martedì 28 maggio 2013

#Attualità - Fiamma Nirenstein: Sgozzatori islamici anche a Parigi.

Dal sito di Fiamma Nirenstein un articolo di stretta attualità, descrive il tragico fenomeno delle aggressioni assassine nelle città occidentali.

Sgozzatori islamici anche a Parigi
Francia: Un soldato aggredito per starda da un magrebino. È il virus dell'assalto isolato. 

Si chiama copy cat, effetto emulazione, ma qui sembra un’epidemia e ha il colore dell’aggressione islamista contro quel simulacro di società occidentale che i terroristi si figurano. Ieri, di nuovo, un militare francese di guardia all’Arco della Defense a Parigi è stato pugnalato alla gola da un uomo barbuto, di tipo nordafricano, di circa trent’anni, con indosso una jalabiah, ovvero la tradizionale tunica magrebina. Dope aver tentato di tagliare la gola al soldato, l’uomo è riuscito a fuggire. Per fortuna stavolta il militare non è in pericolo di vita, è riuscito a difendersi.
Non si sa ancora molto della dinamica e del protagonista dell’attentato. La società europea, la pubblica opinione europea e italiana, sono garantiste, devono essere garantiste, ma è molto difficile sottrarsi all’idea che il modello dell’azione di questo ragazzo in jalabiah non sia il massacro del giovane cadetto inglese compiuto da due convertiti all’Islam nel quartiere londinese di Woolwich, e prima ancora non sia l’attentato di Boston da parte di due giovani ceceni arruolati dal fondamentalismo islamico, e prima l’eccidio di bambini della sinagoga di Tolosa da parte di un altro islamista nordafricano,e prima... e prima... quanti attentati a Madrid, a Londra, un po’ dappertutto da quando la squilla è stata suonata l’11 settembre del 2001 con l’attentato alle Twin Towers.

La Francia è nel mirino dell’integralismo islamico per ragioni demografiche e di difficile convivenza con una schiera immensa di immigrati che vivono innanzitutto nella banlieue di Parigi, ma ultimamente l’odio si è rinfoncolato a causa dell’intervento armato in Mali al fianco delle truppe di Bamako per riprendere il controllo del nord dove governavano gli islamisti. Ma la chiave degli attacchi in serie ha certamente un carattere più ideologico che storico. Lo prova un’intervista dell’imam Omar Bakri Mohammed, che espulso dall’Inghilterra, ha appena dichiarato di considerare Adebolajo, l’assassino di Londra, “molto coraggioso”, che l’Islam lo giustifica e che lo considera un eroe. Un vero incitamento a seguirlo. Bakri ha anche aggiunto che forse è stato lui a suggestionarlo con le sue prediche. Non sappiamo se sia così, ma certo la suggestione ideologica islamista sta creando situazioni di violenza che si inseguono in tutta Europa, anche nei luoghi più impensati, come la Svezia dove è in corso una rivolta che dura da sei giorni. Deve essere frustrante per i perfettissimi svedesi trovarsi nella lista dei “travel warnings”, ovvero delle indicazioni del Dipartimento di Stato circa i Paesi in cui è meglio “evitare o considerare il rischio” quando si decida di andarci. Ci sono: Iran, Mauritania, Costa d’Avorio, Eirtrea, Repubbliche del Centro Africa, Libia, Congo, Burundi, Sudan, Colombia, Palkistan, Libano... la lista comprende, grosso modo, terreni di guerra o jihadisti. La Svezia, ordinata, generosa nel welfare, intransigente sui diritti umani generosa con gli immigrati, su poco più di 9 milioni di abitanti, all’ottavo posto del mondo nella ricchezza procapite, ha il 27 per cento certificato di cittadini o figli di cittadini di immigrati. Nel 2012 il 44 per cento di loro sono stati ammessi su richiesta di asilo politico, e a Husby, sobborgo in cui ora si bruciano le auto, si menano le spranghe, si occupano le strade, l’80 per cento degli abitanti sono immigrati di seconda generazione.

L’Irak, l’Iran, il Libano, certi paesi africani, agglomerano in vari quartieri di Stoccolma gruppi che non parlano svedese, schiavizzano le donne, contano un alto numero di abusi sessuali, compiono mutilazioni genitali, e gli omicidi d’onore raggiungono cifre senza precedenti. E’ il disprezzo per la società occidentale (che di fatto discrimina, con tutta la buona volontà, perché non riesce a integrare a scuola e al lavoro questi immigrati difficili ideologicamente) che porta alla violenza insieme agli insegnamenti dell’Imam. Un mio caro amico, lo scrittore Bruce Bawer, gay, decise di trasferirsi in Olanda col suo compagno sperando in una vita quieta. Il suo libro “While Europe slept”, (“Mentre l’Europa dormiva”), ricorda che l’Europa per lui era “Mozart e Beethoven, Matisse e Rembrandt, Dante e Cervantes”. Ma Amsterdam si è trasformata in incubo di persecuzione antigay da parte degli immigrati. Con lui adesso soffre la Svezia, e ieri Parigi, Londra, Boston.

Vogliamo, finalmente prendere sul serio la questione “islam e immigrazione”? O ci prenderanno per islamofobi per aver osato dirlo? In realtà qui non c’entra affatto l’islamofobia, ma il peso dell’ideologia nelle società multiculturali e dominate dai media moderni. E’ evidente che, oltre la nostra affettuosa remissività multietnica, è tempo per un po’ di pensiero.

domenica 26 maggio 2013

Quando lavorare è quasi impossibile. Carlo Negri:"Il mio calvario da artigiano: la vera impresa è lavorare".


#Testimonianza - Ripropongo una interessante lettera pubblicata oggi da Il Giornale (a questo link). A scrivere è un artigiano (Carlo Negri) che racconta le sue incredibili quotidiane traversie burocratiche per riuscire semplicemente a lavorare.

Il mio calvario da artigiano: la vera impresa è lavorare.
Ecco i cavilli, gli ostacoli burocratici e gli impedimenti dovuti a leggi ambigue 
che rendono difficile il lavoro di un artigiano.


Cominciamo con l'aspetto fiscale. Un dottore commercialista è fondamentale per la tenuta dei libri contabili e gli affianchiamo uno studio commerciale per le buste paga.

Oggi abbiamo anche il medico del lavoro, con le visite periodiche di legge. Questi mi consiglia saggiamente di farmi seguire da un ingegnere per la sicurezza. Siamo a quattro laureati, per quattro falegnami, rapporto uno a uno.

Qui comincia l'avventura. Mettiamo ordine nella formazione: un ragazzo aveva fatto il corso di pronto soccorso. «Sarebbe meglio che fossero in due, perché se uno è sul cantiere in bottega nessuno è preparato». Giusto, formiamo un secondo ragazzo: corso a pagamento in ore retribuite. Un altro ragazzo aveva fatto il corso antincendio. «Sarebbe meglio che fossero in due, perché se si ammala nessuno è preparato». Giusto, formiamo un secondo ragazzo: corso a pagamento in ore retribuite. Poi abbiamo il rappresentante dei lavoratori, lo prevede la legge, perché se un dipendente ha problemi a parlare con me direttamente, può farlo tramite il rappresentante. Giusto, formiamo un terzo ragazzo: corso a pagamento di 16 ore retribuite. Proprio in questi giorni gli è scaduto il mandato triennale, fortunatamente è stato rieletto, e così ce la caviamo con un corso di aggiornamento di 4 ore. Anch'io ho il mio bravo corso di 32 ore a pagamento (non retribuito) come responsabile della sicurezza in azienda. Con tutte queste norme meglio essere agganciati ad una categoria di settore artigiana. Giusto, iscriviamoci ad una categoria, con una modica spesa annua. Prima di cominciare a lavorare è meglio avere una copertura assicurativa, potremmo creare danni a terzi con il nostro lavoro. Giusto, stipuliamo polizze assicurative a tutela dell'attività, oltre alle Rc auto per camion e auto.

Non tocchiamo il tasto Inail: mi servono a inizio anno circa 10mila euro prima ancora di cominciare a lavorare. Sicuramente con il nostro lavoro produrremo dei rifiuti, termine che crea un brivido lungo la schiena. Una volta, per scaldarsi, si bruciavano i trucioli e il legno di scarto, oggi siamo più evoluti e dobbiamo usare il metano. Per portare i trucioli e i vecchi serramenti alla Tea, abbiamo dovuto is
criverci all'albo regionale dei trasportatori di rifiuti-propri, pagando l'iscrizione e il conferimento del materiale alla Tea. Il nostro ambiente di lavoro è principalmente la città di Mantova, meglio munirsi dei pass per il centro storico: 170 euro. Siamo riusciti a prendere una multa: situazione di pericolo in un asilo, gli operai hanno preferito il tragitto più corto per intervenire d'urgenza. Orgogliosi del servizio prestato, aver tolto i bimbi dalla situazione di potenziale pericolo, si sono dimenticati la procedura per evitare le telecamere. Risultato: 100 euro di multa.

Dispiaciuto della multa, ma orgoglioso dell'inflessibilità dei dirigenti comunali che sono stati irremovibili ma comprensivi, per ovviare a questo inconveniente, ci è stato consigliato di munirci di altri due pass, che probabilmente faremo il prossimo anno, per un totale di 370 euro. Potrei continuare ancora per pagine, elencando i fardelli che gravano su di una piccolissima impresa artigiana, ma mi sta venendo l'angoscia. Ora mi chiedo: come può un giovane pensare di intraprendere la strada di falegname artigiano? E chi lavora in proprio senza dipendenti come può pensare di assumere un operaio innescando una reazione a catena distruttiva? È vero, in Italia mancano alcune figure professionali, ma non è un caso. Se parlo con i miei colleghi l'ultima cosa che sperano è che i loro figli continuino il loro lavoro! Volevo solo fare il falegname, ma forse era meglio rimanere dipendente.

Carlo Negri






mercoledì 24 aprile 2013

Quindici anni nelle prigioni della Romania, tra sofferenze disumane. La testimonianza del vescovo Ioan Ploscaru.


Beati i perseguitati. Il racconto di un moderno martire.
Quindici anni nelle prigioni della Romania, tra sofferenze disumane. 
La testimonianza del vescovo Ioan Ploscaru, per la prima volta resa nota al grande pubblico.
di Sandro Magister

Almeno cinque volte nelle ultime due settimane papa Francesco ha richiamato l'attenzione sui "tanti nostri fratelli e sorelle che danno testimonianza del nome di Gesù anche fino al martirio".

Negli stessi giorni di questi appelli del papa, il vescovo romeno Alexandru Mesian è passato di città in città, in Italia, per presentare al pubblico la testimonianza di uno di questi martiri del nostro tempo, suo predecessore nella guida della diocesi greco-cattolica di Lugoj.

Il suo nome è Ioan Ploscaru. È morto nel 1998 a 87 anni, di cui quindici trascorsi in prigione in condizioni disumane. Per una sola colpa: quella di restare fedele alla Chiesa di Roma e quindi di rifiutare di passare alla Chiesa ortodossa, come ordinato dal governo comunista.

Era finita da poco la seconda guerra mondiale e, come in Ucraina, anche in Romania il regime voleva annientare la locale Chiesa greco-cattolica, con i suoi vescovi, i preti e i milioni di fedeli, mettendola furori legge e incorporandola a forza nella Chiesa ortodossa. Di fronte al loro rifiuto, nel 1948, tutti i vescovi furono arrestati. Moriranno in carcere. Altri vescovi, ordinati clandestinamente, presero il loro posto. Tra questi Ioan Ploscaru, cui impose le mani il nunzio vaticano a Bucarest, il 30 novembre 1948. Ma nelle catacombe resisterà solo pochi mesi. Nell'agosto del 1949 anche lui sarà arrestato.

E cominciò il suo calvario. Che egli poi raccontò in un libro di memorie. Il libro uscì in Romania nel 1993. Ma solo quest'anno ha varcato i confini del suo paese, in una edizione italiana molto ben curata, stampata dalle Edizioni Dehoniane di Bologna.

È un libro straordinario per molti motivi. Ricorda i "Racconti della Kolyma" di Salamov quando ritrae la ferocia degli aguzzini, spietata fino all’in­verosimile, tra umiliazioni che comprendevano "mangiare le proprie feci, vedersi u­rinare in bocca dai carcerieri, essere costretti a dichiarare di aver pratica­to atti sessuali aberranti con i propri genitori". Ma ricorda anche la serenità descrittiva e l'ironia del Solzenicyn de "L'arcipelago Gulag".

Soprattutto è il racconto di un'esperienza di fede. Che illumina anche le notti più buie. Che accende di stupore anche i più malvagi. Che arriva a provare misericordia anche per i più terribili persecutori.

Il regime comunista romeno crollò nel 1989. Nel 1990 Ioan Ploscaru poté riprendere possesso della sua cattedrale, che gli fu restituita dal metropolita ortodosso di Lugoj.

Qui di seguito c'è una piccola antologia del suo libro di memorie, con i titoli dei capitoli da cui sono ripresi i rispettivi brani.

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CATENE E TERRORE

di Ioan Ploscaru


A tutti noi, sacerdoti e vescovi greco-cattolici, fu offerta la libertà in cambio del passaggio alla Chiesa ortodossa. A me personalmente proposero diverse volte questo scambio fin dal mio primo arresto. Ma non si può patteggiare con la propria coscienza. Se avessi ceduto, sarebbe stata una grande sciagura per la mia coscienza e una confusione per quelli fra cui vivevo.

Nelle memorie che ho scritto non troverete lamenti gravi e tanto meno stati d'animo disperati, perché, offrendo tutte queste sofferenze a Dio, esse diventano sopportabili. Ma non avrei potuto sopportarle da solo, se Gesù non fosse sempre stato accanto a me e a tutti noi.

Ho considerato i nostri aguzzini quali "strumenti" e a nessuno d loro muovo alcuna accusa: anzi, desidero per quegli inquisitori una vera conversione a Dio e un vero e chiaro pentimento per tutto ciò che hanno fatto.

Sono stato in prigione per 15 anni, 4 dei quali in isolamento. Liberato nel 1964, sono stato ancora sorvegliato, pedinato, perseguitato. Anche negli anni seguenti ho continuato, a volte, ad avere paura.

Per tutte le sofferenze che ho dovuto sopportare, sia lodato Dio nei secoli dei secoli.

ALLA "SECURITATE" DI TIMOSOARA

La mia cella si trovata nel seminterrato. Le finestre erano rotte e la cella era molto fredda. Rimasi lì per tutto il mese di dicembre fino al gennaio 1950. Il freddo mi straziava. Venivo spesso condotto di notte agli interrogatori. Mi rimandavano indietro e, dopo mezz'ora, ero svegliato nuovamente per un altro interrogatorio. Il freddo della cella ghiacciata mi consumava. Dormivo molto poco, sempre con il desiderio di risvegliarmi per potermi muovere. Dalla finestra rotta entrava il gelo, lasciando tracce di brina sulla barba e sui vestiti. In tre settimane dimagrii tantissimo. Pregavo e offrivo tutto il freddo e tutte le prove al Salvatore.

METODI DI COERCIZIONE

Gli interrogatori, come pure le bastonate, avevano luogo proprio sopra la nostra cella. Ci rendevamo conto di ciò che stava succedendo dai rumori, che ascoltavamo con terrore. Poi le urla di quelli che venivano picchiati. Bastonavano le piante dei piedi con una barra di ferro. La vittima era poi costretta a correre se non voleva che i piedi si gonfiassero. Il supplizio si ripeteva. A tanti si slogarono le ossa del metatarso.

Ma più pesante di una bastonata era l'isolamento. Ti chiudevano in una cella vuota e sul pavimento di cemento versavano l'acqua. Dopo un giorno o due i piedi si gonfiavano e il cuore non resisteva più. La vittima o cadeva nell'acqua o chiedeva di essere portata fuori per "confessare".

JILAVA

Le perquisizioni erano un metodo di umiliazione. Ti controllavano nell'ano, agli organi genitali, in bocca, nelle orecchie. L'uomo nudo era per loro un oggetto di derisione. Simili perquisizioni si facevano più volte al mese, senza contare quelle fatte arbitrariamente dalle guardie.

Nella cella dove eravamo stati relegati il pavimento era di cemento ed era sempre umido, come umide erano le pareti, essendo la costruzione sotto il livello del suolo. Per dormire avevamo solo una striscia di 35 centimetri per persona. Nessuno poteva dormire supino, ma solo su un fianco. Quando qualcuno non poteva più sopportare la posizione ed era costretto a cambiarla, doveva svegliare tutti: si toccavano l'un l'altro sulla spalla e dovevano tutti voltarsi dall'altra parte.

La più pesante punizione che ci inflisse il comandante risale al mese di luglio 1950, quando fece inchiodare le finestre, facendoci rimanere per una settimana senz'aria e senza uscire. In piena estate, in una stanza di 18 metri quadrati, vivevano in un'aria soffocante 35 persone. Ad alcuni vennero eruzioni rosse sulla pelle, altri svenivano.

SIGHET, PRIGIONE DI STERMINIO

Il maggior supplizio del carcere di Sighet era la fame. La dieta alimentare in questa prigione era calcolata con grande cura perché il detenuto non morisse subito, ma deperisse gradualmente per la fame. Gli alimenti erano pochi e marci.

DI NUOVO ALLA "SECURITATE" DI TIMOSOARA

Le suore cattoliche erano costrette a stare d'inverno nell'acqua gelida a zappare, dapprima con il piccone e poi con le mani, a staccare pezzi di roccia, a metterli nel loro grembiule e a portarli sulla riva del fiume. Quasi tutte quelle suore, dopo la liberazione, in breve tempo morirono di tubercolosi o martoriate da reumatismi deformanti e acuti.

AL MINISTERO DEGLI INTERNI DI BUCAREST

Gli interrogatori eran molto pesanti. Ogni giorno venivo picchiato con schiaffi, con la sedia, con calci e facendomi sbattere la testa contro la parete. Come se ciò non bastasse, un giorno mi condussero nella camera di tortura. Avevano preparato due travicelli per legarmi ad essi e picchiarmi. Mentre quelli preparavano l'impalcatura io pregavo e offrivo a Dio le sofferenze e la vita.

LA PRIGIONE DI GHERLA

Arrivammo in un momento critico. I prigionieri avevano protestato contro l'oscuramento delle finestre con imposte di legno e la direzione aveva scatenato una violenta repressione. I poliziotti spararono dai tetti, usarono gli idranti, affamarono i prigionieri e alla fine li trascinarono fuori dalle celle e li bastonarono con spranghe di ferro. Nei corridoi il sangue era corso a fiumi. Si parlava di più di una trentina di morti. Anche il medico della prigione aveva impugnato una spranga e colpito a casaccio.

Con noi c'era un gruppo di contadini della Moldavia. Raccontavano le atrocità che erano state commesse in occasione della collettivizzazione. Alcuni avevano accettato, altri si erano opposti. Questi ultimi furono fatti entrare in una stanza del municipio dove li attendevano i cosiddetti "procuratori", che erano operai delle fabbriche. Chi aveva rifiutato doveva passare tra di loro. I "procuratori" avevano cacciaviti e punteruoli di ferro che piantavano senza esitazione nel corpo dei "reazionari". Quelli i cui organi vitali – fegato, reni, polmoni, vescica – erano stati lesionati, presto morirono. Gli altri sopravvissero con ferite gravi.

Nella cella eravamo ammucchiati quasi in 60. Erano contadini, legati con pesanti catene infisse con dei chiodi, cosicché non si potevano svestire né lavare. Dove stringeva la catena si era formata una crosta di sangue coagulato.

AL PENITENZIARIO DI PITESTI

A Pitesti, quelli che erano incatenati li lasciarono così da settembre fin quasi a Natale. Anzi, poiché si lamentavano di essere pieni di pidocchi, strinsero le loro catene. Quelli condannati a meno di 15 anni non vennero incatenati. Io avevo, appunto, 15 anni – la pena maggiore, a cui si sommavano le altre tre di 8 anni ciascuna – cosicché a volte mi mettevano le catene, altre mi lasciavano senza. Non mi rattristavo per le catene, anzi, le baciavo offrendole a Gesù: "Signore, se tu fossi adesso con noi, saresti sicuramente imprigionato e forse anche giustiziato!". Baciavo il mio vestito grezzo e sporco, considerandolo come il più caro paramento liturgico e consideravo le sbarre quali sante testimonianze del martirio: le baciavo in segno di accettazione affettuosa e piena di riconoscenza. Questo accadeva ogni volta che entravo in una nuova cella.

La prigione di Pitesti era disastrosa. Il tetto di lamiera, in quell'inverno del 1960, fu divelto dal vento. Le celle erano molto insalubri. Il soffitto freddo condensava i vapori, cosicché gocciolava permanentemente sui nostri vestiti, tenendoci in uno stato continuo di umidità. Quasi tutti i letti erano disposti su tre livelli e su ognuno c'erano due detenuti. In celle come la mia si trovavano più di 70 persone.

DEJ, CARCERE DI STERMINIO

Il regolamento della prigione di Dej era più severo che in ogni altro penitenziario. Quest'asprezza inumana era la prova che non c'era soltanto l'intenzione di isolarci, ma di sterminarci fisicamente.

Di giorno era vietato sdraiarsi sui letti. Ci obbligavano a sedere su una panca senza spalliera; in tal modo la sera eravamo sfiniti. Si parlava sottovoce, ogni conversazione era vietata. Alla sera dovevamo piegare i vestiti e metterli sulla panca, perché non li usassimo per coprirci. Era severamente proibito l'uso di lenzuola.

D'inverno le finestre dovevano rimanere aperte: perché ci fosse "aria fresca", dicevano i carcerieri. E d'estate venivano chiuse. Si puniva anche chi avesse osato fare esercizi di ginnastica.

Nonostante il divieto della direzione, non rinunziammo però alla preghiera, anzi pregavamo con maggior zelo, convinti che Dio fosse dalla nostra parte e noi dalla sua. Ogni giorno – dal momento della sveglia, che era alle 5 del mattino, fino alle 10 di sera – tutti mantenevamo il silenzio, recitando le nostre preghiere e meditando a lungo.

LA "NERA"

Nel febbraio del 1963, passai accanto a un maresciallo e non me ne accorsi. Per non averlo salutato fui punito con cinque giorni di isolamento, nelle celle chiamate le "nere". Era un inverno rigido. Quando fui condotto là, gli altri si spaventarono. Spesso quelli che uscivano dalla cella d'isolamento venivano portati sulle barelle, irrigiditi dal freddo.

Rimasto solo nella cella, al buio e al freddo, come sempre baciai il chiavistello offrendo le sofferenze a Gesù. Era quaresima e pensai che potevo fare gli esercizi spirituali. Sarebbe stato un periodo di penitenza. Ogni giorno ricevevo 250 grammi di pane e una gavetta d'acqua: il pane del dolore e l'acqua della tribolazione, pensai. Il sonno sul duro non mi sembrava così difficile. Vi ero allenato. Più difficile era sopportare il freddo, perché non avevo nulla per coprirmi.

A prescindere da tutte le privazioni cui fui sottoposto nella "nera", quei cinque giorni furono per la mia anima di grande consolazione. Rievocando la passione e la morte del nostro salvatore Gesù Cristo, le mie sofferenze erano infime. Rimasi sempre in meditazione e in preghiera. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?", domandava il santo apostolo Paolo.

Alla fine di quei cinque giorni, provavo dispiacere a lasciare la "nera", dove mi ero trovato da solo con Gesù. Quando il guardiano venne ad annunciarmi che potevo uscire, mi sembrò quasi che mi separasse da un luogo amato.

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Il libro:

Ioan Ploscaru, "Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania", Edizioni Dehoniane, Bologna, 2013, pp. 478, euro 30,00.

Fonte dell'Articolo:

domenica 17 marzo 2013

Il Papa ai giornalisti: mi chiamo Francesco perché vorrei una Chiesa povera e per i poveri.


Il Papa ai giornalisti: 
mi chiamo Francesco perché vorrei 
una Chiesa povera e per i poveri


Ho scelto il nome di Francesco d’Assisi, perché vorrei una Chiesa per i poveri, che difenda la pace e sia attenta al Creato: sono le straordinarie parole che Papa Francesco ha pronunciato a braccio nell’udienza agli oltre 6 mila giornalisti di tutto il mondo ricevuti in Aula Paolo VI, alcuni anche con le proprie famiglie. Il Pontefice ha aperto il suo cuore in un modo sorprendente per svelare la decisione che ha portato alla scelta del nome Francesco. Dal Papa anche una riflessione su come i media dovrebbero leggere gli eventi ecclesiali. L’indirizzo d’omaggio, in un’udienza particolarmente festosa, è stato rivolto da mons. Claudio Maria Celli, presidente del dicastero per le Comunicazioni Sociali.

Papa Francesco ha appena concluso di leggere il testo del suo discorso, quando comincia a parlare a braccio. I giornalisti presenti nell’Aula Nervi capiscono subito che stanno per assistere ad un evento nell’evento. Il Santo Padre, infatti, rivela le ragioni della scelta del suo nome. Racconta che al Conclave sedeva vicino a lui il cardinale Hummes che, una volta raggiunto il numero di voti necessari per essere eletto e dopo l’applauso degli altri cardinali, si è accostato al nuovo Papa e gli ha sussurrato: “Non dimenticare i poveri”:

“'Non dimenticarti dei poveri!'. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. L’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il Creato, in questo momento in cui noi abbiamo con il Creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”.

In un clima di grande gioia, quasi di confidenza tra il Pontefice e i giornalisti, Papa Francesco ha quindi riferito alcune battute riguardanti la scelta del suo nome da Papa:

“'Ma tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare …'. E un altro mi ha detto: 'No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente'. 'Ma perché?'. 'Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!'. Sono battute … Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto.”

Prima del fuori programma sulla scelta del suo nome, nome che è davvero un programma di Pontificato, Papa Francesco aveva offerto una riflessione su come i giornalisti dovrebbero "leggere" la vita della Chiesa:

“Gli eventi ecclesiali non sono certamente più complicati di quelli politici o economici! Essi però hanno una caratteristica di fondo particolare: rispondono a una logica che non è principalmente quella delle categorie, per così dire, mondane e proprio per questo non è facile interpretarli e comunicarli ad un pubblico vasto e variegato”.

La Chiesa, ha detto ancora, pur essendo infatti "anche un'istituzione umana, storica con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale: è il Popolo di Dio":

"Il Santo Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro con Gesù Cristo. Soltanto ponendosi in questa prospettiva si può rendere pienamente ragione di quanto la Chiesa Cattolica opera".

Il Papa poi ha ringraziato di cuore i giornalisti che in questi giorni hanno saputo osservare e presentare gli eventi ecclesiali nella “prospettiva più giusta: quella della fede”. E non ha mancato, con la sua spontanea genuinità che ha già conquistato il mondo, di riconoscere il grande lavoro fatto dalla stampa durante questi giorni:

“Avete lavorato eh! Avete lavorato…”.

“La Chiesa esiste per comunicare la Verità, la Bontà e la Bellezza”, ha ancora affermato il Papa, aggiungendo che dovrebbe apparire chiaro che “siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade”: “Verità, bontà e bellezza”. Papa Francesco ha quindi ribadito che lo Spirito Santo è il vero protagonista della vita della Chiesa. E' lo Spirito Santo, ha affermato, che "ha ispirato la decisione di Benedetto XVI per il bene della Chiesa, Egli ha indirizzato nella preghiera e nell'elezione i cardinali". “Cristo è il centro – ha poi soggiunto, riecheggiando Papa Benedetto – non il Successore di Pietro”. Prima di salutare di persona alcuni operatori della comunicazione, ha impartito la sua benedizione, parlando per la prima volta in pubblico in spagnolo, la sua lingua madre, da quando è stato eletto alla Cattedra di Pietro:

“Muchos de ustedes no pertenece…
Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore impartisco questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica”.


Testo proveniente dal sito Radio Vaticana 

domenica 17 febbraio 2013

Blognotes /6 - Controcorrente. Un festival da dimenticare? No salviamo le canzoni.


Se leggiamo od ascoltiamo i commenti al Festival di Sanremo sentiamo parlare di qualità, di eleganza e di raffinatezza. Viene da chiedersi quale festival abbiano visto. Se da un lato la parte del festival dedicata alla canzone è stata un successo; bella l'idea delle due canzoni per artista, quasi tutti belli i brani presentati. Dall'altro lato abbiamo assistito ad uno dei peggiori festival della storia per quanto riguarda la conduzione (e la scenografia, ma dove erano i fiori della città dei fiori?)

Andiamo controcorrente. Nel giorno delle celebrazioni della "coppia" applaudita dall'intellighenzia radical chic e da un buon successo di pubblico ci discostiamo e diciamo che non abbiamo visto lo stesso spettacolo.

Cominciamo con Luciana Littizzetto, proclamata regina del Festival, ma cosa ha dato a Sanremo se non una serie di banalità farcite di parolacce e volgarità oltremodo gratuite? La qualità è non saper fare un discorso senza qualche turpiloquio? Tra gnocca, tette, cacca e via dicendo sembra di stare nella Cloaca Massima, e poi questi due presentatori che si danno uno della cretina e l'altra dell'idiota. Riesce a far ridere solo con battute offensive ma soprattutto non rispetta nessuno, a partire dal pubblico.
E' eleganza la maleducazione? Il togliersi le scarpe, fare gestacci e sedersi sul palco (letteralmente) come se si fosse a casa propria? Libertà e bravura è fare un banale  monologo contro la violenza sulle donne che tutti CONDANNIAMO? Monologo che arriva in parte da un libro che la Littizzetto ha pubblicato a fine 2012: "Madama Sbatterfly". Lì ci sono battute come "Dire ti amo non provoca impotenza", "Il Creatore non ha detto: E la suocera fece l'arrosto, fatelo sempre così in memoria di me". E lì c'è pure, seppur in una forma leggermente diversa, il rimprovero ai maschi per l'odore dei piedi, "arma di distruzione di massa". Anche "dormire sul vostro omero ci dà un po' la sensazione di poggiare la mandibola su un ramo secco di castagno" non è nuova: c'era già in una rubrica che la stessa Littizzetto teneva sul quotidiano torinese "La stampa", al pari della battuta sulle russate forti al punto che sembra di dormire "ai piedi dello Stromboli". Il fatto di essere bruttina e bassina la rende libera di fare e dire tutto? Evidentemente si, ma visto che si dice che pensando male ci si azzecca, viene il dubbio che la dote principale della comica torinese sia l'essere di sinistra. Non contenta ha ponteficato anche sulle coppie gay: “L’amore è l’amore e uguale in tutte le sue forme”. Ennesima mancanza di rispetto verso tutti coloro che non la pensano così. Ormai, purtroppo, dobbiamo piegarci all’imperante fascismo culturale che una piccola élite cerca di spargere tra il popolino.

Quale messaggio è uscito dal festival? Cosa ci hanno voluto dire Fazio ed i suoi autori? Ripropongo l'intervento di oggi su "ilGiornale di Giuliano Ferrara: "Odio quella violenza (sulle donne), ma la campagna sul femminicidio, come quella sui matrimoni gay, come quella sull'omofobia, come ieri quella sul diritto di avere figli o sul diritto di morire, è solo parte di un gigantesco movimento nella direzione del banale universale che anche in Italia, dove il fondo cristiano-cattolico aveva fino adesso funzionato da revulsivo, sta per trionfare definitivamente."

Un festival infarcito di buonismo e di attacchi a quei valori che sono l'unico argine al tracollo definitivo della nostra società. Sul sito della Bussola Quotidiana, Riccardo Cascioli scrive: "Questa edizione del Festival di Sanremo passerà probabilmente alla storia per la crociata a favore del matrimonio gay. Iniziata già nella prima serata con l’ormai nota esibizione sul palco di due uomini in procinto di sposarsi a New York, perché l’Italia non glielo permette, ha avuto un seguito anche ieri sera con il monologo sull’amore recitato da Luciana Littizzetto in cui, tra l’altro, ha esaltato l’amore fra persone dello stesso sesso." e ancora Rinaldo Pozzi: "Bravo Fazio, piazzare nella prima serata di Sanremo un vero e proprio spot gratuito per i matrimoni gay è un colpo da maestro. Per giunta, senza nemmeno un fischio in sala, visto che la platea aveva già dato. A questo punto ci chiediamo: ma il servizio “pubblico” a chi risponde? Che interessi difende? Perché gli italiani devono ancora pagare con le tasse una tv di Stato che finge di rispettare le opinioni di tutti (seguendo l’idiota par condicio) facendo poi passare messaggi di parte di questo tipo? Non è anche questa politica? Cosa sarebbe accaduto se avessero dato spazio senza motivo a un’associazione antiabortista? La guerra civile?"

Ed accenniamo brevemente alla politica portata sul palco dell'Ariston, abbiamo visto tutti la penosa esibizione di Crozza che come sempre ha attaccato (più o meno) tutti, destra, sinistra e centro. Ma nel Festival più politico degli ultimi anni, in un Sanremo da record per il numero di polemiche preventive, quell'apertura del comico ligure con l'imitazione di un Cavaliere spregiudicato e che afferma "voglio rovinare il Paese" è stata un pugno nello stomaco. Un colpo di spada, non di fioretto. Sì, è vero, poi sarebbero arrivate anche le imitazioni necessarie per riequilibrare la par-condicio. Sì, è vero, tutti lo sapevano e lo immaginavano. Ma è altrettanto vero che, considerando le premesse, Crozza ha deluso anche il suo pubblico con un'esibizione sottotono e loffia.

Il tentativo (fallito) fatto da Fabio Fazio di strumentalizzare il calciatore del Torino Angelo Ogbonna che alla domanda se fosse giusto dare la cittadinanza ai figli degli immigrati già alla nascita ha risposto coraggiosamente che no, è più giusto che decidano al raggiungimento della maggiore età. Colpito ed affondato.

Il "se non ora quando" gridato dalla Littizzetto più che una difesa delle donne che ci vede tutti d'accordo sembrava uno slogan da campagna elettorale, una strumentalizzazione politica di un problema che ovviamente non ha una divisione destra-sinistra come vorrebbero a sinistra.

Emblematica la triste esibizione comica (?) di Claudio Bisio, sottotono ed obbligato ad un intervento che altro non è stato se non politico (mascherato da discorso "sociale" per evitare l'effetto Crozza, caduto malamente nella prima puntata). Bisio ieri sera non sembrava lui, sottotono, imbarazzato, senza grinta, lontano dal brillante comico che per tanti anni ha tenuto banco a Zelig, Bisio non è mai partito.
Ha cominciato il suo intervento con un suo vecchissimo pezzo di repertorio, giocando con Paperino, Qui, Quo e Qua e le mucche. Una scusa per dire «ma come si fa a non parlare di politica?», ti tocca parlare per mezz'ora del nulla, e dunque - per qualche secondo pareva il Grillo dei poveri - si è lanciato in un «abbasso! mandateli tutti a casa, fanno promesse e non le mantengono, distruggono l'Italia». Ma chi? «No, non i politici. Ma che li vota, i cittadini, di cui i politici sono lo specchio...» Poteva essere un bel punto di partenza per fare un divertente ritratto degli italiani, di quelli che non battono mai gli scontrini, di quelli che prendono le pensioni da ciechi e accompagnano in macchina la mamma, delle pulzelle che si abbarbicano a un riccone pensando di aver avuto l'idea per prime. Invece, la gag non prendeva vita e Bisio si è ritrovato a ripiegare su battute scontate come «quelli che fanno casini (con la c minuscola) come andare al Family day con due famiglie», o che - per coerenza - «i comunisti devono mangiare i bambini», «i fascisti devono invadere l'Abissinia» e «i cattolici devono andare a messa». Insomma, promesse non mantenute: alla vigilia sembrava che il comico potesse mettere in piedi un momento comico dedicato al sociale in contrasto con quello di Crozza che ha preso di mira i leader politici. Invece, meglio non fare confronti...(da Il Giornale).

Ma il sottotitolo del Festival recita "della canzone italiana". E quella è la parte che vogliamo ricordare. Fortunatamente c'erano le canzoni, e proprio le canzoni hanno salvato un festival altrimenti da dimenticare, volgare, banale e pieno di messaggi negativi come mai si era visto.

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