lunedì 10 giugno 2013

Dalla "trattativa" al caso Moro, quanti imbonitori del banale venerati come oracoli. Il dramma di un Paese senza verità condivise. (di Giuliano Ferrara)

Riprendiamo un bell'articolo di Giuliano Ferrara uscito domenica 9 giugno su "ilGiornale" che ci offre un punto di vista alternativo a quello "ufficiale" sui cosiddetti "imbonitori del banale" e le loro bufale.

Saviano gran sacerdote delle bufale di Stato
Dalla "trattativa" al caso Moro, quanti imbonitori del banale venerati come oracoli. 
Il dramma di un Paese senza verità condivise.


Già il fatto che questa creaturina artificiale dei media, questo profeta del banale di nome Roberto Saviano, abbia ricevuto, senz'arte né parte, la cittadinanza onoraria di Firenze, manco fosse un

La Pira o figlio d'altra schiatta di santi, la dice lunga; ma che poi l'abbia «dedicata a tutti coloro che non possono averla», è uno sberleffo all'intelligenza, all'ironia, al senso della realtà.

Una massa di diseredati che si vedono sottratto il diritto alla cittadinanza onoraria di Firenze, ma che idea di tronfia stupidità. Si agghindano di onorificenze monologhi sul crimine che fanno venire voglia di diventare criminali.

Avendolo conosciuto fin troppo, i lettori hanno abbandonato Saviano, gli preferiscono perfino Dan Brown (figuriamoci!), si sono dimezzati gli acquirenti delle sue maniacali rassegne estasiate del male sociale (e Gomorra e la Cocaina, e arriverà spero presto la tratta degli schiavi). A Saviano è andata con le copie come è avvenuto con il dimezzamento delle rendite elettorali destinate a Grillo, fenomeno parallelo e quasi altrettanto banale nello star system dei derelitti di successo, quelli che non hanno niente da dire ma lo dicono con gratificante assiduità e raccogliendo consenso. Offrono al gentile pubblico la possibilità di essere o di pensarsi buono, educato, umanitario, molto impegnato nella lotta al crimine, ma alla fine raccolgono dolenti sbadigli come tutti gli impostori e gli imbonitori.

L'ultimo ritrovato dei ciarlatani è in fatto di mafia il dire perentorio che il governo, e quale governo non importa, «è immensamente assente dalla lotta alla mafia». Così parlò lo Zaratustra di Casal di Principe. Immensamente, capite? Assente, capite? Ora è noto che Falcone fottè la cupola con un processone reso possibile dai soldi del governo appositamente stanziati con decreti legge e dalle leggi sui pentiti e sulle procedure sommarie di dibattimento definite dal Parlamento e dalla sua maggioranza governativa all'esclusivo scopo di stroncare con ogni mezzo la cupola di Cosa nostra; è noto che Mori, un carabiniere agli ordini del governo, arrestò Salvatore Riina; è stranoto che in seguito, non importa quale fosse il governo o il ministro dell'Interno, Napolitano o Maroni o Pisanu o altri, un incredibile numero di mafiosi residui, tra i quali Binnu Provenzano detto U Tratturi, sono stati arrestati, processati e condannati; si sa che le finanze mafiose sono state in parte cospicua confiscate e affidate al volontariato antimafioso; non è ignoto che un numero grande di consigli comunali è stato amministrativamente sciolto dal governo, quale che fosse il suo colore politico; abbiamo visto tutti che la retorica dell'antimafia, anche con tutti i suoi pigri e fanatici risvolti savianei, percorre indefessa le onde radio e quelle televisive, tanto che un calunniatore e pataccaro come Massimo Ciancimino è stato usato da Antonio Ingroia, manco fosse un educatore «icona dell'antimafia», prima per istruire con l'aiuto dei talk show un processo ad alta intensità emozionale contro uno Stato colluso che palesemente non esiste, infine per imbastire una candidatura sfortunata alle elezioni politiche in nome della rivoluzione civile e della grottesca agenda rossa. Falcone morì ammazzato dalla mafia che era il primo funzionario di un ministero della Giustizia gestito nientemeno che da Claudio Martelli, sotto il segno di Giulio Andreotti presidente del Consiglio, e i suoi assassini sono stati processati, condannati tutti, mentre lo Stato è così tollerante da lasciare che si dica e ridica, magari perfino nelle procure, che ogni volta che un crimine è sanzionato manca sempre qualcosa, c'è un mandante che è sempre esterno, sempre politico, così tanto per fare la nostra parte alla Ferdinando Imposimato, il Dan Brown de' noantri.

Detto tutto questo, uno va a Firenze, e vede un giovane scrittore vestito di nero come Juliette Greco che fa un monologo sulla immensa distanza del governo dalla lotta alla mafia, manovrato come un burattino e rovinato dai pupari editoriali e politici che tirano i suoi fili. Ma che spettacolo abnorme, che gusto horror della scena pubblica, che mancanza di spirito e di senso comune. Da Saviano si passa appunto, via radio, Radiouno, alla predicazione di un Imposimato. Ho appreso venerdì scorso, in un tranquillo pomeriggio di interviste da cani, che uno studente sovietico ha seguito e pedinato per mesi Aldo Moro, alla vigilia del suo rapimento, che a fare fuori lo statista democristiano è stato il Kgb e non le Brigate rosse come credevamo noi (ma non erano gli amerikani? Non era Kissinger il grande sospettato fino a ieri?), e dulcis in fundo che il Papa sbaglia quando dice al fratello di Emanuela Orlandi che lei è «in cielo», manco per idea, lei è viva e vegeta e ha avuto una storia d'amore con il suo rapitore, dice sicuro Imposimato, chissà dove consuma il suo matrimonio, del quale naturalmente è responsabile di nuovo il Kgb, l'orco delle favole che non prevedeva il lieto fine. Ma via, si può tenere insieme un Paese così immensamente lontano da un criterio minimo, elementare di verità, come dicono i pigri, condivisa?

fonte: ilgiornale.it

lunedì 3 giugno 2013

Il freddo fuori stagione gela i catastrofisti 'effetto serra'.

Il freddo fuori stagione gela i catastrofisti 'effetto serra'
  di: Franco BATTAGLIA    


Un maggio così è raro ma non eccezionale. E lo stop al Giro d'Italia era già avvenuto due volte negli anni Ottanta. Ma gli allarmismi fanno presa.

Come disse quello, per cadere in rovina il modo più veloce è coi cavalli, quello più piacevole con le donne, quello più sicuro con gli esperti. Alla larga da costoro. Con eccezione di quelli sul clima: non ci fossero bisognerebbe inventarli. Per il sollazzo generale.

Tra questi, accanto ad una ristrettissima minoranza di stimati professionisti, immancabilmente geologi o fisici - come Uberto Crescenti, ex-Rettore dell'università di Chieti o Fabio Malaspina, fisico dell'atmosfera e colonnello dell'aeronautica - v'è una pletora di curiosi individui che indisturbati si millantano esperti in climatologia. E riscuotono pure credito.

Ogni città ha il proprio esperto, come ogni villaggio ha il suo scemo. Nella mia, Modena, ce n'è uno che ha il diploma di scuola media ma viene chiamato professore, anche se in fatto di clima e di meteo non ne azzecca una. A Milano ce n'è un altro che dice di essere anch'egli professore, al Politecnico nientemeno, ma non si capisce chi gli abbia conferito il titolo: se cercate tra i dati del ministero dell'università la sua qualifica, non trovate neanche il suo nome, cioè all'università è un nessuno. Che però si diverte indisturbato in un suo demenziale blog a insultare un giorno Franco Prodi, luminare italiano di fisica dell'atmosfera, un altro giorno Richard Lindzen, dell'Accademia nazionale delle scienze americana, entrambi rei di mettere in cartesiano dubbio la favola del riscaldamento globale causato dall'uomo.A Firenze hanno Maracchi, che professore lo è veramente, ed è anche Accademico della Vite e del Vino. Che non è un titolo fuori posto, ché il professor Maracchi s'è laureato in Agraria. Come laureato in Agraria è il massimo esperto di clima di Fabio Fazio, quello di Raitre.

Per qualche misteriosa ragione, millantarsi ed essere accreditati esperti in scienza del clima - disciplina peraltro complicatissima di cui solo se sei fisico o geofisico riesci a venirne a capo - sembra essere un gioco da ragazzi. Come mai? È un mistero. Tutti costoro sono però accomunati dalla circostanza di dichiararsi asserviti al luogo comune che vuole le attività umane causa dei capricci del clima. Ove per attività umana s'intende le emissioni di CO2. La cosa fa molto piacere ai tanti che cercano di vendere attività a zero-emissioni - che è un poco come pretendere di vendere benzine che non bruciano o lozioni che fanno crescere i capelli. E sono proprio costoro che pompano i loro utili idioti e li chiamano professori. La cosa ha un lato tragico: hanno promesso per anni la green-economy e la creazione di milioni di posti di lavoro, ci hanno imposto di dar loro credito, ed eccoci qua, in piena recessione.

Per fortuna la cosa ha anche il suo lato esilarante, e ce ne compiacciamo. Ad esempio, come dimenticare i fessi col botto che nel dicembre 2009, a Copenhagen, imbacuccati come orsi polari e sommersi da metri di neve, protestavano contro il riscaldamento globale? O La Stampa che scriveva il 3 gennaio del 1981, in prima pagina, a firma di un perito elettrotecnico riciclatosi come esperto (e te pareva) meteorologo (e sul cui nome stendiamo il proverbiale velo): «Nel 2000 non vedremo più la neve». O il Corsera che non rinuncia a pubblicare gli strali contro il riscaldamento globale del politologo, riciclatosi (e te pareva) climatologo, Giovanni Sartori; che almeno ha avuto l'accortezza di stramaledire il caldo ogni ferragosto di ogni anno, cioè come facciamo tutti.

Per sconfessare gli esperti è troppo facile partire dal freddo di questi giorni con le relative grida sul «maggio più freddo della storia». Secondo il professor Giampiero Maracchi, «non ha avuto uguali per almeno due secoli». In realtà, bruschi ritorni di freddo nella metà di maggio sono ben noti alla tradizione popolare, che chiama di ghiaccio i santi Mamerto, Pancrazio, Servazio, Bonifacio di Tarso e Sofia. Addirittura era l'8 giugno del 1956 quando il Giro d'Italia si concluse sotto una fitta nevicata e la stampa titolò «uragano sulle Dolomiti».

E lo stop al Giro per maltempo che tanto ha fatto parlare in questi giorni si è ripetuto già nel 1984 e nell'88. Prendeteli a ridere, questi esperti. E leggete, piuttosto, Da Okeanos a El Niño (Bruno Mondadori editore) di Renzo Mosetti, fisico di prim'ordine e Direttore del Dipartimento di Bio-oceanografia dell'Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica di Trieste. Scoprirete in modo fantastico come distinguere la scienza dal mito.




tratto da www.ilgiornale.it

sabato 1 giugno 2013

#Lavoro impossibile: «Il problema non sono i soldi, ma la speranza». Lettera di un parrucchiere che voleva “stare tranquillo” col fisco.

Dopo la testimonianza dell'artigiano che abbiamo proposto qualche giorno in cui raccontava le sue incredibili quotidiane traversie burocratiche per riuscire semplicemente a lavorare. Oggi proponiamo una lettera di un altro piccolo imprenditore (da Tempi) che voleva fare le “cose regolari”, ma che lo Stato tratta come un “presunto evasore”.

Carissimo direttore,
Sono titolare, ahimè, di una parrucchieria da 30 anni. Ho scelto di fare questo lavoro per amore e passione ed ho anche ottenuto un discreto successo. Questo bellissimo lavoro mi ha dato modo di mantenere una famiglia, di pagare il mutuo della casa, prima, e quello del negozio, poi. Faccio una sola settimana di ferie all’anno ma non mi lamento… anzi ringrazio Dio di tanta Grazia.
Da tempo ho deciso di non evadere sulla ricevute per potere “stare tranquillo”. Anche se so che quelli che non hanno mai avuto un’attività con collaboratori assunti non capiranno, posso dire che la tranquillità l’ho persa proprio a causa di questa scelta e del fisco che dice di voler essere mio amico. Ho avuto 5 controlli “normali” in tre mesi, tutti con esito negativo; infatti mi ritrovo senza un euro in tasca a fronte di un incasso più che soddisfacente, e la prego di credermi se le dico che non faccio assolutamente, né io né i miei, una vita dispendiosa, anzi.
Per la prima volta dal 1983, quest’anno sono indietro con i pagamenti dell’Iva (aumentata dell’1 per cento) e dei MIEI contributi Inps (aumentati del 8.5 per cento, ottoemezzo!). Quelli dei collaboratori sono riuscito a pagarli utilizzando lo scoperto di conto.
La cosa che mi ferisce maggiormente è vedere l’arroganza degli addetti ai controlli che ti considerano un evasore a prescindere; un “colpevole” da stanare. Le norme della Asl sono talmente scritte male che, le giuro, se vado a chiedere (come è successo) informazioni a tre addetti ricevo tre interpretazioni diverse (e tutte con minaccia di multa se non eseguo gli ordini).
Ora vengo a sapere che le lame con le quali sfiliamo i capelli sono considerate rifiuto speciale e quindi, con un modica spesa di 400 euro l’anno, dovrò chiamare uno smaltitore ufficiale, solo dopo essermi dotato di una pennetta Usb fornitami dal servizio igiene sulla quali inserire tutti i dati dei rifiuti “altamente tossici” che posso produrre tagliando, o al massimo colorando, i capelli. Questa pennetta è fornita al prezzo di saldo di 150 euro (una tantum però!).
Se voglio proteggere la mia vetrina dal sole devo (e lo faccio) sborsare 528 euro l’anno per la tenda da esterno che, proiettando un’ombra sul marciapiede, produce un’occupazione di suolo pubblico (sic!) sulla quale si paga una tassa. Consideri comunque il fatto che sono fortunato in quanto nel mio lavoro si riscuote subito! Altrimenti…
Io non desidero fare nessuna difesa dell’evasione fiscale, ma sinceramente penso che prima di parlare di lotta all’evasione si dovrebbe parlare di una riforma generale del fisco. La pressione fiscale REALE di una piccola impresa varia dal 67 al 70 per cento (dati ufficiali) altro che 48 (magari!).
Sono sinceramente pentito della mia scelta di denunciare tutto…
Lavoro 11 ore al giorno per 51 settimane l’anno eppure non riesco a uscirne fuori. Ho ridotto al massimo le spese del negozio e della famiglia (come tanti altri) ma non basta. È avvilente avere, grazie a Dio, il locale sempre pieno e sapere che per me non rimarrà LETTERALMENTE nulla o quasi. Ho paura di incappare in un controllo da redditometro perché si sa come funziona (e chi nega vuol dire che non sa come funziona un controllo approfondito dell’agenzia delle entrate), una multa te la becchi comunque. Loro ti contestano e tu devi dimostrare (da presunto colpevole) che non è come loro suppongono. Allora, nel caso potessi spendere, me ne guarderei bene dal farlo.
Il mio non vuole essere un lamento; io non sono “disperato”. Se penso a chi un lavoro lo ha perso ed il mutuo invece è ben presente ecc… No. Io sono avvilito per come lo Stato mi costringe a lavorare, per come mi tratta (un vacca da mungere, e pure con arroganza); sono avvilito perché probabilmente a luglio dovrò chiedere un prestito per pagare le tasse e l’Imu sul locale (è triplicata).
Tornassi indietro me ne guarderei bene dal fare una scelta “di coscienza” sperando che, pagando, tutti avremmo pagato meno. Si vede bene dove finiscono i nostri soldi… altro che riduzione delle tasse.
Dopo trent’anni mi trovo di fronte ad un bivio: continuo a farmi il mazzo per nulla o magari licenzio l’ultimo assunto (che però mi è utilissimo).
Sono arrivato a questa conclusione: Un mio ex collaboratore, anni fa, è andato in Inghilterra per frequentare un’accademia e poi là (beato lui) è rimasto. Mi ha proposto di andare in quel paese (dove addirittura un parrucchiere può affittare una postazione lavoro a chi ne ha – come me – i requisiti) e lavorare di nuovo con lui e magari aprire un locale più grande (basta un permesso e 2 giorni).
Non c’è bisogno di “fare nero” perché Sua Maestà i suoi sudditi li fa campare, e se hanno, come me qui, tanto lavoro, li fa campare pure bene. Complice il costo Low dei trasferimenti aerei e considerato il fatto che ho un figlia che sta finendo la seconda media, mi farò un annetto di pendolare, tanto per sistemare le cose (con la lingua, grazie ai miei ex prof, me la cavo bene) poi mi trasferirò con tutta la baracca.
La cosa tragica sa qual è? Che il mio principale collaboratore, viste le spese, non ne vuol sapere di prendersi l’attività che lascerò qui in Italia, e non creda che gli chiedo una cifra enorme. Il problema non sono i soldi, ma la speranza. Ecco la vera tragedia: l’aver tolto ad un 24enne bravissimo, che potrebbe economicamente e tecnicamente avere qualcosa di suo nel suo paese, la speranza di poter fare il lavoro che si ama in tranquillità sapendo che ci può star bene.
Me ne andrò, porterò via le figlie da questo paese dove chi lavora rischia il “carcere” e chi delinque, chi non paga, viene protetto da mille cavilli e lentezze. Mai avrei pensato di dire a giovani che frequentano il mio negozio: “andatevene”, ma purtroppo è così ed il primo a farlo sarò io.
Ho cominciato da zero una volta e saprò farlo di nuovo, l’unica cosa che non mi deve mancare è la Speranza.
Chiedo scusa per la poca chiarezza, ma i miei limitati studi non mi permettono di far meglio.


martedì 28 maggio 2013

#Attualità - Fiamma Nirenstein: Sgozzatori islamici anche a Parigi.

Dal sito di Fiamma Nirenstein un articolo di stretta attualità, descrive il tragico fenomeno delle aggressioni assassine nelle città occidentali.

Sgozzatori islamici anche a Parigi
Francia: Un soldato aggredito per starda da un magrebino. È il virus dell'assalto isolato. 

Si chiama copy cat, effetto emulazione, ma qui sembra un’epidemia e ha il colore dell’aggressione islamista contro quel simulacro di società occidentale che i terroristi si figurano. Ieri, di nuovo, un militare francese di guardia all’Arco della Defense a Parigi è stato pugnalato alla gola da un uomo barbuto, di tipo nordafricano, di circa trent’anni, con indosso una jalabiah, ovvero la tradizionale tunica magrebina. Dope aver tentato di tagliare la gola al soldato, l’uomo è riuscito a fuggire. Per fortuna stavolta il militare non è in pericolo di vita, è riuscito a difendersi.
Non si sa ancora molto della dinamica e del protagonista dell’attentato. La società europea, la pubblica opinione europea e italiana, sono garantiste, devono essere garantiste, ma è molto difficile sottrarsi all’idea che il modello dell’azione di questo ragazzo in jalabiah non sia il massacro del giovane cadetto inglese compiuto da due convertiti all’Islam nel quartiere londinese di Woolwich, e prima ancora non sia l’attentato di Boston da parte di due giovani ceceni arruolati dal fondamentalismo islamico, e prima l’eccidio di bambini della sinagoga di Tolosa da parte di un altro islamista nordafricano,e prima... e prima... quanti attentati a Madrid, a Londra, un po’ dappertutto da quando la squilla è stata suonata l’11 settembre del 2001 con l’attentato alle Twin Towers.

La Francia è nel mirino dell’integralismo islamico per ragioni demografiche e di difficile convivenza con una schiera immensa di immigrati che vivono innanzitutto nella banlieue di Parigi, ma ultimamente l’odio si è rinfoncolato a causa dell’intervento armato in Mali al fianco delle truppe di Bamako per riprendere il controllo del nord dove governavano gli islamisti. Ma la chiave degli attacchi in serie ha certamente un carattere più ideologico che storico. Lo prova un’intervista dell’imam Omar Bakri Mohammed, che espulso dall’Inghilterra, ha appena dichiarato di considerare Adebolajo, l’assassino di Londra, “molto coraggioso”, che l’Islam lo giustifica e che lo considera un eroe. Un vero incitamento a seguirlo. Bakri ha anche aggiunto che forse è stato lui a suggestionarlo con le sue prediche. Non sappiamo se sia così, ma certo la suggestione ideologica islamista sta creando situazioni di violenza che si inseguono in tutta Europa, anche nei luoghi più impensati, come la Svezia dove è in corso una rivolta che dura da sei giorni. Deve essere frustrante per i perfettissimi svedesi trovarsi nella lista dei “travel warnings”, ovvero delle indicazioni del Dipartimento di Stato circa i Paesi in cui è meglio “evitare o considerare il rischio” quando si decida di andarci. Ci sono: Iran, Mauritania, Costa d’Avorio, Eirtrea, Repubbliche del Centro Africa, Libia, Congo, Burundi, Sudan, Colombia, Palkistan, Libano... la lista comprende, grosso modo, terreni di guerra o jihadisti. La Svezia, ordinata, generosa nel welfare, intransigente sui diritti umani generosa con gli immigrati, su poco più di 9 milioni di abitanti, all’ottavo posto del mondo nella ricchezza procapite, ha il 27 per cento certificato di cittadini o figli di cittadini di immigrati. Nel 2012 il 44 per cento di loro sono stati ammessi su richiesta di asilo politico, e a Husby, sobborgo in cui ora si bruciano le auto, si menano le spranghe, si occupano le strade, l’80 per cento degli abitanti sono immigrati di seconda generazione.

L’Irak, l’Iran, il Libano, certi paesi africani, agglomerano in vari quartieri di Stoccolma gruppi che non parlano svedese, schiavizzano le donne, contano un alto numero di abusi sessuali, compiono mutilazioni genitali, e gli omicidi d’onore raggiungono cifre senza precedenti. E’ il disprezzo per la società occidentale (che di fatto discrimina, con tutta la buona volontà, perché non riesce a integrare a scuola e al lavoro questi immigrati difficili ideologicamente) che porta alla violenza insieme agli insegnamenti dell’Imam. Un mio caro amico, lo scrittore Bruce Bawer, gay, decise di trasferirsi in Olanda col suo compagno sperando in una vita quieta. Il suo libro “While Europe slept”, (“Mentre l’Europa dormiva”), ricorda che l’Europa per lui era “Mozart e Beethoven, Matisse e Rembrandt, Dante e Cervantes”. Ma Amsterdam si è trasformata in incubo di persecuzione antigay da parte degli immigrati. Con lui adesso soffre la Svezia, e ieri Parigi, Londra, Boston.

Vogliamo, finalmente prendere sul serio la questione “islam e immigrazione”? O ci prenderanno per islamofobi per aver osato dirlo? In realtà qui non c’entra affatto l’islamofobia, ma il peso dell’ideologia nelle società multiculturali e dominate dai media moderni. E’ evidente che, oltre la nostra affettuosa remissività multietnica, è tempo per un po’ di pensiero.

domenica 26 maggio 2013

Quando lavorare è quasi impossibile. Carlo Negri:"Il mio calvario da artigiano: la vera impresa è lavorare".


#Testimonianza - Ripropongo una interessante lettera pubblicata oggi da Il Giornale (a questo link). A scrivere è un artigiano (Carlo Negri) che racconta le sue incredibili quotidiane traversie burocratiche per riuscire semplicemente a lavorare.

Il mio calvario da artigiano: la vera impresa è lavorare.
Ecco i cavilli, gli ostacoli burocratici e gli impedimenti dovuti a leggi ambigue 
che rendono difficile il lavoro di un artigiano.


Cominciamo con l'aspetto fiscale. Un dottore commercialista è fondamentale per la tenuta dei libri contabili e gli affianchiamo uno studio commerciale per le buste paga.

Oggi abbiamo anche il medico del lavoro, con le visite periodiche di legge. Questi mi consiglia saggiamente di farmi seguire da un ingegnere per la sicurezza. Siamo a quattro laureati, per quattro falegnami, rapporto uno a uno.

Qui comincia l'avventura. Mettiamo ordine nella formazione: un ragazzo aveva fatto il corso di pronto soccorso. «Sarebbe meglio che fossero in due, perché se uno è sul cantiere in bottega nessuno è preparato». Giusto, formiamo un secondo ragazzo: corso a pagamento in ore retribuite. Un altro ragazzo aveva fatto il corso antincendio. «Sarebbe meglio che fossero in due, perché se si ammala nessuno è preparato». Giusto, formiamo un secondo ragazzo: corso a pagamento in ore retribuite. Poi abbiamo il rappresentante dei lavoratori, lo prevede la legge, perché se un dipendente ha problemi a parlare con me direttamente, può farlo tramite il rappresentante. Giusto, formiamo un terzo ragazzo: corso a pagamento di 16 ore retribuite. Proprio in questi giorni gli è scaduto il mandato triennale, fortunatamente è stato rieletto, e così ce la caviamo con un corso di aggiornamento di 4 ore. Anch'io ho il mio bravo corso di 32 ore a pagamento (non retribuito) come responsabile della sicurezza in azienda. Con tutte queste norme meglio essere agganciati ad una categoria di settore artigiana. Giusto, iscriviamoci ad una categoria, con una modica spesa annua. Prima di cominciare a lavorare è meglio avere una copertura assicurativa, potremmo creare danni a terzi con il nostro lavoro. Giusto, stipuliamo polizze assicurative a tutela dell'attività, oltre alle Rc auto per camion e auto.

Non tocchiamo il tasto Inail: mi servono a inizio anno circa 10mila euro prima ancora di cominciare a lavorare. Sicuramente con il nostro lavoro produrremo dei rifiuti, termine che crea un brivido lungo la schiena. Una volta, per scaldarsi, si bruciavano i trucioli e il legno di scarto, oggi siamo più evoluti e dobbiamo usare il metano. Per portare i trucioli e i vecchi serramenti alla Tea, abbiamo dovuto is
criverci all'albo regionale dei trasportatori di rifiuti-propri, pagando l'iscrizione e il conferimento del materiale alla Tea. Il nostro ambiente di lavoro è principalmente la città di Mantova, meglio munirsi dei pass per il centro storico: 170 euro. Siamo riusciti a prendere una multa: situazione di pericolo in un asilo, gli operai hanno preferito il tragitto più corto per intervenire d'urgenza. Orgogliosi del servizio prestato, aver tolto i bimbi dalla situazione di potenziale pericolo, si sono dimenticati la procedura per evitare le telecamere. Risultato: 100 euro di multa.

Dispiaciuto della multa, ma orgoglioso dell'inflessibilità dei dirigenti comunali che sono stati irremovibili ma comprensivi, per ovviare a questo inconveniente, ci è stato consigliato di munirci di altri due pass, che probabilmente faremo il prossimo anno, per un totale di 370 euro. Potrei continuare ancora per pagine, elencando i fardelli che gravano su di una piccolissima impresa artigiana, ma mi sta venendo l'angoscia. Ora mi chiedo: come può un giovane pensare di intraprendere la strada di falegname artigiano? E chi lavora in proprio senza dipendenti come può pensare di assumere un operaio innescando una reazione a catena distruttiva? È vero, in Italia mancano alcune figure professionali, ma non è un caso. Se parlo con i miei colleghi l'ultima cosa che sperano è che i loro figli continuino il loro lavoro! Volevo solo fare il falegname, ma forse era meglio rimanere dipendente.

Carlo Negri






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