giovedì 28 giugno 2012

#Blognotes - Il lavoro è un diritto? Si, però…

forneroCertamente non siamo stati mai troppo d’accordo con le decisioni e le affermazioni della ministra con le lacrime in tasca. Però stavolta non mi sento nemmeno di darle del tutto torto. Qual è l’affermazione incriminata? Questa: “il lavoro non è un diritto, va conquistato”. Ora è chiaro che l’accesso al lavoro debba essere garantito (come infatti è in Italia) dallo stato, ma siamo sicuri che lo stato stesso debba assumersi anche l’obbligo di assolvere a questo diritto del cittadino? E non sia piuttosto in obbligo innanzitutto di garantire a tutti l’accesso all’istruzione e quindi alla possibilità di entrare nel mondo del lavoro, ma sia poi dovere del cittadino trovare tale posto? E’ appunto in questo senso che ritengo condivisibile l’affermazione della Fornero. Perciò se io cittadino ho in mano gli strumenti e le opportunità (garantitemi dallo stato e qui potremmo aggiungere il problema del valore dato al merito, ma è un altro discorso), per trovare un lavoro consono alle mie capacità ed aspirazioni, dipenderà solo da me e dalla mia intraprendenza il trovare (o perché no creare) o meno tale posto di lavoro. Restare fermi ed affermare che il lavoro è un diritto e lo stato deve darmelo perché sta scritto sulla costituzione oltre che scorretto da qualsiasi punto di vista (se aspetto e basta o se non sfrutto le opportunità, peggio per me, lo stato non c’entra) è anche uno dei motivi per cui zone intere del nostro Paese sono e resteranno sempre indietro rispetto ad altre zone più intraprendenti. Sembrano sottigliezze, ma così non è. Alla prossima.

sabato 9 giugno 2012

L´islam bifronte di Tariq Ramadan. La famiglia, i maestri, l´ideologia del più popolare intellettuale musulmano d´Europa.

L´islam bifronte di Tariq Ramadan. L´occidente terra di conquista, 
La famiglia, i maestri, l´ideologia del più popolare intellettuale musulmano d´Europa. Una sfida per i cristiani. Il teologo Olivier Clément svela il pericolo
di Sandro Magister      

C´è un intellettuale musulmano che nell´Europa francofona è ormai una star. Attrae le folle dei giovani immigrati e parla loro con fervore carismatico. Incanta la sinistra no global e i lettori di "Le Monde Diplomatique". Cita con pari maestria il Corano e Nietzsche, Heidegger e i detti del Profeta. Piace a padre Michel Lelong, primo islamologo della Chiesa di Francia. Vende migliaia di cassette con le sue prediche. Il suo nome è Tariq Ramadan.
Ramadan vive a Ginevra, dove è nato 42 anni fa.  Ha studiato da imam al Cairo e, tornato in Svizzera, ha conseguito una laurea in letteratura francese e due dottorati, in islamologia e sul pensiero filosofico di Friedrich Nietzsche. Insegna alle università di Ginevra e Friburgo e per anni ha condotto suoi allievi in paesi del Terzo Mondo a fare pratica sul campo e a incontrare i teologi cattolici della liberazione e il Dalai Lama. Poi dal 1993 s´è dedicato con crescente intensità alla predicazione in Svizzera, Francia e Belgio con frequenti puntate negli Stati Uniti. È autore di una quindicina di libri: quello intitolato "Essere musulmano europeo", del 1999, è stato tradotto in 14 lingue. È ascoltato come esperto al parlamento europeo. È sposato, ha quattro figli. Negli ultimi mesi è stato accusato di antisemitismo. S´è scontrato duramente con intellettuali ebrei del peso di Bernard-Henri Levy, André Glucksmann e Bernard Kouchner. "Le Monde" e altri giornali importanti hanno pubblicato su di lui inchieste critiche. Ma per Ramadan tutto questo è la prova della giustezza delle sue posizioni e dell´innata ostilità dell´occidente all´islam.
Il fenomeno Tariq Ramadan non nasce nel vuoto. Il suo nonno materno, egiziano, è Hassan AlBanna, fondatore nel 1929 dei Fratelli Musulmani, la più importante corrente islamista del Novecento. Suo padre, esule a Ginevra, ne é stato uno dei più attivi prosecutori. E suo fratello Hani - col quale Tariq nega d´avere legami - dirige, sempre a Ginevra, un Centro islamico che è stata accusato di contatti con la rete terrorista di Al-Qaeda. Ma più che queste ascendenze famigliari, contano  le prossimità ideologiche. Tariq Ramadan - agendo nel cuore stesso dell´occidente - intreccia l´islam politico con le critiche radicali della razionalità occidentale fatte da Nietzsche, da Heidegger, da Cioran, da Guénon, e poi dalle correnti neomarxiste e no global. Prima di lui altri intellettuali musulmani del Novecento hanno fatto lo stesso percorso, spesso studiando in università europee.  Uno di questi è l´indiano Muhammad Iqbal, un altro l´iraniano Ahmad Fardid. Un discepolo importante di quest´ultimo, Djalal Al-e Ahmad, pubblicò nel 1962 a Teheran un saggio che anche nel titolo della successiva traduzione francese, "L´occidentalite", indicava proprio nell´occidente la malattia capitale dell´islam, sullo sfondo di una visione apocalittica e nichilista che già allora sembrava far presagire come sbocco l´iperterrorismo universalista di un Osama Bin Laden.
Ma un percorso ancor più simile a quello di Tariq Ramadan è di un altro egiziano, Hassan Hanafi. Anche lui frequenta i Fratelli Musulmani, anche lui studia i filosofi europei, anche lui viaggia tra il Cairo e Parigi, dove si ferma dieci anni alla Sorbona, anche lui visita e indaga gli Stati Uniti. Da preside della facoltà di filosofia dell´università del Cairo si scontra con gli ulema di Al-Azhar, che non ne condividono il radicalismo.  E per Hanafi il nemico assoluto dell´islam è l´occidente. Ora dominato, come nei primi sette secoli dopo Maometto, quelli del primato musulmano nel mondo, ora dominante, come nei sette secoli successivi. Ma il XXI secolo è per lui quello della svolta, è l´inizio di un terzo settennato nel quale le parti di nuovo si invertiranno: "L´occidente inizierà la sua nuova decadenza e il mondo arabomusulmano la sua rinascita". Anche per Tariq Ramadan l´occidente è al tramonto. E nel vuoto spirituale lasciato da ebraismo e cristianesimo l´islam può entrare e vincere,  non più subendo la modernità ma islamizzandola. Ramadan piace al pubblico occidentale perché la sua visione accoglie elementi di democrazia, di cittadinanza paritaria, di libera espressione. Egli polemizza sia con i musulmani secolarizzati sia con quelli che si separano in comunità chiuse. Annuncia la nascita di un islam pienamente europeo. E si avventura in questa lunga traversata armato della dottrina della taqiyya, ossia dell´arte della dissimulazione, tipica della pratica islamica in terra nemica.

In Italia, l´analisi più acuta di questa anima antioccidentale del pensiero musulmano è nel libro "L´islam globale" di Khaled Fouad Allam, algerino, professore di islamologia alle università di Trieste e di Urbino.
In campo cristiano, una voce critica che si è levata contro Tariq Ramadan è quella di Olivier Clément, teologo e intellettuale di fede ortodossa, che vive a Parigi. Quello che segue è parte di un articolo che Clément ha pubblicato sul numero di dicembre 2003 di "Vita e Pensiero", la rivista dell´Università Cattolica di Milano:

Attenti all´islam modello Ramadan 
di Olivier Clément

La questione delle liceali velate in Francia e la polemica del crocifisso in un'aula scolastica italiana sono, malgrado le apparenze, strettamente collegate e pongono il problema del comportamento dei musulmani in questi due paesi. [...] Occorre sottolineare subito che i due casi, il francese e l´italiano, sono provocazioni lanciate da intellettuali o pseudo-intellettuali convertitisi di recente all'islam. [...] Sono dunque delle eccezioni, ma provocate appositamente e senza dubbio rivelatrici. In Francia, le due sorelle rifiutate dal loro liceo non solo a causa del velo ma più in generale per lo stile dei loro vestiti e per il loro comportamento sono figlie di un avvocato agnostico di origine ebraica, di nome Lévy. È stato lui ad incoraggiarle, per dimostrare l'intolleranza della nostra società. In Italia, il padre dei due bambini che si è dichiarato scandalizzato dal crocifisso appeso sui muri della loro scuola si chiama Adel Smith  e si è convertito all'islam nel 1982. [...] Mi sembra che queste provocazioni isolate siano chiare testimonianze di un nuovo corso all'interno delle motivazioni ideologiche delle comunità musulmane. Certo, sono sempre esistite e resistono tuttora, in Francia, correnti fondamentaliste di odio e rifiuto totale della cultura occidentale. Ma queste istanze d'altri tempi non sono mai state capaci di annientare e nemmeno di utilizzare le strutture giuridiche e mentali della nostra società. La nuova ideologia è ora ben definita. Il suo portavoce, perlomeno in Francia e in tutta l'Europa occidentale, si chiama Tariq Ramadan. Ramadan non si nasconde né tesse complotti. Pur affermando la sua fede musulmana, si presenta come un grande intellettuale occidentale. Giovane, bello, parla con maestria e chiarezza la lingua dell'intellighenzia dell'Europa occidentale, è docente di filosofia, di letteratura francese e d´islamologia presso l´università di Ginevra. Allo stesso tempo impegnato in contesti associativi musulmani, come quello dei "Giovani musulmani di Francia", si è assicurato un ruolo di esperto nell´ambito delle commissioni che ruotano attorno al parlamento europeo. La sua presenza mediatica non cessa di crescere. È autore di una quindicina di opere tra cui "Les musulmans dans la laïcité", "Aux sources du renouveau musulman", "Les musulmans d´occident et l´avenir de l´islam". È regolarmente invitato a partecipare a trasmissioni televisive o radiofoniche. Fa circolare tra i giovani musulmani brevi testi redatti in francese o in arabo. Propone un islam "riformista" e "totalizzante". Il suo scopo sembra essere quello di far emergere un corpo di valori a  partire dalla sorgente islamica, un corpus dalla vocazione universale  che prenderà il posto dei valori della civiltà occidentale. Ciò che conta per lui è arrivare ad affermare l'identità musulmana e a presentarla come la fonte della vera universalità.
Partendo dalla constatazione che il fulcro dei movimenti storici è costituito ai giorni nostri dall'insieme Europa-America del Nord, con i paesi musulmani relegati alla periferia, Ramadan nota come oggi però siano numerosi i musulmani, soprattutto gli intellettuali, che sono entrati a far parte di questo centro. Li invita dunque a rimodellarlo e, a poco a poco, a islamizzarlo: "Il riferimento all'ebraismo e al cristianesimo si sta diluendo, se non sta addirittura del tutto scomparendo" ("Les musulmans d´occident e l´avenir de l´islam", Actes Sud-Sinbad, 2003). "Solo l'islam può compiere la sintesi tra cristianesimo e umanesimo, e colmare il vuoto spirituale che colpirà l'occidente" ("Islam, le face à face des civilisations", Tawhid, 2001).
Ancora: "Il Corano conferma, completa e rettifica i messaggi che l´hanno preceduto" ("Les messages musulmans d´occident"). Alcune personalità cristiane la cui opera benefica non può essere misconosciuta - Madre Teresa, suor Emanuelle, l'Abbé Pierre, dom Helder Camara - sono eccezioni che mostrano solamente che tutti gli uomini perbene sono implicitamente musulmani, poiché il vero umanesimo ha fondamento nella rivelazione coranica. Così,  sia direttamente sia attraverso la mediazione di questo umanesimo, la  "Città musulmana" potrà instaurarsi sulla terra. "Oggi i musulmani che vivono in occidente devono unirsi alla rivolta degli ´altromondisti´ dal momento in cui, per l´islam, il sistema capitalista neoliberale è un universo di guerra [...]. La rivelazione coranica è esplicita: chi si occupa di speculazione o cura gli interessi finanziari entra in
guerra contro il trascendente" ("Pouvoirs", 2003, n. 164).
Tariq Ramadan poi insiste - giustamente - sulla ricchezza intellettuale forse troppo a lungo ignorata dei grandi pensatori musulmani come Al-Kindi, Al-Farabi, Avicenna, Averroè, ma si dimentica di situarli in rapporto al pensiero greco, ebraico  e cristiano, e ce li presenta  come la vera origine dell´umanesimo.
Jacques Jomier ha riassunto in modo efficace lo scopo che anima Tariq Ramadan: "Il suo problema non è modernizzare l'islam, ma islamizzare la modernità" ("Esprit et Vie", 17 febbraio 2000). Non ci si deve dimenticare che Ramadan è nipote di Hassan Al-Banna, il fondatore in Egitto del movimento islamista dei Fratelli Musulmani, un uomo che egli considera un eminente rappresentante dell´islam "riformista", capace di suscitare all´interno della modernità una cultura alternativa endogena" ("Peut-on vivre avec l´islam?", Favre, 1990). A suo avviso occorre evitare ogni forma di contrasto: intorno al 1995 Ramadan esaltava l'esperienza del Sudan di Hassan Al-Turabi. Oggi non è più così, (ma suo fratello Hani, che finanzia la casa editrice Tawhid, non ha queste riserve, che riguardano in particolare i processi e le sentenze contro le donne adultere in Nigeria). Tariq Ramadan preferisce appellarsi alla libertà di coscienza guidata dal giudizio che dona la rivelazione coranica. "Alcuni studiosi musulmani, con argomentazioni prese dal Corano e dalla Sunna, hanno proibito la musica e perfino il disegno e la fotografia (e dunque la televisione e il cinema). È un´opinione tra le tante, e come tale deve essere rispettata [...]. Ma altri, tra cui noi, dovrebbero determinare un approccio selettivo in questo campo, così come in altri" ("Les musulmans d´occident e l´avenir de l´islam"). Lo  stesso si può dire riguardo alla questione del velo: bisogna lasciare alla donna la libera scelta, ma mostrandole il vero significato di essa.

Che fare di fronte a questa nuova situazione? [...] In Francia, dove la comunità musulmana è molto numerosa e dove le polemiche imperversano a destra come a sinistra, il parlamento è vicino a votare una legge che impedirà l'affissione di segni religiosi nelle aule scolastiche. Questa prospettiva inquieta i cattolici, secondo i quali una legge di questo tipo apparirebbe ai musulmani come una forma di stigmatizzazione e rifiuto da parte della comunità nazionale. [...] Ma pare che gli islamici più intelligenti stiano segretamente aspettando proprio una legge che favorisca questa esclusione, che sarebbe la prova palese dell'innata islamofobia della società francese. [...] Il pensiero di Tariq Ramadan regala alle provocazioni attuali una portata inattesa.  Da parte nostra, siamo chiamati a un cristianesimo più profondo e più lucido, capace al tempo stesso di accogliere e di illuminare ogni cosa.

lunedì 4 giugno 2012

Le menzogne alla base della gogna fiscale, in un articolo di Franco Bechis


Sulla gogna fiscale Passera fa il furbetto 
di FRANCO BECHIS 

Che gli imprenditori guadagnino meno dei lavoratori dipendenti (...) è semplicemente una sciocchezza assoluta uscita irresponsabilmente dal seno del ministero dell`Economia, come ha spiegato ieri Libero. Che però quella sciocchezza se la sia bevuta come acqua di fonte il superministro dello Sviluppo economico, dei Trasporti, delle Comunicazioni e delle deleghe a vanvera, Corrado Passera, è grave. Questo significa che i tecnici hanno ormai imparato il peggiore vizio della politica:
parlare di tutto senza essere informati di nulla. Sembrerebbe che un Passera - che pure deve avere studiato e alle spalle ha un curriculum invidiabile - abbia preso già il passo di uno Scilipoti. Anzi, peggio perché ormai Scilipoti ha imparato a tacere quando non sa perfino davanti all`assalto settimanale delle Iene. Invece di dire che non ne sapeva nulla, e quindi non era in grado di commentare i dati, ieri Passera si è lasciato andare a commenti roboanti su questi imprenditori figli di buona donna che in Italia dichiarano meno dei lavoratori dipendenti:
«Serve una sanzione sociale», ha detto, «non può essere considerata furbizia non pagare le tasse.
Non può essere considerato accettabile che chi ha uno stile di vita di buon livello non abbia poi una sua quota di partecipazione agli oneri pubblici». Prese a sé, erano banalità che possono uscire dalla bocca di qualsiasi cittadino comune. Chi mai si metterebbe a dire l`opposto, tessendo le lo di di quell`evasore tanto perbene della porta accanto? Ma dette a commento di una statistica piena di balle come quella editata dal dipartimento politiche fiscali del ministero dell`Economia, le paro le di Passera sono due volte gravi.
Una per l`ignoranza della realtà, la seconda perché evidentemente il governo pensa che sia meglio dare fuoco preventivamente agli imprenditori, così non si appiccano da sé la benzina gettando in cattiva luce le istituzioni. Voglia- mo la sanzione sociale dicendo che gli imprenditori sono tutti ladri e approfittatori? È un incitamento alla rivolta sociale, a farsi giustizia da sé, una classe contro l`altra? È un`ottima idea per lo sviluppo, la crescita e naturalmente la creazione di nuovi posti di lavo ro:
fatto fuori un imprenditore con la "sanzione sociale", c`è sempre il suo posto da prendere.
Forse prima di strologare su questi temi, gli esponenti dell`esecutivo farebbero bene a farsi un beli` esame di coscienza: è sicuramente vero che gli imprenditori oggi sono più poveri di prima un po` come tutti gli italiani.
Lo sono anche perché il governo di Mario Monti li ha riempiti di tasse e rincari di tariffe. Ieri in un sussulto di sincerità lo stesso premier ha definito "rozzi" i provvedimenti fiscali e tariffari contenuti nel suo decreto legge salva-Italia.
L`ammissione è arrivata dopo l`ennesima picconata alle sue politiche degli ex amici Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul Corriere della Sera, ma è certamente apprezzabile. Certo, resta un po` di amaro in bocca a pensare che per provvedimenti rozzi bastavano e avanzavano un Hulk o un Terminator, e non era il caso di scomodare l`autorità massima della Bocconi o il capo di una delle più grandi banche italiane.
Grazie a quel lavoro "rozzo", come spiegato ieri dalla Cgia di Mestre, nel 2011 ben 11.615 imprese sono fallite con i loro imprenditori, che hanno perso il lavoro come i loro 50 mila dipendenti.
E` il record di questi anni.
Attilio Befera, il direttore della Agenzia delle Entrate, che quelle norme da Terminator deve applicare e ha pure cercato di ammorbidire negli ultimi tempi, avendo una conoscenza profonda della macchina del fisco, non avrebbe mai diffuso statistiche strampalate come quelle che il ministero dell`Economia ha regalato alla folla eccitata venerdì. Il suo compito è recuperare evasione fiscale, per questo sa bene che sarebbe stupido inseguirla dove non c`è.
Lui non può dirlo, ma se lo conosco bene quella stupidaggine sugli imprenditori tutti evasori che guadagnano meno dei loro dipendenti, deve averlo fatto imbufalire.
Per lavarsi la coscienza il ministero dell`Economia ha allegato ai suoi fantasiosi comunicati stampa anche delle note metodologiche che naturalmente nessuno è andato a leggersi. Perché così avrebbe scoperto che la definizione di "imprenditori" è assai larga. Riguarda tutte le persone fisiche che hanno avuto reddito prevalente da reddito di impresa, sia in contabilità ordinaria che in contabilità semplificata. Per impresa si intende un mondo vastis simo che va dall`imprenditore come ce lo immaginiamo noi che percepisce utili già tassati in origine e quindi o non riportati o riportati solo al 49,72% nella dichiarazione dei redditi. Ma ci sono anche esercizi commerciali a conduzione familiare, come il verduriere o il pizzicagnolo che imputano il reddito di impresa parte al marito, parte alla moglie e magari parte a qualcuno dei figli che aiuta in negozio. Si tratta di due, tre o quattro imprenditori nella stessa mini-impresa e si capisce che il reddito di ognuno non è stratosferico. Ci sono anche le partite Iva e le imprese individuali che magari aprono e chiudono dopo pochi mesi: anche in quel caso il reddito dichiarato su base annuale è assai modesto, perché magari riguardava un mese o due soli. Ci sono perfino quei lavoratori dipendenti costretti a prendere la partita Iva per lavorare magari come operai nel cantiere temporaneo: e certo che i loro redditi sono bassi! Ed è sicuro che nel concetto generale di imprenditore loro fatichino ad entrare:
però sono centinaia di migliaia, e hanno un loro peso che nulla ha a che vedere con l`evasione.

Da Libero di domenica 1 aprile 2012

giovedì 5 aprile 2012

Le misure del governo Monti? Anche secondo il Wall Street Journal: una minaccia per l'economia italiana.

Riprendiamo un interessante articolo dal Wall Street Journal che qualche giorno fa titolava: "L’austerity Italiana costituisce una minaccia per l’economia", quindi dopo il Financial Times, anche il Wall Street Journal lancia l'allarme sugli effetti recessivi e controproducenti delle politiche di austerità attuate in Italia.

Le misure di austerità intraprese stanno risultando controproducenti.


I recenti dati economici e di bilancio mostrano che le misure di austerità dell’Italia stanno frenando l’attività nella terza più grande economia della zona euro, e indicano che le misure intraprese stanno risultando controproducenti. Lunedì il Tesoro italiano ha dichiarato che il fabbisogno del settore statale – un indicatore del deficit di bilancio – è sceso del 10% nel primo trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le cifre indicano che il recente aumento delle tasse sta aiutando l’Italia a tagliare il suo deficit fiscale, ma anche che sta spingendo l’attività economica verso una contrazione ancora più veloce.

Secondo una stima dalla lobby d’affari Confindustria, il Prodotto interno lordo in Italia si è contratto dell’1% nel primo trimestre rispetto agli ultimi tre mesi del 2011, . Il Ministro dell’Industria Corrado Passera martedì a Roma ha dichiarato: “Con l’austerità, non si cresce“.

In tutta Europa sono attuati dei pacchetti di austerità che riducono la crescita, mettendo alla prova l’approccio del continente sulla gestione della crisi del debito sovrano. Lo scenario – che si sta svolgendo ora in Italia, Grecia e Spagna – potrebbe lasciare  i paesi della zona euro in difficoltà con rapporti di debito pubblico/Pil ancora più elevati, nonostante i penosi sforzi per ridurli. Questo, a sua volta, renderebbe l’unione monetaria nel suo insieme vulnerabile verso ulteriori tensioni politiche e di mercato.

Aumenti delle imposte insostenibili.

L’inasprimento fiscale in Italia, iniziato nel 2010, è stato progettato per mettere in atto aumenti della pressione fiscale e tagli alla spesa pubblica pari al 7% del PIL entro il 2013. La maggior parte delle misure sono aumenti delle imposte – sul reddito dei lavoratori, ma anche sui consumi e sui beni di proprietà – i quali secondo molti economisti hanno un effetto più recessivo rispetto ai tagli di spesa pubblica. Un calo dell’1% del PIL in Italia sarebbe pari a un calo di produzione da € 16 miliardi, di gran lunga maggiore del miglioramento delle cifre di bilancio.

Quello che è successo in Grecia potrebbe accadere anche in Italia“, ha detto Salvatore Cantale, professore di finanza presso la Business School IMD di Losanna, in Svizzera, riferendosi ai draconiani aggiustamenti di bilancio che stanno spremendo il PIL e che conducono al mancato raggiungimento degli obiettivi dei rapporti di debito e di deficit. I rendimenti sui titoli di Stato Italiani sono saliti, mentre quelli sui bund tedeschi no, segnalando la preoccupazione degli investitori proprio all’inizio del trimestre in cui Roma deve emettere più titoli del debito sovrano di ogni altra capitale della zona euro.

Altro motivo di preoccupazione nei mercati, i prezzi correnti dei titoli triennali del Tesoro Italiani indicano che le banche locali che hanno usato le operazioni di rifinanziamento a lungo termine della Banca Centrale Europea per acquistare debito interno, ora stanno accumulando delle perdite. Il LTRO è un’offerta di liquidità a buon mercato per tre anni, salutata come una soluzione per la crisi del debito dell’eurozona.

Calo dei consumi e migliaia di aziende costrette alla chiusura

Silvio Berlusconi, l’ex primo ministro Italiano che si è dimesso a novembre, ha detto martedì che l’aumento previsto di due punti percentuali dell’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto in autunno  “stroncherà i consumi“. Ha aggiunto che molti imprenditori stanno prendendo in considerazione il trasferimento della produzione all’estero. “La cura che l’Unione europea ha prescritto per il nostro paese è la stessa che ha già causato un disastro in Grecia e sta cominciando a farlo anche in Spagna,” ha detto Mr. Berlusconi a degli alti funzionari del suo Popolo delle Libertà in un incontro a Roma. Tuttavia, ha detto di non vedere alternative al sostegno del governo tecnico del Primo Ministro Mario Monti fino alle elezioni generali nella primavera del 2013.

“Una pressione tributaria eccessiva può mettere in pericolo il diritto ad esistere di molte aziende Italiane“, ha detto Mr. Cantale di IMD. Egli ha dichiarato che il signor Monti dovrebbero dire agli Italiani “qual’è il suo piano nel caso che la contrazione risultasse essere più forte o più lunga del previsto.” Le preoccupazioni per le perdite permanenti per l’economia in Italia sono stati sottolineate questa settimana da Unrae, l’associazione dei concessionari auto stranieri, secondo cui le vendite di auto in Italia sono scese del 21% nel primo trimestre, la stagione migliore per gli acquisti, e che le unità vendute a marzo sono crollate al livello minimo da 32 anni. “I consumatori si trovano davanti ad ostacoli insormontabili, con aliquote fiscali sul reddito più elevate da marzo, maggiori imposte sulla proprietà a giugno, e un aumento dell’IVA nel mese di settembre“, ha detto il presidente Unrae Jacques Bousquet.

L’imposta sugli immobili di Mr. Monti è il risultato di uno sforzo importante del suo governo per evitare di scaricare gli aumenti sulle attività produttive, sul lavoro e sugli affari. Ma le autorità locali devono ancora annunciare le attuali aliquote d’imposta che saranno dovute dai residenti, e il prelievo sarà probabilmente raccolto in due fasi, per cercar di diluire lo shock.


Articolo originale: Italy Austerity Poses Threat to Economy

domenica 1 aprile 2012

Monti abolisce la domenica. Un'altra svolta di (in)civiltà.

Riprendiamo un articolo di Antonio Socci da Libero del 4 marzo 2012 dal titolo:

Monti abolisce la domenica 

Monte Mario è una collinetta che sovrasta il Vaticano. Non vorrei che Monti Mario pretendesse di sovrastare Dio stesso, spazzando via, con un codicillo, quattromila anni di civiltà giudaico-cristiana (e pure islamica) imperniata sul giorno del Signore, “Dies Dominicus”.  Comandamento divino, nel Decalogo di Mosè, che è diventato il ritmo della civiltà anche laica, dappertutto. Perfino in Cina.
Il codicillo del governo che “abolisce” Dio (o meglio abolisce il diritto di Dio che è stato il primo embrione dei diritti dell’uomo, come vedremo) è l’articolo 31 del “decreto salva Italia”.  Dove praticamente si decide che dovunque si possono aprire tutti gli esercizi commerciali 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno. Norma che finirà per allargarsi anche all’industria nella quale già è presente questa spinta. Dunque produrre, vendere e comprare a ciclo continuo. Senza più distinzione fra giorni feriali e festivi (Natale compreso), fra giorno e notte, fra mattina e sera.

Sembra una banale norma amministrativa, invece è una svolta di (in)civiltà perché abolendo la festa comune - e i momenti comuni della giornata - distrugge non solo il fondamento della comunità religiosa, ma l’esperienza stessa della comunità, qualunque comunità, dalla famiglia a quella amicale e ricreativa dello stadio.
Distrugge la sincronia sociale dei tempi comuni e quindi l’appartenenza a un gruppo, a un popolo. Per questo c’è l’opposizione indignata della Chiesa e dei sindacati (pure di associazioni di commercianti).  La cosa infatti non riguarda solo chi – per motivi religiosi – vede praticamente abolita la domenica, il giorno del Signore (per i cristiani è memoria della Resurrezione di Cristo e simbolo dell’Eterno in cui sfocerà il tempo).
Riguarda tutti, ci riguarda come famiglie, come comunità locali o particolari. Infatti è vero che ci sono lavori di necessità sociale che sempre sono stati fatti anche la domenica (pure il commercio in località turistiche e in tempi di vacanza). Ma è proprio l’eccezione che conferma la regola.  La regola di un giorno di festa comune, non individuale, ma comune (sia per la liturgia religiosa che per le liturgie laiche), è infatti ciò che ci permette di riconoscerci.
Ciò che consente di stare insieme ai figli,  di vedere gli amici (allo stadio, al mare, in campagna, in bici, a caccia), di ritrovarsi con i parenti, di dar vita ai tanti momenti comuni o associativi. Se ai ritmi individuali già forsennati della vita si toglie anche l’unico momento comune della festa settimanale (o, per esempio, del “dopocena”),  le famiglie ne escono  veramente a pezzi. Tutti diventano conviventi notturni casuali come i clienti di un albergo.   si dissolvono i “corpi intermedi”, i gruppi e le associazioni in cui l’individuo si realizza.
Il giorno di festa comune ci ricorda infatti  che non siamo solo individui, ma persone con relazioni e rapporti affettivi. Non siamo solo produttori/consumatori, ma siamo padri, madri, figli, fidanzati, siamo amici, siamo appassionati di questo o di quello, apparteniamo a gruppi, comunità, a un popolo.

Il “giorno del Signore” nasce quattromila anni fa per affermare che tutto appartiene a Dio. Ed è significativo che il comandamento del riposo  che fu dato da Dio nella Sacra Scrittura riguardasse – in quell’antichissima civiltà - anche servi, schiavi e animali: era il primo embrione in forma di legge di una liberazione, di un riconoscimento della dignità di tutti, che poi si sarebbe affermato col cristianesimo.
Proclamare il diritto di Dio come diritto al riposo per tutti (e addirittura riposo comune) significava cominciare a far capire che niente e nessuno può arrogarsi un potere assoluto sulle creature. Perché tutti hanno una dignità e perfino gli animali vanno rispettati. Come pure la terra (i ritmi della terra) che non può essere sfruttata senza riguardo.
Non a caso, proprio sul ritmo settenario della settimana, Dio, nella Sacra Scrittura, comanda al suo popolo quegli anni “sabbatici”, che corrispondevano al “giorno del Signore”, per cui ogni sette, c’era un anno in cui si liberavano gli schiavi, si condonavano i debiti e si faceva riposare la terra.

Questo è il retroterra storico della “Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro” che è stata indetta il 4 marzo, in dodici paesi europei. E’ promossa dalla “European Sunday alliance” a cui aderiscono 80 organizzazioni, non solo chiese e comunità religiose (in qualche paese pure ebraica e musulmana), ma anche – e soprattutto - sindacati dei lavoratori e associazioni dei commercianti. Un’inedita coalizione impegnata in una battaglia anche laica.
Battaglia di civiltà come fu quella per la giornata otto ore all’albore del movimento sindacale: infatti si cita come esemplare il caso delle lavoratrici rumene di una catena di supermercati tedeschi che a Natale e Capodanno scorsi si sono ribellate al lavoro festivo e hanno vinto. Fra l’altro la Corte Costituzionale tedesca ha dichiarato anticostituzionale l’apertura festiva perché lede la libertà religiosa e il diritto al riposo: la vita dell’uomo non è solo comprare e vendere.
Perché non siamo schiavi. La situazione italiana si annuncia come la più dura. Infatti “in nessun Paese europeo esiste che i negozi stanno aperti 24 ore al giorno  e sette giorni su sette”, dichiara ad “Avvenire” il sindacalista della Cisl Raineri. Oltretutto con una decisione piombata dall’alto. Cgil, Cisl e Uil stamattina distribuiscono un volantino dove si legge: “Oggi non fare shopping! La domenica non ha prezzo”.
I sindacati dicono che sarebbero soprattutto le donne a pagare il prezzo più duro perché sono quasi il 70 per cento del personale nel commercio e sono quelle che già  oggi soffrono di più la difficile armonizzazione dei “tempi di lavoro” con la famiglia.

E’ anche provato, dagli esperimenti fatti finora, che questa devastante trovata non avrebbe alcun beneficio né sull’occupazione, né sui consumi, infatti la gente non compra perché è tartassata dallo stato e dalla recessione, non perché il supermercato è chiuso alla domenica.  Infatti la Regione Lombardia ha già annunciato  ricorso alla Corte Costituzionale contro la norma “ammazza domeniche”. E la seguono a ruota Toscana e Veneto.
Il mondo cattolico giudica inaccettabile quella norma ed è in subbuglio.  Ora agli italiani, oltre ai soldi, pretendono di sottrarre pure Dio e la domenica. La Chiesa si sente “derubata” di una cosa assai più preziosa dei soldi che dovrà pagare per l’Imu (a proposito della quale non è affatto chiaro se e come le scuole cattoliche si salveranno).
Già la presunzione di Monti nel chiamare “salva Italia” il suo decreto tartassatorio, oltreché irridente è quasi blasfema. Per i cristiani infatti a “salvare” è solo Dio. Non imperatori, tecnocrati, partiti, condottieri, duci o idoli vari. Al sedicente “salvatore” SuperMario si addice la battuta: “Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati”.
Non è un caso se ieri questa decisione del “governo mari e Monti” è stata fulminata nell’editoriale di Avvenire come “emblematica di una deriva culturale, un nuovo ‘pensiero unico’ che maschera come una maggiore libertà e progresso, ciò che in realtà è un impoverimento e una restrizione della libertà stessa”. “Avvenire” (che ieri, con una bella pagina, ha fornito tutte le informazioni sull’iniziativa di oggi) denuncia il “ribaltamento di valore” che spazza via l’uomo e il giorno del Signore e “mette al centro la merce”. Sacrosanto.
Ma allora perché sostenere entusiasti questo governo e far accreditare perfino l’idea che esso segni il “ritorno alla politica” dei cattolici? Vorrei chiedere pure ai cosiddetti “ministri cattolici” Riccardi, Passera e Ornaghi: com’è stato possibile approvare entusiasticamente una tale assurdità? Perché una poltroncina val bene una messa? Speriamo di no. Ma se non è così si oppongano a questa norma. Si facciano sentire.

Antonio Socci

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