykov rifiutarono l'offerta e si rimisero in cammino, fino a che non raggiunsero un angolo ancora più remoto della Taiga, lungo le rive del fiume Abakan, un affluente dello Enisej.
I quattro giovani Lykov hanno vissuto senza sapere nulla del mondo esterno e tutto ciò che hanno sentito è rappresentato dalle storie raccontategli dai genitori. E Karp e Akulyina vivevano nella più totale ignoranza su ciò che stava accadendo là fuori. Almeno fino a quando un gruppo di geologi sovietici guidati da Galina Pismenskaya (nella foto-articolo, sulla sinistra). Il gruppo di geologi sorvolava con un elicottero la zona ed intravide dall’alto per caso il padre e i quattro figli e poi li raggiunse grazie a una faticosa marcia nei boschi.
Queste sono le  prime impressioni della scienziata:

Accanto ad un ruscello c'era una dimora. Annerito dal tempo e dalla pioggia, il rifugio è stato tirato su con le cortecce e i detriti della taiga, steccati e tavole. Se non fosse stato per una finestra delle dimensioni del mio zaino, sarebbe stato difficile credere che delle persone vivevano lì. Ma era proprio così, non c'è che dire …. Il nostro arrivo è stato subito notato, come abbiamo potuto poi constatare.La porta cigolò e la figura di un uomo molto vecchio emerse alla luce del giorno, sembra uscito da una fiaba. A piedi nudi. Indossa una camicia rattoppata con juta e pantaloni dello stesso materiale. E aveva una lunga barba incolta. Aveva i capelli arruffati. Sembrava spaventato ed era molto attento a noi …. Abbiamo dovuto dire qualcosa, così ho cominciato: “Auguri, nonno! Siamo venuti a trovarla!”Il vecchio non rispose subito …. così, abbiamo sentito una vocina incerta: “Be', dal momento che hanno viaggiato fino a qui, potremmo anche farli entrare” [...] Il silenzio fu improvvisamente rotto da singhiozzi e lamenti. Solo allora abbiamo visto le sagome di due donne. Una era in crisi isterica e pregava: “Questo è per i nostri peccati, i nostri peccati”. L'altra svenne. Erano terrorizzate. E' a quel punto che ci siamo resi conto che dovevamo uscire da lì il più velocemente possibile”.

La loro storia è raccontata per la prima volta da un giornalista della Komsomol’skaja Pravda, Vasilij Peskov (Actes Sud, in Francia, ha pubblicato con grande successo il suo libro Eremiti nella taiga). Per più di un decennio ha tenuto contatti stabili con loro e ne ha riferito ai suoi lettori che a decine di migliaia si sono appassionati alla vicenda, facendo a gara nell’inviare consigli e aiuti materiali, e sperando di indurre almeno la più giovane, la straordinaria Agafia, a rompere il suo isolamento. Ma lei prima si incuriosisce, poi, alla fine, si ritrae.

Per Agafia quanto è vivo nella memoria tramandata è ancora solo l’epoca in cui la Russia si sbranò su come ci si dovesse fare il segno della croce – se con due dita o con tre –, tutto il resto è ignorato. (Per questa diversità liturgica venne tagliata la lingua a migliaia di persone, mentre decine vennero bruciate vive o si autoimmolarono). Tuttavia Agafia riesce a conservare una serena saggezza e intelligenza del vivere.






giovedì 24 gennaio 2013

Il Papa: portare "la luce gentile della fede" nei social network, non sono mondi paralleli.

Il Papa: portare "la luce gentile della fede" 
nei social network, non sono mondi paralleli.


I social media hanno bisogno dell’impegno di tutti i credenti. E’ l’esortazione di Benedetto XVI nel Messaggio per la 47.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali incentrato sul tema “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”. Nel documento, pubblicato oggi, il Papa sottolinea dunque che bisogna portare il Vangelo nei social network. Le reti sociali, scrive, non sono mondi paralleli e possono essere strumento di evangelizzazione e fattore di sviluppo umano. 

I social network sono alimentati “da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo”. Benedetto XVI parte da questa constatazione per sviluppare il suo pensiero sull’importanza delle reti sociali per i cristiani. Questi spazi, osserva, “quando sono valorizzati bene e con equilibrio, possono rafforzare i legami di unità tra le persone e promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana”. E avverte che le persone che vi partecipano “devono sforzarsi di essere autentiche”, perché in questi spazi “in ultima istanza si comunica se stessi”. Al contempo, annota il Papa, la cultura dei social network pone “sfide impegnative a coloro che vogliono parlare di verità e di valori”. Il Papa non nasconde che a volte, “la voce discreta della ragione può essere sovrastata dal rumore delle eccessive informazioni” e non trova l’attenzione di chi invece si esprime “in maniera più suadente”. Ma proprio per questo, i social media hanno bisogno dell’impegno di tutti coloro che “sono consapevoli del valore del dialogo, del dibattito ragionato”. Anche perché, scrive, “dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre”.

Il Papa rivolge dunque il pensiero proprio all’impegno dei credenti nelle reti sociali. E indica nell’essere inclusivi, la versa sfida dei social network. I credenti, è la riflessione del Papa, “avvertono sempre più” che se il Vangelo non è fatto conoscere “anche nell’ambiente digitale, potrebbe essere assente nell’esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante”. E ribadisce: “L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale”, ma è “parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani”. Il Papa soggiunge che l’uso dei social network è richiesto “non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere” al Vangelo di “raggiungere le menti e i cuori di tutti”. Evidenzia quindi che l’autenticità dei credenti nelle reti sociali “è messa in evidenza dalla condivisione della sorgente della loro speranza e della loro gioia: la fede”. Una condivisione che deve consistere nella testimonianza del Vangelo, perché è la persona di Gesù Cristo a rispondere alle domande più radicali dell’uomo. Anche nell’ambiente digitale, “dove è facile che si levino voci dai toni troppo accesi e conflittuali” e a volte prevale il sensazionalismo – è il suo monito – “siamo chiamati a un attento discernimento”.

I cristiani sono dunque chiamati a portare nei social network la “luce gentile della fede”, come diceva il Beato Newman. I social network, prosegue, “oltre che strumento di evangelizzazione, possono essere un fattore di sviluppo umano”. E constata che le reti “facilitano la condivisione delle risorse spirituali e liturgiche” e, anzi, possono “anche aprire ad altre dimensioni della fede”. Molte persone, infatti, scoprono on line esperienze di fede, di comunità o anche di pellegrinaggio. E così, rendendo il Vangelo “presente nell’ambiente digitale” si possono invitare le persone a vivere incontri di preghiera e celebrazioni in luoghi concreti, come chiese e cappelle. Il Papa conclude il suo messaggio con un’esortazione ai fedeli affinché non ci sia “mancanza di coerenza o di unità nell’espressione” e testimonianza del Vangelo sia nella realtà fisica che in quella digitale.

fonte: http://it.radiovaticana.va/

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