lunedì 10 febbraio 2014

10 Febbraio - Il Giorno del Ricordo delle vittime delle Foibe e dell'esodo giuliano-dalmata - La storia (I).

Il 10 febbraio si ricordano le vittime delle Foibe e l'esodo giuliano-dalmata

Il Giorno del Ricordo
di Cristina Raschio

L'esodo giuliano-dalmata (dal sito di Roma Capitale)
E' solo del marzo 2004 la legge che istituì, il Giorno del Ricordo. Un silenzio di decenni definito da Claudio Magris "oltraggioso", una pagina considerata tra le più drammatiche della storia italiana.

Per 60 anni è stata inghiottita nel silenzio, annullata, cancellata. Proprio come migliaia e migliaia di persone: inghiottite, cancellate, annientate in quelle foibe della Venezia Giulia e della Dalmazia diventate il simbolo di un eccidio. È proprio lì, in quelle voragini carsiche tipiche dell'Istria, che fra il 1943 e il 1947 furono gettati dalla furia dei partigiani comunisti jugoslavi di Tito, vivi e morti, migliaia di italiani. A essere inghiottita è stata una tra le pagine più dolorose della storia nazionale. Morti, migliaia di morti. Ed esuli. Centinaia di migliaia di persone costrette all’esodo dalle proprie terre della Venezia Giulia e della Dalmazia. Costrette a fuggire in altre città italiane o all’estero: chi in America, chi in Australia. Un esodo durato oltre 10 anni.

Una storia che è stata dimenticata per anni dalla memoria collettiva, ma mai cancellata dalle menti di chi ha perso qualcuno, qualcosa, se stesso. Negli anni Novanta la politica interrompe quel silenzio e inizia a reinteressarsi di quella tragedia. Solo nel 2004, esattamente dieci anni fa, arriva una legge, una norma che istituisce il giorno del ricordo per le vittime delle Foibe e dell’esodo. Quel giorno sarà ed è il 10 febbraio e oggi ricorre il decimo anniversario.

La storia 


La prima grande ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell'armistizio dell’8 settembre 1943: inizia un periodo di sbandamento, l’esercito italiano si dissolve e in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano 'nemici del popolo’. Il massacro si ripete nella primavera del 1945, quando le truppe di Tito occupano Trieste, Gorizia e l'Istria. Le vittime sono gli italiani: non solo fascisti, ma anche personaggi che potevano rappresentare una classe dirigente dell’antifascismo perché punti di riferimento dell’opinione pubblica non allineata al nuovo potere. Tito si accanisce anche contro i partigiani, con i membri del Comitato di liberazione nazionale, contro tutti coloro che volevano difendere la comunità italiana. Sarebbero stati d’impiccio al suo grande progetto politico di annessione di quei territori. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini, ha raccontato a Mixer nel 1991 Graziano Udovisi, rappresentante della milizia italiana a Trieste e sopravvissuto a una foiba.

L'esodo giuliano dalmata

Zara è la prima città ad essere abbandonata dopo i bombardamenti angloamericani del 1944. Poi tocca a Fiume, alla fine della guerra. E' rimasta al di là di una linea tracciata su una carta geografica: la linea Morgan.
Il 9 giugno 1945 Tito e il generale inglese Alexander dividono questa travagliata zona di confine in due parti: la provincia di Trieste e una parte di quella goriziana chiamata zona A passano sotto il controllo angloamericano; la zona B, di fatto tutta l'Istria, passa sotto il governo jugoslavo. Sarà un accordo temporaneo. La decisione definitiva sarà presa dalle nazioni vincitrici della guerra alla conferenza di pace di Parigi del 1947: l'Istria e la Venezia Giulia fino a Gorizia vanno alla Jugoslavia. Trieste e cinque piccoli comuni, la nuova zona A, e una piccola parte dell'Istria settentrionale, la zona B, costituiranno un territorio libero sotto la sovranità internazionale. Il trattato di pace trasforma la decisione di singoli in un vero esodo di massa. Pola, Parenzo, Rovigno, Montoro, Albona e decine di piccoli centri della costa istriana vengono abbandonati.
Il 5 ottobre 1954 arriva la definizione dei confini con il memorandum di Londra che sancisce: l'Italia assume la diretta amministrazione di Trieste e della sua provincia, mentre la Jugoslavia quella della zona B. Il risultato è lo svuotamento anche dell'Istria settentrionale. Restano 5mila italiani, una minoranza etnica. Centinaia di migliaia di persone (il numero è incerto: c’è chi parla di 350mila, chi di 270mila, ndr) si trasformano in esuli. Si cerca di portare via anche ciò che non è possibile portare via con sè, anche i propri morti. Anche pezzi di terra, sassi, pietre di monumenti millenari. Perchè esodo non vuol dire solo abbandonare la propria terra, ma anche recidere le proprie origini. Scappano dal terrore, non hanno nulla, a volte non trovano in Italia grande accoglienza. La stessa politica non se ne interessa.

"La memoria stava scomparendo, ora è stata recuperata" 

Per 60 anni il silenzio della storiografia e della classe politica ha avvolto questa vicenda, questa strage. "Per colmare queste ferite - dice Raoul Pupo, professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste - non è sufficiente il giorno del Ricordo: chi ha perso qualcuno, chi ha sofferto, non verrà mai indennizzato in modo totale. Lo stesso vale per chi che ha perso case, terre. Il giorno del Ricordo ha però un significato preciso: in primo luogo quello di reintegrare nella memoria nazionale la memoria di chi è stato colpito da quelle tragedie. In secondo luogo - continua - questa giornata consente agli italiani di riappropriarsi della conoscenza di una storia importante, non solo quella del massacro delle Foibe e dell'esodo, ma anche della storia della presenza italiana sull'adriatico orientale che è una parte importante della storia italiana. Prima del giorno del ricordo, o comunque fino agli anni '90, la memoria stava scomparendo, ora è stata recuperata, salvata".


Fonte: RaiNews



Ecco il link per la seconda parte della storia delle Foibe: 10 Febbraio, #GiornodelRicordo in memoria delle vittime delle #foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La storia (II).

domenica 12 gennaio 2014

Un dramma dei nostri tempi. Il divorzio. "Se fossi vissuto sempre in Italia probabilmente sarei un divorzista." (Piero Ottone)

Che uno sia favorevole o meno all’istituto giuridico del divorzio, non si può non riconoscere che esso è sempre un dramma, una ferita, che non si rimargina, e che si ripercuote ogni anno, su migliaia e migliaia di figli. Il divorzio, la convivenza e le famiglie allargate rovinano la vita di molti bambini, spesso "privati dell’appoggio dei genitori, vittime del malessere e dell’abbandono", e "che si sentono orfani non perchè figli senza genitori, ma perchè figli che ne hanno troppi".


Argomento difficile da trattare soprattutto se si è critici nei quoi confronti. Ma vogliamo farlo proponendo un punto di vista laico che conferma il fatto di come si possa essere contrari al divorzio anche senza essere credenti, cattolici. Riprendiamo in mano un brano del laico Piero Ottone, direttore liberale e laico del Corriere della Sera, che nel 1964 (si discuteva allora della legalizzazione del divorzio) scriveva:

Se fossi vissuto sempre in Italia probabilmente sarei un divorzista. Ho invece trascorso una quindicina di anni in paesi nei quali vige il divorzio (sappiamo del resto che vige quasi ovunque). Sulla base di quel che ho visto e sentito, ho acquistato alcune convinzioni che cercherò di riassumere, e che sono, comunque, contrarie al divorzio…non perché contrasti con la morale cristiana, che rispetto, ma che non intendo prendere in considerazione.

 Bensì perché lo ritengo nocivo, nel complesso, alla società… Il divorzio ha il vantaggio di riparare l’errore di un matrimonio sbagliato e permette di ricominciare. D’accordo. Ma presenta anche uno svantaggio che è, a mio avviso, ancora maggiore. Esso uccide, o riduce fortemente, la volontà dei coniugi di compiere ogni possibile sforzo per salvare un matrimonio pericolante. Dobbiamo ricordare innanzitutto che ogni matrimonio, prima o dopo, corre qualche serio pericolo. Uomini e donne sono troppo diversi gli uni dagli altri per andare costantemente d’accordo…Che cosa succede in questo momento pressoché inevitabile in qualsiasi unione matrimoniale, se esiste la possibilità del divorzio? Quel che succede l’ho visto in Inghilterra, in Germania, in Scandinavia. La possibilità di uscire da una stanza in cui si sta scomodi genera un potente, quasi irresistibile desiderio di uscire, senza tentare di rendere quella stanza, quanto più possibile, comoda e abitabile. E ogni indebolimento della volontà dei coniugi è gravissimo, anzi fatale, perché, nei matrimoni davvero pericolanti, solo un grande sforzo da parte di entrambi, senza indecisioni e incertezze, può salvarli. Ne consegue che l’istituto del divorzio, anche se ha il vantaggio di sanare di tanto in tanto le situazioni insostenibili, ha il gravissimo difetto di indebolire la fibra morale dei cittadini.

Esso fa di loro, uomini e donne, persone che fuggono davanti alle difficoltà, e non persone che le affrontano con coraggio. Il danno si ripercuote su tutta la vita sociale. L’indebolimento, inoltre, si ripete a ogni successivo matrimonio di chi si sia già divorziato. L’esperienza dei paesi col divorzio conferma quanto sa benissimo ogni studioso di psicologia. Le difficoltà del primo matrimonio risorgono quasi immutate nel secondo, perché la loro causa fondamentale non risiede nel partner, cioè nell’altro coniuge, bensì in noi stessi…Là dove vige il divorzio è più facile, come in Scandinavia, la gente passa di matrimonio in divorzio tutta la vita. Vi risparmio la descrizione delle conseguenze per i figli, perché furono descritte già migliaia di volte…Sono convinto che l’assenza di divorzio non può salvare tutti i matrimoni, ma ne salva molti che altrimenti finirebbero male. Lo Stato, per la salvezza della famiglia, che è un istituto di importanza ovvia, e per la felicità della maggioranza dei cittadini, fa quindi bene a mio avviso a non permettere il divorzio, anche se questo sacrifica l’esistenza di una minoranza verso i quali tutti sentiamo, si capisce, una profonda comprensione” (citato in "Scritti di un pro life", Fede & Cultura, www.fedecultura.com).

giovedì 28 novembre 2013

#Politica - Il miglior perdono è la vendetta: i conti si faranno alle elezioni. (Un articolo di Vittorio Feltri)

Ripropongo un bellissimo articolo  di Vittorio Feltri (tratto da ilGiornale), nel quale commenta con il suo inconfondibile stile, le vicende politiche (e non solo) che da vent'anni hanno come protagonista Silvio Berlusconi.

Il miglior perdono è la vendetta 
i conti si faranno alle elezioni
Votata la decadenza, ma non finisce qui. I cittadini sono arcistufi di questo linciaggio. Al momento del voto non dimenticheranno quanto di sporco è accaduto.



Ero convinto di conoscere a fondo Silvio Berlusconi, essendomi occupato di lui fin dal 1973, quando stava per ultimare Milano 2. Invece mi accorgo, con grande sorpresa, di non conoscerlo neanche superficialmente. Lo osservo da lontano e ogni giorno egli mi stupisce per come vive l'epilogo della sua avventura (meglio dire disavventura) parlamentare.

Non so dove trovi la forza per sopportare ciò che non è esagerato definire martirio, se si considera il modo in cui i suoi avversari, tra i quali numerosi ex amici (cortigiani, beneficiati), lavorano per eliminarlo: sembra che godano a stringere lentamente - molto lentamente - la vite della garrota.

Non si accontentano di farlo fuori; pretendono di trasformare - e ci riescono - l'esecuzione in uno spettacolo dell'orrore. Altro che macchina del fango. Quello che usano contro di lui è un imponente strumento di tortura affidato a un esercito di sadici, ciascuno dei quali svolge il suo compitino per rendere più macabro il linciaggio-show: comici, satirici, editorialisti di pronto intervento, politici di risulta, tifosi di alcune Procure, toghe svolazzanti, pidocchi, conduttori televisivi a scartamento ridotto con codazzo di ospiti a gettone.

Mentre il Cavaliere si batte e si dibatte per non soccombere gratis, si odono nell'arena risate, insulti da trivio, frasi d'incitamento dirette ai picadores affinché sfianchino la vittima sanguinante. Già. Vittima. Come si potrebbe diversamente definire un uomo che da venti-anni-venti viene scazzottato nei tribunali, poi condannato, poi costretto ad ascoltare il tintinnio delle manette, a leggere articoli che raccontano di magistrati intenti a predisporre il suo arresto, obbligato a schivare una pioggia di sputi? Nonostante tutto, il vecchio imprenditore e leader politico ha ancora parecchi aficionados decisi a sostenerlo a ogni costo, ma il loro sostegno (benché appassionato) e i loro applausi non possono soffocare il frastuono provocato dai detrattori animati da odio feroce.

In effetti si è sempre notato che mille esagitati progressisti fanno più baccano di diecimila borghesucci casa e chiesa, buoni tutt'al più a sfilare in processione e a salmodiare: gridare, ribaltare automobili, fracassare vetrine non è la loro specialità. Tutte cose ben note a Berlusconi che periodicamente medita di puntare sulla piazza per dimostrare quanto sia vitale il proprio popolo, ma quasi sempre vi rinuncia. L'ultima manifestazione degna di questo nome avvenne nel 2009 a Milano in piazza Duomo e chiunque ricorda quell'oggetto scagliato in faccia all'allora premier, subito ricoverato all'ospedale San Raffaele mentre l'orda antiberlusconiana scuoteva la testa delusa dal suo mancato decesso.

Questo è il clima che ha accompagnato Silvio dalla sua «discesa in campo» (espressione logora e addirittura fastidiosa) a ieri sera: nessuno sarebbe stato in grado di non cedere alla tentazione di mollare tutto e ritirarsi in luoghi più ospitali del cosiddetto Bel Paese. Lui, viceversa, è rimasto lì imperterrito a ricevere schiaffoni su schiaffoni, aiutato dalla propria presunzione (sconfinata quanto l'intraprendenza di cui occorre dargli atto). C'è da chiedersi chi gliel'abbia fatto fare. È la domanda che mi rivolgono ossessivamente lettori, passanti, avventori di bar, commensali, amici. Difficile dare una risposta soddisfacente.

Un signore straricco e famoso, protagonista dell'imprenditoria, proprietario di ville e palazzi, presidente di una società di calcio che a livello internazionale s'è aggiudicata qualsiasi trofeo, non ha bisogno della politica per sentirsi qualcuno e dare un senso all'esistenza. Non vi è un solo italiano, nemmeno quelli che lo detestano e si augurano di vederlo inchiodato alla croce, che non nutra almeno una puntina d'invidia nei suoi confronti. Un sentimento, questo, tra i più stupidi in assoluto (è solo causa di sofferenza) e che però sembra essere il motore del mondo.

Per negare a Berlusconi ogni virtù, si esaltano i suoi difetti, di cui non è certo sprovvisto. Infastidiscono il suo eccessivo ottimismo, l'inclinazione a scherzare, la propensione a sfoggiare un repertorio inesauribile di barzellette, l'ostentazione della ricchezza e delle capacità di seduttore (non solamente di donne). Ingigantendo questi aspetti negativi, fatalmente si trascurano quelli positivi che sono sovrastanti: talento speciale per gli affari, fiuto commerciale straordinario, temperamento d'acciaio, intuito sopraffino, abilità organizzativa.

Il Cavaliere è stato un fenomeno nell'edilizia, s'è inventato la tivù privata sbaragliando la Rai e altri concorrenti senza risparmiare loro badilate sui denti. In politica ha compiuto un capolavoro: in tre mesi ha messo in piedi un partito che ha stritolato i comunisti quando ancora erano comunistissimi. E di ciò non gli saremo mai abbastanza grati. I suoi denigratori affermano che egli sia portato a contornarsi di servi e di imbecilli. Fosse vero non sarebbe arrivato tanto in alto, posto che una persona da sola non può scalare l'Everest; fosse falso, tuttavia, non si spiegherebbe il ruzzolone che lo ha fatto precipitare dove adesso sta, nei paraggi della galera. Un bel dilemma. Forse la verità è nel mezzo: anche lui, per quanto dotato d'intelligenza manovriera, ha commesso degli errori che offuscano le mirabili opere realizzate in anni e anni di duro lavoro.

Ora paga un dazio sproporzionato alle sue eventuali colpe, tutte da dimostrare. L'unica certezza è la seguente: il Cavaliere ha rotto le uova nel paniere ai partiti superstiti della Prima Repubblica, impedendo loro di conquistare stabilmente il potere. Questo non glielo hanno mai perdonato. La guerra contro l'intruso scoppiò subito dopo il successo elettorale di Forza Italia, nel marzo 1994. La sinistra cercò immediatamente di delegittimarlo col conflitto di interessi (ancora irrisolto), poi lo irrise, quindi lo trasformò in bersaglio fisso. Quello che egli ha subìto è stato un bombardamento cui non si può dire non abbiano partecipato vari Pm. È stata la ricerca disperata di un motivo per eliminare il politico improvvisato, e baciato dal successo, che prima o poi non poteva portare ad altro risultato se non a quello di ieri: l'espulsione del Nemico al termine di un rito disgustosamente ammantato di legalità formale.

Anche chi ha ragione, ha sempre qualche torto nel sacco: ecco, si è tenuto conto soltanto del torto, sorvolando sulle esigenze della giustizia sostanziale. Siamo allo scempio. Alla vergogna di un Paese che, unico nell'Occidente, fa secco il capo dell'opposizione azionando la leva giudiziaria - in puro stile sovietico - anziché tentare di superarlo nelle urne. Ma la partita non finisce qui. Ci avviamo verso i tempi supplementari che garantiscono nuove polemiche e altri colpi di scena. Dal male e dalle iniquità nasceranno altro male e altre iniquità.

Berlusconi non è un fantasma, ma un uomo in carne e ossa, non ancora domo, e la sua presenza peserà nei prossimi mesi sui destini italiani. I cittadini sono arcistufi di questo osceno tormentone; quando si tratterà di votare, non dimenticheranno quanto di sporco è accaduto e metteranno in pratica un proverbio riveduto e corretto: il miglior perdono è la vendetta. Un Berlusconi martire e liquidato come un criminale minaccia di diventare assai pericoloso per la sinistra, fornendo a Forza Italia il carburante di consensi per trionfare alle elezioni.

Non s'illudano gli aguzzini - e i loro mandanti - di farla franca. Uccidere un nemico che ha tanti amici significa rischiare il peggio: di inasprire la battaglia e magari perderla.


PS: Questo articolo non è un coccodrillo, ma il preambolo di una nuova vicenda che avrà quale protagonista ancora Berlusconi. Il quale, se lo chiudessero in prigione, farebbe la campagna elettorale più travolgente della sua carriera.

sabato 23 novembre 2013

I cittadini europei chiedono la difesa della vita. La Portavoce del Comitato Italiano "Uno di noi" commenta il grande successo dell'iniziativa.

I cittadini europei chiedono la difesa della vita.
La Portavoce del Comitato Italiano "Uno di noi"
commenta il grande successo dell'iniziativa




Il superamento traboccante del milione di firme raccolte per ‘Uno di noi’ è il segno tangibile dell’alta attenzione alla questione della vita in Italia e in tutta Europa. A consegna avvenuta complessivamente sono state raccolte quasi 1 milione e novecentomila firme. «Siamo solo all’inizio, non dobbiamo cedere alla  tentazione di accontentarci di un grande risultato». Maria Grazia Colombo, portavoce del Comitato italiano della campagna “Uno di noi”, spiega che le 1.849.847 firme raccolte per il riconoscimento della dignità dell’embrione sono solo un primo passo.
L’Italia si conferma motore trainante della campagna ma il costante e inarrestabile aumento delle sottoscrizioni in tutti i Paesi dell’Unione Europea dimostra come questa iniziativa non capiti per caso ma si innesti su una connaturata sensibilità popolare per questi temi che ha trovato il modo di esplicitarsi in pienezza grazie a questa mobilitazione. Stiamo accumulando un patrimonio di coscienza e ricettività nei popoli che non va dato per scontato, né disperso dopo questa occasione. Perché parla di «novità»? «Perché il numero delle nazioni che hanno risposto positivamente alla campagna è incredibile e stupisce anche quante  adesioni alcune di queste sono riuscite a raccogliere rispetto ad altre. Anche il modo in cui si è mosso il comitato e la tipologia dei firmatari costituiscono delle novità. L’Italia è stata la nazione che ha raccolto più firme. Ma spiccano i risultati di paesi come Olanda, Lussemburgo e Romania».

Dietro ogni firma di sostegno c’è un volto, una persona che ribadisce il suo sì alla vita e più precisamente il riconoscimento della dignità umana dell’embrione. Come associazioni, movimenti, laici gridiamo dall’Europa , questa Europa, luogo così autorevole e rappresentativo di una grande storia , la nostra storia europea, gridiamo la bellezza della vita, l’affermazione della persona fatta di relazioni, riconosciuta in un popolo. Questa iniziativa da’ voce ad un popolo. Non dimentichiamolo mai !

Il Comitato Italiano "Uno di Noi" ha lanciato una sfida per tutti. Non si tratta di una difesa di valori astratti ma occasione di riflessione sulla vita, sulla famiglia, sulla società che vogliamo costruire per il futuro. La battaglia per il riconoscimento dell’embrione è una questione laica, non ideologica e di parte. Interessa l’uomo, la donna, tutti. Interpella tutti provocando una posizione a difesa della vita e della sua dignità.

Le persone rispondono, esprimono attraverso la firma ciò di cui sono fatti, escono da una solitudine di pensiero oggi molto preoccupante. Difendere la vita in ogni fase dal concepimento alla fine naturale è costruire un pezzo della nostra storia non solo italiana ma europea , di questa nostra Europa così travagliata.

La campagna "Uno di noi" pone al centro la persona, nella sua totalità e nel suo diritto a crescere, a vivere, a essere cittadino a pieno titolo del mondo. Con questa convinzione comune e condivisa è stata sostenuta questa iniziativa proposta dal Movimento per la Vita ma poi accolta da circa trenta Associazioni e i Movimenti che ad aprile hanno costituito il Comitato Uno di noi per un lavoro di strategia molto vivace e molto interessante. L’Italia associativa, della società civile ha lavorato tanto, in sinergia, in un clima di confronto, costruendo relazioni, mai di scontro. La vita è un bene prezioso che ci deve arricchire creando sempre occasioni di unità nella verità.

Così l’intuizione di un grande movimento come il Movimento per la Vita ha potuto diventare intuizione e lavoro associativo di tutti. Ci domandiamo per quale obiettivo ? Senz’altro raggiungere come è ampiamente avvenuto, il traguardo del milione di firme ma ancor più imparare a confrontarci, stimarci a vicenda lavorando per il bene comune.

Dopo il traguardo fantastico ora guardiamo con attenzione all’Europa con tutti gli altri movimenti europei, seguiremo passo dopo passo i punti previsti dalla stessa Iniziativa Cittadini Europei, quella che consideriamo la fase due della bellissima iniziativa.

Ogni firma è preziosa e non deve andare perduta a testimonianza della generosità di tutti gli Italiani. Attraverso le firme abbiamo ricevuto un mandato, si è costituito pian piano un popolo, il popolo di Uno di Noi-One of Us. Un grazie alle famiglie, alle parrocchie che sono famiglie di famiglie, alle scuole e ad ogni luogo in cui è stata fatta la proposta di una firma. Una firma che io amo definire una firma di dialogo, una firma di incontro.

Che cosa succederà ora?
La Commissione europea dovrà convalidare le firme, poi entro tre mesi respingere o accogliere la petizione ed eventualmente legiferare. Noi siamo consapevoli che le cose non possono cambiare da un giorno all’altro. Proprio per questo è importante il modo in cui abbiamo lavorato, muovendoci con le associazioni, incontrando persone, sensibilizzando e facendo rete con gli altri movimenti europei. Questa azione deve proseguire, fino a diventare la modalità normale con cui muoversi in tutta Europa. Il risultato che abbiamo ottenuto, infatti, deve essere solo l’inizio di un’azione di sollecitazione di tutti coloro che sono disposti a un dialogo sui temi che riguardano la natura profonda della sacralità della vita. Se oggi combattiamo per l’embrione, domani potremmo farlo così capillarmente anche per altre battaglie che riguardano la dignità della
persona.

Ha parlato di un gesto pedagogico. Cosa intende?
Vogliamo aiutare quanti ci hanno appoggiato con un sostegno consapevole a monitorare l’azione dei governanti. Pretendiamo considerazione dall’Europa, che non solo ha davanti quasi due milioni di sottoscrizioni, ma tantissime nazioni firmatarie. Il nostro obiettivo è ridiscutere le leggi che legalizzano l’aborto negli Stati che hanno aderito alla raccolta firme. Tutto questo va fatto, nonostante la censura ideologica da parte del mondo dell’informazione che non ci ha voluti neppure ascoltare. Infine occorre che al comitato si aggiungano tutte le categorie: per non rimanere fermi alle buone intenzioni servono il parere e l’azione comune di associazioni, movimenti ma anche di medici, giuristi e politici.


Siti utili:

giovedì 3 ottobre 2013

La truffa del cosiddetto Riscaldamento Globale Antropogenico (AGW)

Affrontiamo nuovamente il tema del riscaldamento globale, da una prospettiva alternativa a quella che voglioni imporci i media.

Riscaldamento globale? Mai stati così al freddo
di Franco Battaglia*

Mi tocca fare l'antipatico, cosa che non mi costa fatica e mi riesce pure bene: 13 anni fa scrivevo che la causa antropica del riscaldamento globale non poteva che essere un grosso granchio (una bufala, scrisse il titolista). Il fatto è che i ghiacci in entrambi i poli, massime quello antartico, si stanno espandendo, è da 12 anni che le temperature globali hanno smesso di crescere, sull'aumento del livello del mare (circostanza in atto da 18mila anni) non si osserva alcuna accelerazione, i tornadi e gli uragani sono al loro minimo storico e,piaccia o no, anche la popolazione degli orsi polari è in aumento.

Naturalmente quelli dell'Ipcc - che è un organismo politico dell'Onu mascherato da organismo scientifico - continuano col loro mantra, né possono fare altrimenti: dovrebbero restituire il premio Nobel (che, ricordiamo, fu dato loro non per la scienza ma, come si addice ad ogni soggetto politico, per la pace). Se vi chiedete perché mai la politica ha inteso costruire questo mega-inganno planetario, la risposta è: per attuare le politiche energetiche di promozione delle tecnologie eolica e fotovoltaica, che senza inganno mai sarebbero state prese in qualche considerazione. Per anni mi hanno trattato da eretico, ora i media cominciano ad aprire lentamente gli occhi. Perfino il buon Giovanni Sartori, dopo che per mezza dozzina di ferragosti ha tediato i lettori della prima pagina del Corsera con lo spettro delle venefiche emissioni di CO2, lo scorso agosto ha cominciato a ricredersi, manifestando una onestà intellettuale che è mio dovere riconoscergli visto che ne ho in cuor mio dubitato.

La procedura adottata ha indotto l’Ipcc a scegliere selettivamente le risultanze a favore della ipotesi da provare. Ma il metodo scientifico, funziona diversamente. Al cospetto di un’ipotesi, bisogna invece procedere col formulare l’ipotesi nulla – cioè l’ipotesi che nega l’ipotesi che si vuole controllare – e cercare di falsificarla; solo se si riesce a falsificare l’ipotesi nulla allora si accetta l’ipotesi che interessa. Nel caso specifico, bisognerebbe falsificare la seguente affermazione: il clima odierno è d’origine naturale. Procedendo secondo i canoni del metodo scientifico, facciamo allora vedere che quest’ultima ipotesi non viene falsificata e adduciamo alcune circostanze e ricordiamo perché possiamo avere la certezza che le emissioni antropiche di CO2 non hanno alcuna influenza sul clima:

  1. Primo, il pianeta è stato più caldo di oggi nel periodo caldo medievale. I dati geologici ci informano che la storia climatica della Terra è quella di un pianeta essenzialmente freddo, che vive ogni 100.000 anni periodi di optimum climatico. Noi viviamo in un tale periodo, ma tutti i precedenti periodi di optimum climatico sono stati più caldi di quello odierno: siamo in un optimum climatico che, manco a farlo apposta, non è mai stato così freddo! Il clima dei precedenti periodi caldi, più caldi dell’odierno, non possono che essere stati di origine naturale.
  2. Secondo, non da 100 anni (con l'industrializzazione), ma è da 400 anni che il pianeta si sta scaldando, perché sta uscendo dalla piccola era glaciale che ha avuto il suo minimo nel XVII secolo. L’attuale riscaldamento globale non si è avviato un secolo fa in concomitanza con le emissioni di Co2, ma ben 4 secoli fa, quando il pianeta era al minimo della cosiddetta Piccola Era Glaciale (Peg). (Gli astrofisici lo chiamano Minimo di Maunder, corrispondente ad un minimo d’attività solare). Intorno al 1650, il pianeta ha cominciato a scaldarsi e ad uscire dalla Peg, e ha continuato a farlo, con varie oscillazioni, fino ai giorni nostri. Non a caso si sente spesso dire dai media che è da 400 anni che non si registrano temperature alte come quelle odierne. Appunto: 400 anni fa si era nel pieno della Peg. L’uscita dalla Peg è cominciata 400 anni fa, e pertanto non può che essere stata di origine naturale.
  3. Terzo, questo riscaldamento ha avuto un arresto tra il 1940 e il 1975, proprio in pieno boom demografico, industriale e di emissioni.  L’uscita dalla Peg non è stato un processo monotòno ma, piuttosto, l’aumento della temperatura ha subìto arresti e inversioni. 
  4. Quarto, come già accennato, un altro arresto lo sta avendo da 12 anni, con le emissioni che hanno continuato a crescere esponenzialmente, con le temperature globali che hanno smesso di crescere. Ancora una volta, il clima del pianeta è governato da fenomeni naturali, visto che si è raffreddato proprio quando le emissioni di gas-serra sono state ai loro massimi.
  5. Quinto, dei periodi caldi che il pianeta vive, interrompendo ogni 100mila anni la fase glaciale, questo nostro è, manco a farlo apposta, proprio il più freddo di tutti. L'Ipcc se ne faccia una ragione.
Vi sono un mucchio d’altre cose che andrebbero dette. Ad esempio, l’aumento del livello del mare per il quale si fa tanto allarme, è in realtà un fenomeno naturale, in atto da 18.000 anni, cioè da quando il pianta cominciò a uscire dall’ultima era glaciale. Un effetto della Co2, allora, dovrebbe far registrare un’accelerazione in questo aumento: ma nessuna accelerazione si osserva rispetto agli aumenti occorsi nel periodo pre-industriale. E altre cose ancora, ma i punti precedenti sono sufficienti: ogni tentativo di sconfessare l’ipotesi nulla ha fallito.

Possiamo dire allora con certezza che, anche se il Gw (riscaldamento globale) esiste, l’Agw (riscaldamento globale antropogenico) non esiste. Come mai nacque? Bisogna sapere che esistono ragioni tecniche incontrovertibili per le quali si può essere certi che le tecnologie di produzione elettrica eolica o fotovoltaica sono un colossale fallimento e che implementarle comporterebbe un danno economico faraonico con conseguente crisi economica. Solo inventandosi una circostanza secondo cui solo affidandosi a tali tecnologie si scongiurerebbe un danno ancora maggiore, sarebbe stato possibile implementare quelle tecnologie. L’Agw è stato il cavallo di Troia che ha permesso l’attuazione di politiche energetiche volte all’affermazione di quelle tecnologie fallimentari. Tale affermazione si è realizzata, le tecnologie in parola stanno dimostrando di essere quel fallimento che era perfettamente prevedibile (l’impegno economico in esse è la probabile prima causa della grave crisi economica: si pensi che solo per foraggiare la tecnologia fotovoltaica gli utenti elettrici italiani stanno pagando, e continueranno a farlo per 20 anni, 12 miliardi di euro), e nessuna catastrofe climatica è stata evitata perché non v’era alcuna catastrofe da evitare.







*Professore di Chimica Ambientale all'Università di Modena. Co-autore del rapporto NIPCC "Climate Change Reconsidered II"

sito internet

Twitter del Viandante

 
Photography Templates | Slideshow Software